The Whale Recensione: il ritorno di Brendan Fraser è un capolavoro

Presentato alla 79esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, The Whale promette di prenderci l'anima e farla a pezzi.

The Whale Recensione: il ritorno di Brendan Fraser è un capolavoro
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La balena, animale elegante, maestoso, ma anche sinonimo di paura, inflitta e subita. Impostosi nell'immaginario collettivo come metafora di terrore interiore, obiettivo da distruggere e simbolo di allontanamento perpetuo sulla scorta di classici come Moby Dick, o del Pinocchio nella versione Disneyana, la balena si muove nel ricordo fagocitando tutto, interiorizzando paure come corpi persi in mare. Adesso quel senso di frustrazione, e dolce incomprensione che ammanta l'immagine della balena si fa film, riversandosi in ogni fotogramma di The Whale, nuovo film di Darren Aronofsky presentato alla 79esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Un'opera nata e sviluppata per raccontare la vita del singolo, per elevarsi a portavoce di un dolore universale, con un Brendan Fraser da Oscar.

Colmare la fame di dolore

Charlie è un uomo che si nutre del ricordo, alimentando la malinconia ingurgitando cibo. La mancanza del compagno, della figlia abbandonata e dei barlumi di una vita che pare essersi dissipata come Coca Cola gettata nel lavandino, sono vuoti che devono essere colmati.

Pizza, panini, dolci, ogni alimento è un mattone con cui costruire la propria fortezza corporea, un fortino che stritola l'anima, dove la soddisfazione effimera di un momento di felicità appena assaporato, lascia ben presto posto all'amaro della solitudine. Charlie è frutto di un processo autoriale, di scrittura e immaginazione di stampo teatrale a cura del drammaturgo Samuel D. Hunter (qui sceneggiatore dell'opera) ma quello che si prostra dinnanzi a noi, sudato, affaticato, eppure dolce e desideroso di un abbraccio, di un sorriso, è un uomo reale, quasi tangibile. Una trasfigurazione resa possibile dalla cinepresa di Darren Aronofsky, ma soprattutto dell'intensa, spiazzante e tanto dolorosa, quanto umana, performance di Brendan Fraser. L'attore non è limitato, o nascosto, dall'involucro prostetico di un fisico imprigionato da strati di grasso, ma anzi, si dimostra capace di atterrire e colpire il proprio spettatore puntando sulla forza del proprio sguardo. I suoi occhi si fanno portali di emozioni e non detti, sentimenti capaci di farsi largo nonostante gli strati di grasso. Perché in The Whale solo il corpo è bloccato; l'anima adesso vola, si alza leggera, nell'attesa di liberarsi per sempre.

La claustrofobia della malinconia

Come il suo protagonista anche lo spettatore entra in casa di Charlie, per lì rimanerci nell'arco di una settimana. Fuori piove, imperversa un temporale continuo, il cui grigiore e aspetto uggioso, si reduplica e continua nelle stanze di una casa ammantata da una fotografia cinerea, fredda e nebulosa. C'è un senso di claustrofobia che circonda Charlie, un senso di respiro affannoso, lento, stanco, che Aronofsky riesce a restituire senza mai indugiare sull'impiego ossessivo del grandangolo, quanto piuttosto su un sapiente uso di lenti e riprese angolate in un soffocante 4:3 che tutto comprimono, Charlie compreso. La sua è una regia morbida e allo stesso tempo statica; osserva, ma senza mai esagerare, i volti dei propri personaggi, scrutandone e rivelando un'interiorità celata, repressa, mangiata.

Un fisico talmente imponente, il suo, da impedirne la condivisione con i personaggi che gli fanno visita nello spazio di uno schermo. Eppure, Liz (la sorella del suo compagno Adam), la figlia Ellie, il timorato di Dio Thomas sono più vicini che mai a Charlie. I loro sono legami indissolubili e allo stesso tempo precari, tele intessute con la potenza della cinepresa di Aronofsky che ora li avvicina, ora li respinge. Un'armonia tra sguardi, corpi e parole, in una giostra perfettamente funzionante dove nulla è lasciato al caso ma tutto è maledettamente commovente ed empaticamente di impatto.

Il peso di una parola

Il peso di The Whale è un masso che schiaccia l'anima dello spettatore; la prende, la distrugge, soffocandola per poi liberarla. Non sarà Noè (protagonista, questo, del controverso Noah di Aronofsky) ma per Charlie la sua casa è la sua arca, un rifugio che lo salva dalla tempesta che si abbatte intorno a lui, e i cui testimoni esterni continuano a fargli visita stabilendo un ponte con un esterno a cui non può più accedere e di cui teme lo sguardo addosso.

Per un uomo costretto all'immobilità, l'unica forza a sua disposizione è quella della parola. Da insegnante di lettere conosce la portata emotiva e creatrice dietro ogni sillaba, e nel pieno del suo ottimismo, insinua in ogni singola lettera anche un potere salvifico, lo stesso che affida a sua figlia, autrice del commento a Moby Dick con cui evitare (o ritardare) un attacco cardiaco fatale, e fautrice del ritorno a casa di Thomas. Ma nessuno salva nessuno, e nessuno si salva da solo. Consapevole di essere l'autore del romanzo della propria disfatta, Charlie intende anche farsi promotore della propria redenzione, in un ultimo balzo verso un frammento di vita, per ingoiare, in un sol boccone, l'ultima fetta di felicità.

The Whale Un film che prende, schiaccia e disintegra l'anima, The Whale. Forte della grandissima performance di Brendan Fraser, l'ultima fatica di Darren Aronofsky non ha paura di mettere in scena la decomposizione di un corpo incapace, però, di soffocare la propria anima, elevandola verso un ultimo, inutile, balzo verso la felicità. Veramente un un capolavoro da non perdere.

9.5

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