Recensione The Tree of Life

Viaggio intimo ed epico nel 'nuovo mondo' di Terrence Malick

recensione The Tree of Life
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Difficile, forse impossibile descrivere a parole il magma narrativo che Terrence Malick, lontano dalla scene cinematografiche dal 2006 (anno dell'uscita di The New World), ha tentato di far confluire in The Tree of Life: film di formazione, apologo sull'esistenza dell'uomo inserita nel più complesso quadro della creazione e mutazione del cosmo, intima riflessione sulle ramificazioni della vita e sulle eterne transizioni tra vita e morte, gioie e dolori. Accolto a Cannes da una platea divisa tra meraviglia e confusione, ammirazione e scetticismo, questo quinto (in poco meno di 40 anni di carriera) film di Malick è (in ogni caso e senza dubbio) destinato a far parlare di sé, e dei ritorti alberi da cui si dipartono i mille rami di un unico mondo privato e universale.

Microcosmo e macrocosmo

Siamo intorno agli anni '50, in una cittadina texana del Midwest, e gli O'Brien (una comune famiglia composta da una coppia e tre figli maschi) rappresentano l'universale connubio di Natura (la forza, talvolta brutale, del padre - Brad Pitt) e Grazia (pura e ingenua della madre - l'angelica Jessica Chastain). All'interno del loro nucleo, sviscerato attraverso gli stadi della crescita dei tre figli, e lo sguardo penetrante (l'uso della voce off, tanto cara a Malick, a esprimere l'interiorità dei protagonisti) del maggiore (Jack), che ritroveremo adulto (con il volto sofferente di Sean Penn) realizzato ma ancora spaesato dal dualismo di un'infanzia profondamente segnata da opposti sentimenti di astio e amore per un padre fin troppo autoritario e una madre estremamente dolce e remissiva. Sarà poi il vuoto esistenziale della morte, a soli diciannove anni, del fratello di mezzo, a infondere nel composito nucleo famigliare i prodromi di un gelo che segnerà tutti i componenti, instillando in tutti loro una sfilza di domande esistenziali cui solo la fede (forse) potrà dare risposta. Dunque il dipanarsi della privata storia famigliare, transitata attraverso le classiche tappe della vita (nascita, evoluzione, morte) e inesorabilmente contaminata da una congerie di contrapposte forze terrene (bene e male, amore e odio, forza e paura), che si specchia nella più universale e inglobante storia del cosmo (il caos di un'esplosione, le prime arcaiche forme di vita già soggette all'atavica suddivisione in specie dominanti e sottomesse che poi segnerà anche la specie umana, la straripante potenza e l'ammaliante bellezza delle forze della stessa natura, e le immagini di una presunta, definitiva implosione), raccontata tramite il contrappunto di un penetrante lirismo visivo e musicale (a opera di Alexandre Desplat). Ecco dunque che la famiglia O'Brien, tramite le voci interiori dei suoi componenti che vanno ad amplificarsi fino a sconfinare nei suoni e nelle immagini di un cangiante universo in trasformazione, diventa rappresentazione, in piccolo, di un cosmo magnificente, straripante e attraversato in pari misura da forze del bene e del male. Il corso della vita umana, stilla di pioggia in un immenso oceano di altre, infinite vite passate e future, è così interpretata come un atto di fede di cui l'uomo può solo prender atto, lasciandosi trasportare quasi senza opporre resistenza da energie universali infinitamente più grandi. In piccola parte artefice e in buona parte mero esecutore del proprio fato, all'uomo infatti non è concessa la certezza di un destino che al virtuosismo ‘giobbiano' assicura la felicità, ma piuttosto la libertà di aspirare a una felicità che risiede nell'essere virtuosi a prescindere, nel rispetto della vita e dell'esistenza dei propri simili.

Il complesso mondo della poetica ‘malickiana’

Intriso di profonde sensazioni intime ed epiche, e di ricche suggestioni autobiografiche (l'infanzia di Malick prende corpo quasi negli stessi anni di quella di Jack), The Tree of Life è più che un film un'esperienza multisensoriale, in cui i vuoti narrativi vanno colmati dalle personali elaborazioni dello spettatore. Un viaggio parallelo attraverso la vita del (e nel) cosmo che tocca punte narrative per certi versi mai sperimentate prima dal cinema, fondendo i pochi ritagli di un album di famiglia, commentato dalle anime dei protagonisti, a ipnotiche visioni dell'universo in divenire (esplosioni magmatiche, meduse e sciami di uccelli danzanti) e a una Natura celebrativa e partecipativa che attraversa e plasma inesorabilmente le vite 'terrene'. Un tema, quello di una Natura ammaliante (forme di vita contemplate dalle circonvoluzioni registiche) e devastante (cavallette distruttrici al pari dell'uomo colonizzatore e predatore), che permea le opere di Malick sin dai suoi esordi (già ai tempi di I giorni del cielo lo sguardo del regista indugiava su quella Natura totalizzante che l'essere umano può solo umilmente rispettare e contemplare. Alla visione naturalistica si affianca poi quella fideistica indagata attraverso la morte, causa di una disperazione sorda e incolmabile, e la cui comprensione non può prescindere da un estremo atto di fede, che attraverso il volto di Sean Penn (è la sua breve presenza su schermo a guidarci in questo viaggio esistenziale ai confini dell'universo) e il riecheggiare di subdoli quesiti senza risposta ("Chi decide chi vive e chi decide chi muore?" s'interrogava lo stesso Penn in La sottile linea rossa) chiude con quest'ultimo lavoro di Malick un ciclo di ‘indagine sulla natura umana' che include tutti i suoi film.

Ti fidi di me?

E se nei primi due lungometraggi (La rabbia giovaneI giorni del cielo) Malick rifletteva sugli amori negati da circostanze naturali ostili al lieto fine, mentre con La sottile linea rossa e The New World ritraeva con occhio critico la propensione dell'uomo alla predominazione, all'usurpazione dell'altrui libertà, interrogandosi sul senso ultimo della guerra e della colonizzazione, in The Tree of Life il regista americano allarga il tiro, amplia lo sguardo, navigando lungo le sponde del senso ultimo della vita, che si rivela tramite la nascita e poi si nega o acquista senso con la morte. Lo fa creando personaggi vivi (trascinati da un Brad Pitt fortemente fisico) eppure quasi eterei (abbracciati dall'aura angelica che si sprigiona dalla intensa Jessica Chastain, incarnato d'alabastro che trasmette una Grazia endemica), che librano nel film quasi come anime dannate alla ricerca del paradiso (uno spazio puro nel quale ognuno ritroverà la propria serenità). Un'opera con la fluidità di un fiume in piena, un flusso di coscienza narrativo che si appropria dell'immaginazione dello spettatore per trascinarlo in una storia senza tempo o forse di tutti i tempi, abbandonandolo alle sorti di una fede che è propedeutica alla metabolizzazione del film (e non è un caso che in più di un'occasione il regista dica attraverso i suoi personaggi ‘Ti fidi di me?') tra lasciarsi andare al potere ipnotico e visionario dell'arte o anteporre a esso il filtro della razionalità.

"Papà, mamma, voi due siete in lotta dentro di me"...

Ed è ancora una volta la lotta, continua e informe tra forze del bene e del male (stavolta non quelle delle guerre esteriori, ma di quelle interiori all'uomo) che Malick affronta in questo poetico e 'spaesante' viaggio nella dimensione fisica e metafisica dell'universo, suggerendoci che delle possibili vie da percorrere, l'unica che non potrà mai tradirci è quella della bellezza intesa come grazia, amore in senso lato. La ricerca di estemporanea gratificazione che solo l'estemporaneità della vita ci può regalare (la meravigliosa perfezione di un neonato, la straordinaria geometria di uno stormo in volo), custode di un senso ultimo racchiuso nella magia di un campo di girasoli interamente e istintivamente rivolto alla sorgente di luce. Un film che farà dibattere per la sua sensibile scarsità di trama e sovrabbondanza di contenuti da un lato e per la sua potenza contemplativa dall'altro, ma che rimarrà comunque nei registri della storia del cinema tanto per la laconica celebrità del suo autore quanto per il suo essere summa e frutto del viaggio intrapreso dal regista nei meandri della sua stessa poetica esistenziale applicata al mezzo-cinema. 

The Tree of Life Celebre per il suo essere refrattario alla popolarità e per la sua discontinua ma intensa carriera (cinque film, compreso quest’ultimo, tutti entrati di diritto a far parte del Cinema con la c maiuscola) Terrence Malick arriva finalmente in sala con l’attesissimo The Tree of Life, racconto cumulativo sulla vita, che segue e intreccia l’evoluzione di un microcosmo (un nucleo famigliare umano) con quella del macrocosmo (l’universo dalla genesi alla presunta scomparsa), amplificando e moltiplicando la ricerca di senso della vita umana attraverso il raffronto con l’evoluzione della specie, in un universo inesorabilmente contaminato da bene e male. Pulsioni, pensieri, immagini vanno così tutte a mescolarsi in un immenso mare di sentimenti, che riecheggiano attraverso il vuoto creato dalla morte. Tre adulti e tre bambini analizzati tramite la lente della vita, e contemplati nella loro lotta tra vita e morte (più che fisiche, spirituali). Un’opera fiume (difficile da metabolizzare e decifrare ma senza dubbio di rara potenza), a un tempo intima ed epica, che rifiuta di essere sintetizzata, e che va vissuta quasi come atto di fede, verso il regista o verso la vita.

7.5

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