Recensione This Must Be the Place

L'atteso esordio 'yankee' del nostro Paolo Sorrentino

recensione This Must Be the Place
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Le note di Da Da Da dei Trio che accompagnavano i titoli di coda de Il Divo risuonano ancora oggi nelle orecchie di molti. E non è un caso - forse - che uno dei temi predominanti della nuova fatica registica di Paolo Sorrentino sia proprio la musica, ma non una musica qualsiasi. Parliamo infatti di Rock ‘n Roll, genere che annovera nel proprio albo il contributo di artisti come Jimi Hendrix, i Rolling Stones, i Led Zeppelin, gli AC/DC e i Talking Heads, e sono proprio quest’ultimi ad aver ispirato il 41enne regista partenopeo per dare vita alla sua quinta opera cinematografica, la prima della sua filmografia girata in lingua inglese. This must be the Place è infatti il titolo di una loro canzone del 1983 contenuta nell’album Speaking in Tongues, che anticipa già buona parte della trama e il cui ritmo trascinante farà spesso da sfondo allo scorrere degli eventi.
Caratteristica principale del cinema di Paolo Sorrentino è però quella di non adagiarsi mai sul lavoro di altri, come testimoniano, d’altronde, i quattro film da lui diretti precedentemente, che seppur ispirati all’attualità erano tutti, senza eccezione, partoriti dalla sola ed unica immaginazione del regista senza “debiti” di alcun tipo. Regola confermata anche in questo This must be the Place, che trae sì origine dal già citato pezzo della band statunitense capitanata da David Byrne - il quale, oltre ad aver firmato la colonna sonora del film, è protagonista di un’esibizione musicale live e compare in un cameo nel ruolo di se stesso - ma sviluppa comunque una storia priva di qualsiasi riferimento al testo della canzone, se non a livello superficiale.

THIS MUST BE THE CASE

Abbiamo esordito dicendo che - forse - non era un caso che una delle tematiche che stanno al centro di This must be the Place fosse la musica, elemento tenuto sempre in grande risalto da Sorrentino in tutte le sue pellicole, spesso utilizzato in modo quasi schizofrenico ma estremamente fedele alla trama e allo spessore psicologico dei personaggi, altro punto forte della produzione Sorrentiniana.
Come non è un caso che il protagonista della pellicola sia un personaggio che, alla musica, ha dedicato tutta una vita e che, ora, vive isolato dal mondo nella sua villa di Dublino in compagnia di sua moglie, del suo cane e dei ricordi di una giovinezza passata sotto le luci della ribalta sniffando eroina - le siringhe gli fanno impressione - e tenendosi ben distante dal concedere una qualche attenzione ai propri familiari.
Stiamo parlando di Cheyenne - pseudonimo di John Smith - rockstar in declino lontana dalle scene da più di trent’anni, cui Sorrentino ha dato vita ispirandosi - insieme al co-sceneggiatore Umberto Contarello - al look cinereo e plumbeo di Robert Smith - diretta testimonianza ne è, appunto, il cognome - celebre front-man della rock-band britannica The Cure.
Capelli nero corvino folti e arruffati, occhi blu cobalto spenti e vitrei circondati da un marcato strato di rimmel, viso pallido e affranto ricoperto da cerone e rossetto rosso sulle labbra. Mancherebbe solo la sigaretta, ma il nostro Cheyenne non fuma e mai lo ha fatto. Perché? Perché in fondo è rimasto un bambino e solo i bambini non provano mai il desiderio di fumare. Almeno secondo quanto afferma un personaggio del film.
Questa insomma la figura androgina e opaca che il due volte premio Oscar Sean Penn ha accettato di interpretare. Un ruolo, se ben ci pensiamo, neanche troppo fuori dalle sue corde e non molto lontano dalle sue ultime performance recitative, in particolare quella fornita in Milk (2008), che gli ha fruttato, tra l’altro, il suo secondo Academy Award. Non che il politico omosessuale protagonista del film di Gus Van Sant ricordasse granché una rockstar in declino, ma si tratta comunque di personaggi - e di personalità, soprattutto - incompresi ed emarginati, perché ritenuti diversi e non conformi alle ideologie inflessibili dei più.
E proprio al cinema di Van Sant verrebbe da pensare quando guardiamo gli struggenti primi piani di Cheyenne/Penn e le sue lunghe camminate verso casa al ritorno dal supermercato, che tanto ricordano quelle di Blake/Kurt Cobain in Last Days e quelle dei vari personaggi di Elephant lungo i corridoi della scuola.
Abbiamo a che fare con dei personaggi cui manca (ancora) una valida motivazione per portare avanti la propria esistenza e che restano in vita passivamente aspettando quel qualcosa in grado di dare un senso ai giorni passati nella totale apatia. Quel qualcosa si materializza, nel caso di Cheyenne, nella morte del padre, evento in un primo momento tragico ma che dà presto il là al nostro protagonista per riscattare i trent’anni passati a far niente - e gli altri trascorsi sui palcoscenici - partendo alla ricerca di Aloise Lange, il nazista che umiliò il genitore in un campo di concentramento durante l’Olocausto.
Durante il viaggio avrà modo di confrontarsi con persone che gli apriranno la mente su cose a lui fino ad ora sconosciute, entrando in contatto anche con una parte di sé che non avrebbe mai pensato - o forse aveva dimenticato - di possedere. In fondo, per (ri)trovare se stessi, non è necessario andare fino in India. A Cheyenne è infatti bastato il New Mexico..

KILL ALOISE

Sarà sempre la teoria del caso di cui parlavamo nelle righe soprastanti, ma è comunque innegabile che Sorrentino faccia rima con Tarantino. Le analogie tra This must be the Place e il dittico Kill Bill sono davvero molteplici e di certo anche lo spettatore meno esperto non faticherà granché a riconoscerne almeno qualcuna.
In entrambi i casi, abbiamo infatti a che fare con una vendetta: quella nei confronti di Bill e dei suoi scagnozzi per Tarantino e Uma Thurman e quella nei confronti del nazista Aloise Lange per Sorrentino e Sean Penn. Sicuramente concepita e portata avanti in modi molto diversi, ma sempre di vendetta si tratta.
Altrettanto evidente è il tema del viaggio, una sorta di percorso spirituale attraverso territori sconfinati e scenari mozzafiato, ideali metafore del cammino che dobbiamo compiere al fine di raggiungere gli obiettivi prefissatici dal destino.
Da sottolineare anche la ricorrente voce fuori campo, utilizzata in Kill Bill per descrivere in parole ciò che già traspariva dalle immagini, e che rappresenta, invece, per il film di Sorrentino un vero e proprio anello di congiunzione tra il protagonista e lo scopo del suo viaggio. La voce che sentiamo in sottofondo non è infatti quella di Cheyenne bensì quella del nazista Aloise Lange, che esordisce ogni volta con la frase: “Before the Inferno..”.
Volendo, anche l’aspetto musicale in sé, il gusto sfrenato per la cultura pop, i movimenti di macchina nervosi e geometrici allo stesso tempo, la voglia di mettersi in gioco facendo ciò che si vuole veramente fare sarebbero tutti elementi comuni ad ambedue i cineasti. Senza assolutamente dimenticare quello più importante di tutti: il fatto di non essere solo dei semplici registi bensì degli Autori, la cui caratteristica intrinseca è quella di dividere. Tra pubblico e critica si sono infatti registrati giudizi alquanto discordanti, il che sorprende se pensiamo che, con i suoi precedenti lavori, Sorrentino aveva messo bene o male tutti d’accordo guadagnandosi lodi e apprezzamenti in quantità smisurata.
This must be the Place non sarà forse considerato il suo capolavoro - che ad insindacabile giudizio di chi scrive rimane L’uomo in più - ma è comunque un film senz’altro degno del talento del suo creatore.

This Must Be the Place Difficile esprimere un giudizio clemente sul nuovo film di Paolo Sorrentino, soprattutto alla luce della quantità infinita di temi che ha il coraggio - e le capacità - di mettere in scena. E proprio da questa irrefrenabile voglia di mostrare quanto più possibile per riuscire a sorprendere lo spettatore, possono nascere alcune perplessità circa la coerenza narrativa e la qualità della storia in sé. Ambedue gli aspetti sono positivi, ma danno talora luogo a momenti di spaesamento in cui si fatica ad elaborare appieno la successione degli eventi. Da vedere come una sorta di Kill Bill in versione più “leggera” ma ugualmente pragmatica e spettacolare. Il paragone non è azzardato poiché, analogamente a Quentin Tarantino, anche il suo collega nostrano conferma di essere un Autore in grado di mettere tutti d’accordo e di dividere senza soluzioni di continuità. Spiazzante e colmo di sottotesti, This must be the Place è un film come ce ne sono davvero pochi e per vederlo necessita quantomeno convincersi di ciò.

6.5

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