Tolo Tolo, la recensione del nuovo film di Checco Zalone

L'esordio alla regia del comico pugliese è anche la sua commedia più umana e complessa, comunque zaloniana fino al midollo.

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Checco Zalone torna al cinema con una bella lezione di umanità. Tutto inizia nella Murgia Pugliese, a Spinazzola, dove il nostro "eroe" apre un ristorante di Sushi tra i meravigliosi scorci della città. Già "fusion" e aperto all'integrazione in partenza, il protagonista vede fallire l'attività in un batter d'occhio, fuggendo così all'estero per evitare creditori ed ex-mogli, lavorando come cameriere in un paradisiaco resort africano. Qui può continuare a sognare lontano da IRPEF, IRAP, Equitalia e parenti-serpenti, almeno finché non scoppia una rivolta guidata da una cellula miliziana della zona, costringendolo ad abbandonare tutto e subito insieme all'amico e collega Oumar, che ha il sogno di diventare regista in Italia, sulle orme dei grandi del Neorealismo.

Inizia così il viaggio della speranza di Checco, che tenta di rientrare nei confini del Bel Paese come clandestino, immigrato, unico uomo bianco tra gli africani, in cerca di accoglienza e inserimento nonostante qualche brutto "attacco di patriottismo". E tra metafore e cinismo, ironia e comicità demenziale, ne viene fuori un intelligente e coraggioso spaccato dei nostri giorni, che va soprattutto ad attaccare - ridendoci sopra - tutte quelle contraddizioni che ormai da anni contraddistinguono noi italiani.

Tolo Tolo e la maschera zaloniana

Tolo Tolo vuol dire "solo solo". È un titolo splendido e centrato per due ragioni: è il film d'esordio alla regia (in solitaria) di Checco Zalone ed è un richiamo a diversi aspetti essenziali della pellicola. C'è dentro la fiducia di un bambino, (Doudou, "come il cane di Berlusconi") in se stesso e tutto il percorso del protagonista verso l'Italia, contrappasso cinematografico di quello reale dei rifugiati perché in qualche modo punitivo per un intero popolo, quasi modello d'espiazione.
Cerca il confronto attraverso l'ironia, Zalone, questa volta partendo da un tema più umano e affrontato a suo modo con più delicatezza. Forse in questo si avverte soprattutto la mano di Paolo Virzì (co-sceneggiatore), ma il comico pugliese ha ammesso di "essersi lentamente appropriato" del progetto, cucendoselo addosso. Non ha tradito l'idea di partenza ma l'ha resa sua, modellandola a sua immagine. Questo rende Tolo Tolo demenziale, pungente e spesso grottesco come i precedenti lavori dell'artista, eppure qualcosa lo eleva: forse una poetica di fondo più definita o probabilmente la drammatica attualità dei fatti raccontati.

Quale che sia la risposta, il film funziona, diverte e riflette al contempo con cinismo e leggerezza sulla scorrettezza della politica odierna, assestando più di un colpo carico di sagacia. Non un film politico, comunque, perché racconta soprattutto la realtà contemporanea di un Paese sull'orlo del collasso e di un popolo sempre più bilioso, guidato dai luoghi comuni, ribaltando le parti e rendendo diverso tra gli immigrati proprio un italiano come tanti.
Il Checco di Tolo Tolo è un imprenditore fallito e inseguito dai creditori che pensa "ai ca**i suoi" persino nel bel mezzo dell'esplosione di una bomba.

Gli prende il fascismo come viene la candida, "con stress, sole e poca idratazione", ma è una malattia insita nei geni nazionali, "gliel'ha trasmessa lo zio". Immancabile tamarro dai vestiti griffati, l'archetipo zaloniano è sempre uguale: rifugge furbescamente la legalità, dice cose assurde, si atteggia senza ritegno. È una maschera ormai conosciuta che cambia repertorio restando comunque ancorata al presente, ridisegnandolo per renderlo più ridicolo ed esorcizzare in qualche modo orrori e paure della realtà fattuale. La nostra politica è ad esempio un mix di figure di potere ormai indistinte? Gianni d'Addario diventa uno scalatore di poltrone "con la carriera di Di Maio, vestito come Conte e con il linguaggio di Salvini", perfetta metafora dei tempi che corrono, partito dal nulla e presto arrivato in alto sulle spalle degli altri.

Entusiasta principiante

Lungo l'intero percorso narrativo si passa anche attraverso splendidi scorci desertici, campi di prigionia libici e navi di soccorso delle ONG, inserendo nel discorso filmico tutta la tragica ma colorita (nel film almeno) trafila dei profughi. Uomini che non hanno pretese, a differenza di Checco, che invece non comprende la situazione in cui si trova, cercando solo di passare clandestinamente dall'Italia per raggiungere il Liechtenstein. Lo Stivale non vuole essere la meta obbligata ma un passaggio, almeno per qualcuno, come addirittura per l'unico italiano in gioco.
Partendo dalla Puglia fino ai tanti paesaggi magici africani, l'esordio di Zalone alla regia è anche meglio del previsto. Il film risponde in tutto e per tutto alle regole della commedia comica all'italiana, rispettando quella mediocre qualità visiva a cui siamo purtroppo abituati, ma tra una serie di campi lunghi ben organizzati, movimenti di macchina più frequenti rispetto a Gennaro Nunziante e a trovate estetiche aggiornate pesantemente (ma anche maldestramente) al digitale, bisogna dare credito al comico di una certa audacia, forse dettata dal suo essere entusiasta principiante.

I modelli di Zalone sono comunque Dino Risi, Alberto Sordi e Totò, dentro Tolo Tolo si cita Mamma Roma di Pasolini, il musical europeo e diventa spesso (nelle intenzioni) anche Felliniano, onirico. C'è persino un parallelismo autoriale con l'ultimo Dolor Y Gloria di Pedro Almodovar - con le dovute distanze - e una chiusura in salsa Mary Poppins assolutamente dissacrante e del tutto inaspettata.

Certo non è uno dei Padri e la sua volontà non vuole neanche essere quella, però è ardito, sbruffone, sprezzante del pericolo tanto nelle nuove canzoni (alcune faranno discutere più di Immigrato) e nella struttura di alcune sequenze, quanto nello scegliere le proprie ispirazioni e i relativi omaggi. È anche un film dal respiro più ampio dei precedenti e con un budget più elevato, dove Zalone ha riversato tutto se stesso in quattro anni di produzione, prendendosi un bel rischio ma raggiungendo un risultato che ci sentiamo di promuovere con sollievo.

Tolo Tolo A quattro anni di distanza da Quo Vado?, Checco Zalone torna al cinema con Tolo Tolo, una commedia cinica, demenziale e dissacrante sulle tante contraddizioni che contraddistinguono oggi (ma alcune da sempre) l'Italia e gli italiani, partendo però dall'Africa. In un gioco di specchi e ribaltamenti che toccano drammi, realtà fattuali e politica, il comico pugliese diventa a sua volta immigrato e clandestino, unico "diverso" del gruppo. Riesce a essere attuale e irriverente, spassoso e grottesco, assecondando una certa poetica di fondo più marcata rispetto ai precedenti lavori, questo anche grazie alla grande lezione d'umanità che dà attraverso il racconto del viaggio del suo protagonista. Non mancano pesanti stoccate, canzoni discutibili e un'estetica non sempre efficace, ma l'esordio alla regia di Zalone è furbo e coraggioso, a tratti persino sbruffone e citazionista, fino ad arrivare alla chiusura più assurda e dissacrante che possiate immaginare.

7

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