Tornare a vincere, la recensione del dramma sportivo con Ben Affleck

Un classico dramma sportivo che concentra tutto sulla fenomenale interpretazione di Ben Affleck, qui al suo apice attoriale.

Tornare a vincere, la recensione del dramma sportivo con Ben Affleck
Articolo a cura di

Ci sono demoni in cui è troppo facile affondare. Perché pensi di poterli controllare. Tenerli lì, come compagni di viaggio in sottofondo. Senza renderti conto che ti hanno già inabissato, facendoti diventare parte della loro "vita", in un tiro alla fune dove però, all'altro capo, c'è un'ancora gettata in mare. Questo è Ben Affleck in Tornare a vincere. Questo è il demone della bottiglia. Ennesimo film mutilato dalla pandemia, così come era successo per L'uomo invisibile di Leigh Whannell o la critica sociale di The Hunt scritto da Lindelof, anche questo prodotto arriva in Italia sui maggiori siti di streaming, sia per l'acquisto che per il noleggio digitale. Un dramma sportivo diretto da Gavin O'Connor, che aveva magnetizzato critica e pubblico con lo splendido Warrior. E, dopotutto, anche Tornare a vincere raccoglie tante briciole lasciate da quel film. Scopriamo assieme quali.

Canestri e lattine

Jack Cunningham è un operaio edile. Lavora tanto, ma tiene le lattine di birra anche nella doccia. Da ragazzo è stato una promessa del basket universitario. Ora deve farsi accompagnare a casa ogni sera, ubriaco fradicio. A Gavin O'Connor bastano poche pennellate per inserire Ben Affleck nel suo film. Sceglie di mettersi al servizio della storia con la sua regia, seguendo i personaggi, ritagliandoli. Uno sguardo che passa con disinvoltura dai campi larghissimi al dettaglio, senza mai perdere di vista l'elemento umano della storia. Così tutto viene emanato e ritorna a Jack, fulcro totale della vicenda. Perché Gavin O'Connor con Tornare a vincere sa che non sta dicendo nulla di nuovo, ma lo sta raccontando bene.
Si prende i suoi spazi senza lasciare tempi morti, in una storia estremamente classica che non vuole farsi carico di innovazioni o particolari guizzi. Perché c'è solo una persona che deve reggerla sulle spalle: Ben Affleck.

Un Ben Affleck da tre punti

Il Jack di Tornare a vincere è di peso una delle migliori interpretazioni di Ben Affleck. Perché lui sta recitando sé stesso. Domina la scena, piazzandosi ovunque con la sua stazza, anche quando Gavin O'Connor lo taglia, rinchiudendolo negli specchi. L'ombra dell'alcolismo che da sempre divora la vita di Affleck si riverbera nel suo ruolo. Lungo tutto il film c'è un senso di disfatta solitaria che gli scava il volto. Una calda consapevolezza ghiacciata, una birra dietro l'altra che annebbia tutti i sensi. Ancora, ancora e ancora. Jack vuole smettere di sentire emozioni. Ha già patito troppo. Qui Tornare a vincere guadagna punti, svolazzando sul trauma di Jack, facendo ampi cerchi fino ad afferrarlo al volo e sventrarlo davanti ai nostri occhi. Ben Affleck è Jack, in ogni microespressione, dalla rivalsa al pentimento. Perché lui sente che può almeno trovare uno scopo, uno scampolo di sobrietà sentimentale.
Può farlo tramite il basket, sfruttando la classica storia della squadra da allenare, promettente ma allo sbando. I demoni, però, non smettono mai di sussurrare. Gorgogliano dal fondo di un bicchiere, quello che Jack sa di dover bere.
Perché l'alcol annega i suoi rimorsi, attenua i rimpianti, permette di non pensare. E il lavoro minuzioso che Ben Affleck compie si sprigiona da ogni primo piano: un volto continuamente levigato dalla dipendenza, come se non meritasse altro dalla vita.

The Way Back

Il senso principale di Tornare a vincere si perde con il titolo italiano. The Way Back consegna la sfumatura giusta che il film ricerca. Perché non è importante la vittoria, e neanche infilare a tutti i costi quel tiro da tre punti. Forse, a conti fatti, bisogna prima sentire il ruvido del pallone mescolarsi con i polpastrelli.

È la via del ritorno quella da percorrere, la scala verso l'inferno dell'inappetenza emotiva che sbuca sotto un cielo stellato. Il lavoro duro e costante su sé stessi, un cammino su cui spesso ci si schianta, inciampando nelle vite altrui.
Ecco perché il classicismo (quasi al limite del cliché) di Gavin O'Connor funziona. Perché nella sua assoluta semplicità racconta una vita vera, un uomo come Affleck profondamente spaccato ma in grado di provare a fare centro, anche da solo.

Tornare a vincere non ha particolari guizzi di scrittura, è a tratti prevedibile e si inserisce perfettamente nel filone dei drammi sportivi, riprendendone tutti gli stilemi. Ma così doveva essere. Per costruire la commistione totale tra arte e vita per Affleck non c'era bisogno di un apparato fatto di ghirigori e iperboli narrative. Servivano solo una squadra da allenare e un'esistenza di cui raccogliere i cocci. Taglienti e aggressivi, pronti a lacerare le mani una volta tirati su, ma impossibili da lasciare per terra. Affleck riprende il magistrale Nicholas Cage di Via da Las Vegas, usandolo come ispirazione e nemesi, passando per il Nick Nolte proprio di Warrior. Un percorso quasi inevitabile, che idealizza il cinema per riportarlo in mezzo al fango della vita vera. E magari, nel farlo, sentire il fruscio della rete che si muove, accarezzata dal pallone.

Tornare a vincere Un film costruito sulla sofferta interpretazione di Ben Affleck. L'attore si carica sulle spalle Tornare a vincere, mescolando vita e arte per combattere anche sullo schermo il demone della bottiglia. Il dramma sportivo diretto da Gavin O'Connor serve quindi solo come terreno di gioco per una battaglia ben più complicata. La spirale angosciante dell'alcolismo diventa dannatamente viva sul volto di Affleck, scavato e sofferente nell'imponenza con cui domina lo schermo. E sebbene la storia sia piena di cliché (a tratti anche stucchevoli), la via del ritorno di Ben Affleck è tutto quello che serve per non distogliere mai lo sguardo. Anche nei momenti più bui.

7

Quanto attendi: Tornare a vincere

Hype
Hype totali: 9
74%
nd