Recensione Tropic Thunder

Il "tornado tropicale" dell'ironia colpisce nel segno.

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Di cosa si nutre il cinema?

Qual è la massima aspirazione per un veterano di guerra, se non diventare scrittore di un best seller e rivivere le proprie avventure al cinema?
Quale migliore sfida per un attore già cinque volte premio oscar, che cambiare pigmentazione cutanea per interpretare un personaggio completamente diverso da sè stesso?
E quale conferma più grande al proprio successo da B-boy, se non la partecipazione da co-protagonista ad un film autoriale?
Sono, queste, solo tre delle infinite, sagaci, e decisamente poco velate, polemiche contro lo star system -e tutto ciò che vi gira attorno- presenti in Tropic Thunder, ultima fatica di Ben Stiller, che torna alla regia anni dopo Zoolander. Anche qui si tratta di un film satirico e scevro di ogni minima parvenza di politically correct; l'effetto finale è inoltre enormemente accentuato dal fatto che la freccia scagliata, in questo caso, non prende di mira un'industria solamente collaterale a quella del cinema come quella della moda, ma punta dritta al cuore di Hollywood, alle sue manie, alle sue esagerazioni e stravaganze, concesse spesso troppo permissivamente a tutti i suoi "manovali".

La comicità deriva sempre dal vissuto quotidiano

La prima idea per questo film Stiller l'ebbe già vent'anni fa, sul set de "L'Impero del Sole", quando ancora non era un attore affermato. Alcuni suoi colleghi avevano partecipato a dei "survival training" per attori, raccontando al ritorno dall'esperienza come "la loro vita fosse cambiata da quel momento". All'attore newyorkese sembrò quantomeno buffa quell'affermazione, dato che comunque quelli erano solo allenamenti "prefabbricati" che non avevano alcuna valenza sul piano pratico, e durante i quali non si rischiava veramente alcunchè: i suoi colleghi non sarebbero, ad ogni modo, morti, nè di fame, ne per una scarica di fucile. Da lì la convinzione che nell'industria del cinema tutto è finto e tutto è relativo, e l'idea di un film satirico su di un gruppo di attori viziati alle prese con un film di guerra che diventa improvvisamente "reale".
Dopo anni di scripting, ritagliato nelle pause di realizzazione dei precedenti successi, l'attore riesce infine ad avere un copione convincente e a metter su un cast di tutto rispetto, che ha nello stesso Stiller, in Jack Black, e in Robert Downey Jr. le sue punte di diamante, ma le cui comparsate valgono, da sole, buona parte del prezzo del biglietto, anche estrapolate dal contesto.

Quando un attore non sa distinguere tra copione e vita reale

Hollywood, ai giorni nostri: il produttore Les Grossman (un irriconoscibile Tom Cruise) e il regista Damien Cockburn (Steve Coogan) sono impegnati nelle prime scene di girato del loro nuovo lavoro, un film sulla guerra del Vietnam, basato sul libro scritto da un sedicente veterano, Four Leaf Tayback (Nick Nolte). L'unica cosa che funziona sul set, però, sono effetti speciali ed esplosioni, assicurati dal maniaco della pirotecnica Cody (Danny R. McBride): tutti gli attori scelti per interpretare la pellicola infatti, per un motivo o per l'altro, non fanno che combinare disastri e ritardare l'effettiva realizzazione dello stesso per via della loro indole; abbiamo Tugg Speedman (Ben Stiller), star dei film d'azione spaccamascella, che dopo una parentesi nel genere "sentimental-familiare", in cui ha interpretato il ragazzo down Simple Jack (parodia dei vari "Forrest Gump" che tanto ha fatto infuriare una discreta parte di America bigotta), tenta la strada del cinema impegnato. Jeff Portnoy (Jack Black) è il classico attore dedito ad ogni tipo di eccesso: sovrappeso, dipendente da cocaina, scurrile, come Speedman vuole fare il grande passo, provenendo dal genere comico-pecoreccio. Kirk Lazarus (Robert Downey Jr.) infine, è un pluripremiato attore di origine australiana che pur di dimostrare la sua abnegazione al suo ruolo si sottopone ad un assurdo trattamento di chirurgia volto a permettergli di interpretare il ruolo del Sergente di colore Osiris "senza ulteriori trucchi".
Completano il gruppetto di interpreti Alpa Chino (Brandon T. Jackson) tipico esempio di "attoruncolo" strappato al mondo della musica pop per motivi pubblicitari, e Kevin Sandusky (Jay Baruchel), giovane appena uscito dall'Actor's Studio, ancora pieno di buone intenzioni ed ingenuità, e quindi un povero pesce rosso in mezzo al variegato oceano rappresentato dai colleghi.
Quando la produzione rischia di andare a rotoli per via delle prove non proprio esaltanti dei nostri "eroi", Cockburn accetta la proposta di Four Leaf di sbattere i protagonisti nel folto di una vera giungla, per ottenere scene più realistiche...espediente che farà finire i nostri nel bel mezzo del territorio di alcuni sanguinari (ma al contempo ridicoli) narcotrafficanti, senza che essi stessi riescano più a distinguere tra realtà e finzione scenica.

Tutti vittime e carnefici

Dissacrante ed esplosivo, Tropic Thunder non risparmia nulla e nessuno: i grandi classici e le commercialate, i divi e le meteore, chi sta davanti e chi sta dietro la macchina da presa. La parodia comincia prima ancora del film stesso, preceduto com'è da alcuni fake trailer ed una "finta pubblicità vera": quella della bevanda energetica "Booty Sweat", che da finta trovata commerciale si è trasformata in una vera trovata commerciale, giusto per ricordare quanto in questo mondo sia labile il confine tra realtà e finzione. Gli stessi finti trailer sono piccoli capolavori, volti a pubblicizzare i presunti ultimi lavori di Speedman, Portnoy e Lazarus: il rullante ed esagerato "Scorcher VI: Global Meltdown", il becero "The Fatties: Fart 2" (con Black che interpreta tutti i ruoli disponibili, come un novello Eddie Murphy), e infine "Satan's Alley", gustosa parodia di Brokeback Mountain.
Di lì in poi, la pellicola si snoda a spron battuto senza indugio nè un attimo di sosta, e senza perdere una sola opportunità per inserire ovunque citazioni e ironia alla maniera tipica di Stiller. Alcune trovate risultano decisamente grottesche e suscitano risate non troppo fini, ma sono piccole cadute di stile assolutamente volute e volte a ridicolizzare chi su queste scene, situazioni e personaggi ci "mangia" ogni giorno presentandole come merce "seria" e dignitosa. Il lancio del ragazzino vietnamita dal ponte, l'uso reiterato della parola "ritardato" a proposito del tanto discusso Simple Jack, l'ironia sugli sbudellamenti e sulle teste mozzate, non devono dunque scandalizzare, in quanto il loro obiettivo è proprio il sensibilizzare gli spettatori all'uso (e abuso) che spesso si fa di situazioni "delicate" in produzioni teoricamente molto più serie di queste.

Quando la realtà supera la fantasia

Come abbiamo già accennato, tutto il film si svolge in equilibrio sul sottile filo che delinea il confine tra realtà e fantasia: Stiller sembra quasi affermare che le situazioni che vivono i personaggi del film non sono poi così distanti dalla realtà, che esistono davvero produttori preoccupati solo al portafogli e alle reazioni dello showbiz, che passano il tempo a giocare al wii mentre gestiscono patrimoni di miliardi di dollari (e molte delle vite ad essi collegati); maghi degli effetti speciali che sono in realtà pazzi dinamitardi pagati per essere pericolosi; registi falliti che inseguono per una vita progetti sballati senza capo nè coda, e che si rifugiano dietro l'etichetta di "artisti" per giustificare i propri esperimenti obbrobriosi.
Stiller invita ad accorgersi che spesso la realtà supera la fantasia, in quanto molti degli spunti comici del film derivano da fatti realmente accaduti, solo in parte mascherati nella trama del film ma comunque riconoscibilissimi.

Un film "serio" se non fosse per i suoi 107 minuti di ironia...

Dal punto di vista strettamente tecnico, Tropic Thunder stupisce, per via di una qualità generale che esula da quella che potremmo aspettarci da un film di questo genere, di solito basata unicamente sull'istrionicità degli interpreti principali e sul copione affidato agli stessi.
Il budget, tutt'altro che modesto (ma non certo faraonico) ha permesso di girare le bellissime scene nella giungla dell'isola hawaiiana di Kauai (dove lo stesso Stiller possiede una villa), mentre gli effetti speciali, le esplosioni, le scene in elicottero, stupiscono per l'ottima realizzazione e resa sullo schermo, e non sfigurerebbero in un cosiddetto film "serio" sulla guerra. L'intenzione di Stiller di richiamare alla mente i classici del genere, quali Platoon, Apocalypse Now o Full Metal Jacket, per riportarli poi ad una dimensione "umana", che ci fa vedere le contraddizioni insite anche nei capolavori, si può dire così pienamente riuscita.
Convincente allo stesso modo anche la colonna sonora, che sottolinea con pacata ironia, e i suoi vistosi salti di genere, quanto vediamo su schermo.
La regia infine è forse un pò metodica, ma l'ottimo montaggio sopperisce e aggrega bene le varie situazioni.
La cosa più rimarchevole, tuttavia, rimane l'interpretazione dei protagonisti (e degli "ospiti" dei vari cameo): sulla bravura di Stiller e Black in questo genere non si discute, ma Downey e Cruise, provenienti da ruoli decisamente più charmanti, si rivelano assolutamente sorprendenti. L'uno interpretando un "australiano che interpreta un nero americano", un compassato genio della drammaturgia che poi tanto compassato non è, l'altro nella prova più spassosa e fuori dalle righe della propria carriera, accomunati entrambi da un lavoro di make up che li rende irriconoscibili.
L'unica cosa di cui forse si sente la mancanza, avendo altrimenti avuto il coraggio di dissacrare qualunque cosa, è la mancanza di una figura femminile, magari nel doppio ruolo di "Rambo in gonnella" e "fanciulla da salvare" tipica dei film d'azione: forse troppo facile per Stiller sparare a zero su un bersaglio così abusato?

Tropic Thunder Tropic Thunder diverte e stupisce, soprattutto per il suo messaggio, chiaro fin dai primi minuti di film: dimenticate la classica "sospensione dell'incredulità" e divertitevi con la nostra "finta realtà". Visto con gli occhi della fantasia infatti il nuovo parto di Stiller risulta assurdo e roboante: guardato con occhi critici invece assume una connotazione tutta sua, che tiene incollati alle sedie e fa venire le lacrime agli occhi per le risate. Senza finte e facili morali, con molta onestà e una dose notevole di autoironia, Stiller e compagni dipingono un'impietoso affresco della Hollywood di ieri, oggi, e con tutta probabilità, anche domani. E la cosa più bella è che gli attori stessi, che appaiano per pochi secondi o per gran parte della pellicola, che interpretino un altro stereotipo di attore, sè stessi, o una rappresentazione "fasulla" di sè stessi (Nick Nolte che fa la parodia dei suoi ruoli più famosi è spettacolare) si sono mostrati aperti e disponibili a prendersi in giro da soli. Il che fa ben sperare per il futuro del cinema, forse non così nero come vuol dipengerlo questa pellicola.

7.5

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