The Woman King Recensione: Viola Davis guida le vere guerriere d'Africa

Viola Davis è protagonista e produttrice di The Woman King, tra ispirazioni reali e svolte (eccessivamente) melò.

The Woman King Recensione: Viola Davis guida le vere guerriere d'Africa
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Se il Wakanda è una rappresentazione finzionale dei territori e delle popolazioni dell'Africa, con The Woman King si è voluto trarre dalla vera storia di un esercito di guerriere donne che nell'Ottocento proteggeva i territori di Dahomey dai colonizzatori bianchi europei. Le tradizioni di fronte a cui ci ha messo Black Panther vengono ricontestualizzate in un racconto che vuole prendere dal reale per portare delle radici e delle leggende che sono state davvero parte della Storia delle popolazioni di quei luoghi. Quelli che vengono metaforicamente rappresentati dai domini del re T'Challa, mostrando come la contaminazione tra verità e fantasia, passato e mitologia possono incontrarsi e svilupparsi in varie declinazioni e che, se nella casa del fumetto Marvel hanno scelto la strada della leggenda, nel film prodotto da Viola Davis hanno virato sul ritratto autentico di quel secolo.

Storia di re e di guerriere

Certamente la pellicola, di cui Davis è anche protagonista e in sala tra i titoli di dicembre al cinema, ha dalla propria una mano romanzata dal punto di vista della stesura della sua sceneggiatura, che si concentra su un gruppo di protagoniste capitanate dall'attrice premio Oscar, esplorandone relazioni e punti di forza.

Ma è comunque da estratti del reale che The Woman King sceglie di cogliere, portando alla luce la versione esistita al tempo di quelle Dora Milaje che abbiamo conosciuto col MCU, per portarci nella memoria di una popolazione in cui c'è stato sul serio un re protetto da una milizia femminile. E che viene raccontata in forma di lungometraggio dalla penna di Dana Stevens, in collaborazione con la regista Gina Prince-Bythewood, incontrata nella recensione di The Old Guard. Come punto centrale della narrazione The Woman King focalizza la propria attenzione sul generale Nanisca (Viola Davis), la preferita dal sovrano Ghezo (John Boyega) poiché degna della sua fiducia. Un'alleanza tra soldatessa e regnante che potrebbe allentarsi con la decisione di interrompere la tratta degli schiavi e cercare di portare guadagni e profitti al proprio paese attraverso altre soluzioni. Un'alternativa che potrebbe mettere in crisi gli equilibri con le popolazioni circostanti e generare tensioni interne nello stesso Dahomey. Soprattutto con l'arrivo nell'esercito della giovane Nawi (Thuso Mbedu), la quale avrà un'influenza ingente sulle scelte intraprese da Nanisca.

Seppure, come abbiamo da subito analizzato, tra The Woman King e Black Panther esiste un divario enorme che separa i due tipi di racconto, è difficile non portare alla mente il lavoro svolto dalla Marvel mentre ci si addentra nel palazzo e per i campi di addestramento delle guerriere africane. Il motivo è una messinscena che non cerca la spettacolarità superficiale - anche se spesso ben fatta - dei cinecomic, pur riservando azione e adrenalina nelle coreografie fisiche e violente delle sue protagoniste. È però il contorno che, forse perché ancora più forte con l'arrivo a poche settimane da Black Panther: Wakanda Forever, fa saltare subito alla mente la potenza e la risolutezza delle Dora Milaje e lo stile che le caratterizza.

Dalla messinscena alle svolte drammatiche

Dalla presenza scenica alle scelte musicali adottate, il riverberare di una tipologia molto recente nell'immaginario cinematografico diventa alquanto evidente anche se si cerca in tutti i modi di allontanarlo dalla propria mente. Riuscendo a farcela quando ci si concentra sugli sviluppi e gli accadimenti della storia, ma che riaffiora con le scene di lotta, l'uso delle armi e ancor più con l'utilizzo della colonna sonora di Terence Blanchard.

Se però The Woman King può suscitare un senso di déjà-vu involontario, riesce comunque a intrattenere con il proprio racconto e con gli intrecci tra Nanisca e le sue compagne. Prendendo più all'inizio, però, che per l'intera durata della pellicola, che col suo proseguimento va allentando la cadenza ritmica della propria struttura, lasciando entrare sempre più i sentimenti e sempre meno la disciplina narrativa all'interno della storia. È per questo che, tra la prima e la seconda parte, in The Woman King sembra esserci una netta separazione. All'andatura decisa e scandita del principio, vanno aggiungendosi sempre più elementi melò che tramutano quasi l'anima dell'opera, facendole sbrindellare quella personalità che la rendeva comunque distintiva, avvicinandola a qualsiasi altro esempio di grande narrazione cinematografica, piena di scontri, inseguimenti e scene madri.

Una cedevolezza che inserisce in un canone ben specifico i lavori come The Woman King, diventando presto film dalla produzione consistente, che si conforma presto ad una visione da largo pubblico, perdendo la presa su quelle peculiarità che restituivano un contesto e dei personaggi così specifici, rendendo tutto molto convenzionale. Un film che avrebbe potuto contribuire all'importanza dei discorsi sulla rappresentazione al cinema, ma che si conforma più di quanto avrebbe potuto e voluto, per un racconto che se inizia sapendo conquistare, va allentando e perdendosi durante la sua visione con incessante costanza.

The Woman King The Woman King avrebbe potuto avvalersi di un'importanza maggiore nei discorsi sulla rappresentazione al cinema, ma si perde purtroppo in una storia che parte con grande grinta, ma arresta il proprio ritmo col procedere della narrazione. La causa sono gli innesti melodrammatici e le svolte relazionali all'interno della pellicola, che finiscono per rendere il film un prodotto più canonico di quanto ci si sarebbe aspettato. L'opera è comunque piena di ottimi combattimenti e presenta una discreta messinscena, e riserva inoltre delle buone interpretazioni da parte del gruppo delle guerriere guidato da Viola Davis.

6

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