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Trouble No More: la recensione del documentario su Bob Dylan con Michael Shannon

La svolta gospel e religiosa di Bob Dylan raccontata nel documentario di Jennifer Lebeau tra concerti e interventi teatrali di Michael Shannon.

recensione Trouble No More: la recensione del documentario su Bob Dylan con Michael Shannon
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Slow Train Coming, Saved e Shot Of Love. Tre album, una sola matrice religiosa: la svolta cristiana di Bob Dylan che risuonava dalle chitarre morbide di Mark Knopfler (il leader dei Dire Straits seduto in cabina di regia) e dai versi evangelici fu accolta con non poche perplessità da critica e fan durante il triennio fra il 1979 e il 1981. "La gloria del Signore mi ha raccolto" e ha determinato una svolta piuttosto radicale nella scrittura di Dylan, da molti ritenuta un vero e proprio tradimento agli ideali espressi in passato, alle lotte contro il conservatorismo, al liberalismo tollerante di cui si era fatto voce. Ripresa durante uno dei concerti - sul palco con lui la band e cinque coriste di colore - la figura del musicista rivive nel docufilm diretto da Jennifer Lebeau Trouble No More, che sceglie di alternare le immagini di repertorio a frammenti di un ipotetico sermone recitato da Michael Shannon, senza ulteriori vezzi di regia o soluzioni diverse dal montaggio alternato. Se ne ricava così un prodotto di discutibile riuscita, in più orfano di strumenti per la comprensione del testo musicale (mancano infatti i sottotitoli nelle parti cantate, ed è un problema serio dell'edizione italiana), che ci restituisce soltanto un'idea sfocata e superficiale del Dylan "rinato" sotto indottrinamento religioso.

Bob Dylan, cristiano rinato

Sono discretamente curate dal punto di vista fotografico le sequenze di Shannon, unico personaggio di finzione inserito in un ambiente che non ha nome né elementi di identificazione: capiamo che si tratta di una chiesa, dalle vetrate imponenti e dal silenzio assordante rotto dalla voce dell'attore; un intervallo dalla realtà del passato in cui Bob Dylan racconta se stesso e la sua conversione attraverso la musica suonando i pezzi più significativi della "trilogia cristiana". Abbandonando momentaneamente quell'atmosfera che caratterizzava le performance acustiche del passato, ovvero ciò che l'ha sempre identificato nel cuore di chi lo ascolta. Nelle scene di Trouble No More, ma in particolare nella produzione discografica da Slow Train Coming a Shot of Love, gli arrangiamenti pomposi, i cori di tradizione gospel, il ritmo concitato della batteria sono elementi di sorpresa, quasi di choc culturale rispetto all'idealizzazione popolare di Dylan, eppure all'iniziale entusiasmo - anche e soprattutto di chi non conosce bene la figura in questione - subentra una pericolosa sensazione di noia e nemmeno la bontà dei pezzi eseguiti dal vivo riesce a mitigare questa superficialità, questa mancanza di inventiva e di interpretazione. Ciò che in fondo ci si aspetterebbe da un'operazione cinematografica o documentaristica. Purtroppo non è il caso di Trouble No More: molti guai, al contrario del titolo, e poco altro.

Festa del Cinema di Roma 2017 Per raccontare la svolta religiosa e controversa del lavoro musicale di Bob Dylan, la regista Jennifer Lebeau sceglie la strada più convenzionale possibile aiutata dagli interventi di Michael Shannon nei panni di un predicatore di finzione. Alternando così immagini di repertorio ai monologhi dell'attore, il docu-film sembra non avere idee e non offre una lettura interessante sull'argomento, al contrario intrigante e culturalmente discutibile, risultando insufficiente e poco coinvolgente; colpa forse dei mancati sottotitoli alle parti cantate, grave pecca dell'edizione italiana.

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