Tra cinque minuti in scena, Gianna Coletti si rapporta con il teatro

Il vero rapporto di Gianna Coletti con la madre e il teatro, in un toccante docu-film dalle immagini fiabesche.

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Si apre così l’undicesima edizione del Festival del Cinema Italiano visto da Milano, uno degli appuntamenti cinematografici all’occhiello del calendario milanese: si apre con un’opera prima gustosa ed interessante, capace di produrre un risultato ibrido e positivo oltre le aspettative. Tra cinque minuti in scena è tante cose, ma soprattutto è lo sfogo di una donna ben precisa, Gianna Coletti, che interpreta se stessa in un serrato dialogo con gli interlocutori che le hanno segnato la vita: la recitazione soprattutto a teatro e quella madre strepitosa e un po’ sopra le righe, Anna Coletti, che per l’appunto allo spettacolo l’aveva indirizzata. Alla sua opera prima, Laura Chiossone firma una creatura dai confini ambigui, sospesa fra documentario (come la stessa regista l’ha presentato in sala) e fiction, capace di unire con un sapiente montaggio, una fotografia quasi fiabesca e un occhio dotato i ritagli di vita reale, quella quotidiana di Gianna con la madre, con la storia parallela dell’allestimento di uno spettacolo teatrale, ovviamente finzionale quest’ultima. Un attento e delicatissimo bricolage davvero notevole per un’opera prima. E senz’altro coraggioso.

“PAPà COSA TI FACEVA COME REGALO...?”

« Papà cosa ti faceva come regalo? Ti faceva i fiori? Le torte? I diamanti? » « ...le corna! »
Basterebbe questo scambio di battute colto dal vero per sintetizzare la colonna portante del film: Gianna e il rapporto con la madre anziana, non più autonoma, che costringe la figlia a confrontarsi con le memorie del passato, ad affogare nei ricordi quando si dirige a teatro e ripensa a come la madre l’aveva lanciata nello spettacolo, facendole studiare canto, recitazione, pianoforte, chitarra e tip tap. Se da una parte Gianna è impegnata a badare alla madre in ogni ritaglio di tempo e anche durante il lavoro, dall’altra continua la professione di attrice e s’imbarca in uno scapestrato spettacolo teatrale in cui i soldi sembrano non arrivare mai e il corpo attoriale è una gag continua, tra l’attrice piena di sé e che si crede arrivata e una giovane bosniaca (« Continuavano a cadere bombe, e io ho pensato... se mai finirà, voglio fare l’attrice » « E sei venuta in Italia?! Dovevi andare a Broadway! »), quella più ansiosa e alle prime esperienze e l’attore cinico e disilluso dalla vita. Caso vuole che anche lo spettacolo teatrale parli di un rapporto (molto più esilarante e quasi slapstick però) tra madre anziana e figlia che deve prendersene cura, con Gianna in quest’ultimo ruolo. Lo scivolamento dei ruoli in un gioco di specchi e la confusione di livelli tra realtà e palcoscenico si rincorrono fino alla conclusione.

“CI MANCANO I SOLDI...”

Il rapporto genitori-figli al momento della terza età e dei sacrifici è uno dei temi scottanti e sempre più frequentemente affrontati nelle ultime stagioni cinematografiche (basti pensare a Cloud Atlas, Quartet, Robot & Frank, ma anche ad altri esperimenti docufilmici tricolori, come Smettere di fumare fumando). In questo caso però è tanto profondo quanto a suo modo divertente, un sorriso nostalgico che si apre sulla memoria: sarà perché la macchina da presa segue il vero rapporto tra due vere persone, sarà perché mischia questa presa dal vero ad una tecnica completamente cinematografica (lontana dalle immagini sobrie, spartane e quasi austere del documentario realistico, insomma) fatta di colori pastosi e figure isolate in primo piano, stagliate su sfocati sfondi colorati lontani e indecifrabili, ma questo rapporto è autentico, struggente e fortemente emotivo. Che si estende e diventa un lascito generale degli affetti più importanti di Gianna, assieme al teatro al quale la madre l’ha sempre indirizzata e che è indubbiamente un co-protagonista del film, al centro della narrazione e spesso intricato gomitolo da cui dipanare i fili delle polemiche per la difficoltà di fare teatro oggi, la mancanza di soldi e di sovvenzioni, gli intrallazzi. Che alla fine diventa un parallelismo della vita fuori dal palcoscenico, a fare i conti con se stessa e coi risultati ottenuti dalla propria esistenza.

Tra cinque minuti in scena Prova molto incoraggiante da parte di Laura Chiossone al suo esordio nella spietata giungla dei lungometraggi, impreziosita da uno sguardo poetico e da una fotografia di gran classe (Alessio Viola e Francesco Carini meritano sicuramente una menzione d’onore, e si può chiudere un occhio su alcuni di quei fuori fuoco che ogni tanto s’intravedono lungo la narrazione), Tra cinque minuti in scena è un film che riesce a coinvolgere e ad emozionare. Una visione consigliata.

7.5

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