Tuo figlio, recensione del film originale Netflix

Netflix presenta un noir metropolitano, tensivo e crudo, incorniciando il ritratto di un padre pronto a tutto pur di vendicare suo figlio.

recensione Tuo figlio, recensione del film originale Netflix
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Nell'ultimo decennio i thriller spagnoli sono riusciti a ritagliarsi un'ampia fetta di mercato in patria, andando, con pellicole di ammirabile qualità come Bed Time (2011), l'ottimo Desconocido - Resa dei conti (2015) o Con gli occhi dell'assassino (2010), oltre gli schemi del genere.
Miguel Angel Vivas, dopo aver debolmente sorpreso con il suo primo film in lingua inglese, Extinction - Sopravvisuti, e aver firmato il deludente Inside (remake del ben più interessante film francese À l'intérieur) è il regista di Tuo figlio, un thriller dalla tensione strisciante e ipnotica che con poche ma originali trovate ci racconta la trasformazione interiore di un lucido e onesto dottore in un violento e irrazionale Mr. Hyde.

"Un padre non può non fare nulla"

Dopo esser riuscito a salvare un bambino di otto anni con un complicatissimo intervento, il medico-chirurgo Jaime Jiménez (Josè Coronado) viene chiamato d'urgenza nel reparto di terapia intensiva. Oltre il vetro della stanza, sdraiato sul letto con il corpo tumefatto e un volto irriconoscibile, vede suo figlio, lo stesso ragazzo che nel breve set-up iniziale abbiamo visto essere diligente e metodico, spingere il padre a fare jogging lungo il canale di Siviglia, o premuroso e responsabile, ammonirlo per le troppe sigarette.
La polizia può solamente contare sulle immagini che le telecamere a circuito chiuso di una discoteca hanno potuto immortalare: quel che è certo è che, all'uscita del locale, il ragazzo è stato selvaggiamente picchiato. Insoddisfatto dal lavoro della polizia, Jimenez, in risposta a un forte senso d'impotenza, si improvvisa detective, interroga gli amici del figlio, cerca indizi inoltrandosi nel sottobosco della movida giovanile, non riuscendo, neanche per un momento, a darsi pace e a versare una lacrima.

Più va al fondo della questione, più Jaime sprofonda in un torbido stato allucinatorio. Gli indizi che ha raccolto, in modi decisamente poco ortodossi, puntano tutti verso un solo responsabile e il tanto ammirato dottor Jimenez non verrà fermato dalla ragione quando, presi i ferri del mestiere, dovrà eseguire la sua più delicata operazione.

Un piatto che va servito freddo

La macchina da presa di Vivas insegue, un passo dopo l'altro, l'incedere lento ma inarrestabile del suo protagonista e il volto spigoloso e preciso, quasi fosse scolpito, di Josè Coronado è al centro di tutte, o quasi, le inquadrature.
Fin dalle prime scene si palesa la presa di posizione del regista che, tramite numerosi piani sequenza e la scelta, a volte troppo drastica, di ridurre al minimo la profondità di campo, sceglie di nascondere o ridurre al minimo il fattore violenza, includendo nella narrazione ampi spazi in cui l'azione è assente oppure lontana dal primo piano.
Con abilità riesce a collezionare trovate registiche molto interessanti, le quali danno un tono molto più sorprendente a scelte di sceneggiatura che, in alcuni casi, rischiavano di essere troppo telefonate.

Queste scelte, a nostro parere coraggiose seppur non troppo originali, fanno soffrire, a tratti, il ritmo della pellicola, andando a rallentare la tensione soprattutto nella parte centrale del film. C'è da aggiungere, però, che il valore di questa depressione ritmica, quasi come un effetto rampa, si rivela prezioso man mano che ci si avvicina al finale, dove la tensione ritorna più forte di prima.
La fotografia di Pedro J. Marquez aiuta in tal senso, dando pieno respiro a un noir metropolitano attraverso la schizofrenica illuminazione notturna, il fascino dei tramonti sivigliani e l'abbacinante splendore del suo sole.

Seppur in compagnia di un cast poco visibile (soprattutto quello femminile rimane relegato molto al secondo piano) e in alcuni casi sottotono (come Juan, il padre del bambino salvato dal dottore, molto pittoresco e poco credibile), l'interpretazione di Josè Coronado stupisce positivamente, poiché rende vivo il suo personaggio in modo molto verosimile. Con il solo sguardo, l'attore ci racconta il tragico declino del dottor Jiménez: l'occhio attento e premuroso che rivolge ai suoi pazienti diventa quello arcigno di un rabbioso segugio in cerca di giustizia.

Amor paterno

Il film segue lo schema del Revenge movie, mettendo da parte l'azione pirotecnica, tipica di un prodotto come Peppermint, o la violenza adrenalinica di un Taken, guida lo spettatore verso lo svelamento di una storia distante dai canoni del genere e molto più vicina al compassato e sotterraneo ritmo di una tragedia greca, avvalendosi di una trascinante tensione hitchcockiana.

Tuo figlio intende così ignorare completamente l'azione precisa e coreografata, le scene più movimentate sono costruite con una messa in scena e un lavoro attoriale volutamente imprecisi e "sporchi"; il protagonista e i personaggi che gli vorticano intorno sono persone comuni, forse amorali oppure ingenue, catapultate all'interno di una vicenda che appare incredula e inverosimile anche ai loro occhi.

Infusa di un drammatico realismo (in certi passaggi, infatti, può ricordare l'americano Good Times o il nostrano La terra dell'abbastanza, dei talentuosi fratelli D'Innocenzo), la pellicola di Miguel Angel Vivas riesce a mettere a nudo quel lato nascosto e sotterraneo che si nasconde dietro il "sacro santo" amor paterno, un sentimento tanto forte e vitale nel bene quanto ferale e violento nel male, capace di trasformare un uomo onesto, integerrimo e ragionevole, come il Giovanni Vivaldi in Un borghese piccolo piccolo, in quel suo riflesso opposto che solo un istinto antico e primordiale riuscirebbe a scatenare.

Tuo figlio Caratterizzato da un ritmo compassato e una tensione hitchcockiana, Tuo figlio riesce a trascinare lo spettatore nel delirio vendicativo di un padre, che rifiuta di rimanere impotente di fronte al corpo tumefatto del proprio figlio. Miguel Angel Vivas, seppur sostenuto da una sceneggiatura che non brilla d'originalità, mette in scena una pellicola dove l'azione sfavillante, tipicamente Hollywoodiana, viene ridotta al gesto minimo o nascosta al primo piano, non mancando di essere cruda e violenta, distante da un Taken e più avvicinabile all'atmosfera cupa e sofferente de La terra dell'abbastanza. Netflix presenta dunque ai suoi abbonati un revenge movie dal tono noir, che colpisce per il forte realismo drammatico, grazie all'efficace fotografia di Pedro J. Márquez e il volto antico, che appare quasi intagliato, di José Coronado.

7

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