Tigertail, la recensione del dramma Netflix di Alan Yang

Un racconto su tre linee temporali dove Alan Yang (creatore di Master of None) ripercorre la vita del padre, emigrato da Taiwan a New York.

Tigertail, la recensione del dramma Netflix di Alan Yang
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Una risaia verde corre sotto le mani di un bambino. Deve tornare a casa dai nonni, arrivano i soldati. Il bambino ora è grande, balla con una ragazza. Sono follemente innamorati, anche se non vogliono ammetterlo. Adesso il bambino è padre, è lontanissimo da casa, e anche da sé stesso. Con Tigertail, Alan Yang (Emmy per Master of None) racconta la storia di suo papà, emigrato da Taiwan agli Stati Uniti. Un film indie dalle atmosfere molto festivaliere, che Netflix decide di produrre e lanciare nel suo catalogo. Un racconto generazionale che vuole parlare a tutti, senza però centrare completamente l'obbiettivo, nonostante l'esordio dietro la macchina da presa di Alan Yang sia ricco di spunti e buona volontà. Vediamo assieme come e perché.

Piani temporali

Tigertail non lascia molto all'immaginazione dello spettatore. Il voice-over iniziale (raccontato dal vero padre di Alan Yang) ci inserisce subito nel mood di una storia su diversi piani temporali. Il primo, quello del protagonista da bambino, viene però abbandonato subito. Ed è un peccato, perché poteva rivelarsi il più suggestivo, dove bastavano i suoni delle immagini per farci capire tutto. L'estrema povertà, l'esercito Kuomintang a ispezionare le case durante le tensioni con la Cina, la doppia lingua (taiwanese e mandarino). C'era tanto da esplorare. Ma Tigertail accantona presto l'infanzia per infilarsi di forza nell'adolescenza di Pin-Jui e del suo innamoramento con Yuan. Anche di questo arco temporale è più incisivo il rapporto del giovane con la madre, l'estrema povertà della fabbrica e la voglia del ragazzo di scappare negli Stati Uniti, sperando di poter avere un futuro migliore. E, magari, di donarlo anche alla mamma. Ma per andare avanti spesso bisogna spezzarsi il cuore e lasciarlo indietro. Così Tigertail ci porta in America, con un Pin-Jui adulto incapace di parlare alla figlia, bloccato nei rapporti affettivi. Inerme. Allora bisogna tornare e cercare i cocci.

Voler raccontare tutto

È un problema che spesso patiscono le opere prime: la voglia di mettere dentro tutto il vissuto del proprio autore. Alan Yang, sceneggiatore e regista, compie lo stesso errore. Affronta tantissimi argomenti, troppi per un'ora e mezza di film. O, meglio, troppo sbilanciati. Alcuni personaggi soffrono il poco approfondimento (Angela, la figlia di Pin-Jui, o Zhenzhen), e si fatica a empatizzare con loro. La prima linea temporale è troppo scarna, nonostante la ripresa finale, e sbilancia la narrazione. Si intravede una forte volontà di trasmettere una vita intera, ma tanti dialoghi risultano piatti, semplicistici, senza un vero mordente, nonostante la potenza che il non detto fa scaturire, e che dovrebbe tirare fuori parole profonde in uno scontro generazionale. Poi però spuntano steli fra le crepe. In Tigertail c'è un senso di perdita dell'infanzia come stato di natura che permea tutta l'opera. La spensieratezza che diventa dovere, lavoro, e che trasforma il protagonista in un automa, incapace di provare sentimenti. Tzi Ma (Pin-Jui adulto) racchiude sul volto le cicatrici emotive, mescolate con i grumi dell'incomunicabilità. E noi vorremmo soltanto riuscisse a scioglierli.

Tornare a casa per ripartire

Alan Yang è uno splendido autore di serie comedy (basti pensare a Parks and Recreation e Master of None), con una verve scrittoria tutta personale. Qua, nel dramma, purtroppo un po' si perde. Ma la sua visione registica riesce a prendere forma, azzannando con rispetto tutto un cinema orientale contemporaneo (quello di Lee Chang-dong, Jia Zhangke o Lulu Wang).

Ancora acerbo sotto tanti aspetti, Tigertail è però un ottimo punto di partenza per una carriera indie, che potrebbe trasformarsi in altro, magari proprio grazie alla Marvel. C'è questa continua voglia di grattare la polvere dal passato, per riuscire a metterla definitivamente via.
Ecco perché il ritorno a casa è importante, anche fra muri sventrati: appiana i sentimenti con un fruscio d'erba, permettendo di tornare bambini per diventare, finalmente, adulti migliori. E guardare attraverso quella finestra era l'unica cosa che serviva. Perché il vuoto che c'è oltre ha appena riempito di ricordi la nostra anima.

Tigertail Tigertail vuole racchiudere la storia di una vita in un unico film. Con tutti i suoi dolori, i rimpianti, i rimorsi e lo strascico di ricordi che si porta dietro. Alan Yang (Emmy per Master of None) ci riesce a tratti, non centrando sempre l'obbiettivo nella vicenda che si dipana su tre piani temporali diversi. Il giovane cineasta scrive e dirige però un dramma su cui poter costruire una grande carriera futura. Un'opera prima che, seppur acerba e sbilanciata proprio nella sua volontà di raccontare tutto (forse, troppo), consegna piccole gemme in grado di fiorire. E alla fine, inevitabilmente, rimarremo tutti a guardare l'erba frusciare oltre la finestra.

6.5

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