ROMA 2011

Tre uomini e una pecora, la recensione del film di Stephan Elliott

La pungente ironia di Stephan Elliott frullata nel gorgo dei matrimoni sventurati in Tre uomini e una pecora: la recensione del film.

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Arriverà da noi con il titolo -privo di ogni appeal e piuttosto fuorviante- di "Tre uomini e una pecora" l'ultimo film di Stephan Elliott, che ancora non stufo delle atmosfere nuziali (in gioventù il suo cavallo di battaglia furono i filmini di matrimonio!) passa dalle schermaglie del precedente Un matrimonio all'inglese alle disastrose sventure di un altro matrimonio in famiglia, invertendo sostanzialmente il corollario di base: questa volta è infatti l'uomo qualunque a doversi far accettare dalla multimilionaria famiglia di lei (Mia), figlia di uno stimato senatore australiano e di una scatenata madre (Olivia Newton John) nascosta dietro a una sofisticata lady dell'alta società. Ma andiamo con ordine.

Quando l'inglese David (lo Xavier Samuel recentemente portato al successo dal terzo film della saga di Twilight: Eclipse), di ritorno da una vacanza in Australia annuncia ai suoi storici amici (che hanno rimpiazzato fino a quel momento la famiglia del ragazzo, rimasto orfano molto presto) di volersi sposare, si tratta di un fulmine a ciel sereno, accolto con schietta titubanza ("le storie estive dovrebbero finire in un aeroporto e non sull'altare") da Tom, (l'esilarante Kris Marshall già visto anche in Un matrimonio all'inglese) il più scafato dei tre amici, e con un certo intontimento dagli altri due (di cui uno, appena mollato, è in stato catatonico-depressivo). Nonostante la direzione che prenderà infine la storia sia più che prevedibile, l'incontro/scontro di due mondi agli antipodi messi a confronto (ricchi e poveri, altolocati e ‘triviali') darà vita a tutta una serie di disavventure (che avranno per protagonisti assoluti uno spassoso 'pecorone' vittima di umane follie e un incazzoso spacciatore con tendenze omosessuali) che ostacoleranno non poco il raggiungimento dell'obiettivo (quel sogno filmato nelle scene d'apertura di due cuori e un'isola), in una parabola d'amore ostacolato che trasla I promessi sposi ai contesti più scafati/sboccati di oggi.


Second opinion

(A cura di Antonella Murolo)
Una comitiva di amici un po’ sopra le righe, un matrimonio con l’erede di una famiglia ricca e apparentemente impeccabile, un ricevimento in una terra lontana... no, vi assicuro che non vi sto elencando gli ingredienti che compongono la trama de Una notte da leoni. Si tratta invece di A Few Best Men, che in Italia arriverà la prossima primavera con il titolo di Tre uomini e una pecora, commedia australiana diretta da Stephan Elliot che effettivamente, sia per quanto riguarda la storia che lo svolgimento della narrazione, deve molto al successo surreale dei pazzo branco di Todd Phillips. Va bene, non si tratterà certo dell’opera più originale presente al momento sul mercato, ma non si può negare che la pellicola diverte senza farsi troppi problemi, esagerando le situazioni e portandole all’estremo proprio come impone il suo genere, scatenando conseguenze che spesso cadono volutamente nel volgare e ricalcando la falsa riga del “non c’è mai fine al peggio”. Niente di nuovo quindi sul fronte della costruzione narrativa, dove caratterizzazione dei personaggi e susseguirsi febbricitante degli eventi sa di già visto fin dalle prime scene: eppure, nonostante ciò, il film si presenta comunque come un punto di vista diverso sulla stessa solita storia, una commedia discreta che divertirà gli appassionati di genere. Non si griderà certo al capolavoro, ma difficilmente lo spettatore tornerà a casa scocciato dall’idea di essere stato invitato all’ennesimo pazzo matrimonio..."all’inglese"!

S'ha da fare?

Riapplicata la formula, oramai quasi abusata, dei matrimoni a suon di confetti e gag degli equivoci (in cui davvero lo sviluppo tentacolare di incidenti di ogni tipo - inclusi e immancabili quelli a sfondo escretivo), l'australiano Stephan Elliott, pungente autore di opere come Scherzi maligni e Priscilla, la regina del deserto, punta stavolta tutto sulla straordinaria coesione comica dei suoi tre protagonisti e sulla costruzione di situazioni esilaranti nel loro essere sempre oltre il limite del buon senso, del pudore, di quegli schemi in cui un matrimonio che si rispetti (tanto più se ha per invitati funzionari delle alte cariche dello stato) dovrebbe inscriversi. Il maggiore punto di forza del film è senza dubbio la scrittura di Dean Craig (già autore del farsesco Funeral Party), che pur nella canonicità del tema riesce a tirar fuori dal cilindro creativo una serie di momenti e dialoghi davvero ottimamente confezionati che fanno (in più di un'occasione) ridere di gusto. D'altro canto, però, è pur vero che la presenza di un format trito e ritrito che veleggia verso un finale davvero scontato e condito di retorica, privano il film di quello slancio in più che avrebbe sicuramente avuto se fosse stato apripista del genere (pare che la sceneggiatura sia stata scritta in anni ancora non sospetti per il filone comico/nuziale, ma battere la concorrenza sul tempo, si sa, in questi casi è d'obbligo).

Tre uomini e una pecora L’australiano Stephan Elliott (Scherzi maligni, Priscilla regina del deserto, Un matrimonio all’inglese) propone su grande schermo l’ultimo capitolo del filone matrimoniale/demenziale associato a vicissitudini rocambolesche di ogni genere. Se da un lato la struttura comica è ben oliata grazie a un trio di attori bravo e affiatato e a un ottimo lavoro di scrittura dei dialoghi (che rendono il film assai godibile e divertente) l’eccessivo effetto déjà-vu che le tematiche del film propongono, smorzano non poco il potenziale dello stesso, che finisce per auto(affermarsi) come un lavoro ben fatto ma privo di uno scheletro narrativo originale, capace di regalare allo spettatore qualcosa in più di due ore (scarse) di divertimento prêt-à-porter.

6.5

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