The Square, recensione della Palma d'Oro di Cannes 2017

Il regista svedese Ruben Östlund ha trionfato sulla Croisette con un'opera strana, spiazzante, densa e a tratti spassosissima.

recensione The Square, recensione della Palma d'Oro di Cannes 2017
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Quest'anno al Festival di Cannes, soprattutto per quanto riguarda il concorso ufficiale, non c'è veramente stato il film capace di mettere d'accordo tutti. Persino lungometraggi apprezzati dalla giuria, come 120 battiti al minuto e You Were Never Really Here (il primo vincitore del Gran Premio della Giuria, il secondo dei riconoscimenti per la sceneggiatura e per l'interpretazione maschile) hanno destato qualche perplessità. Di questo gruppo fa parte anche The Square, aggiunto alla competizione in extremis dopo la conferenza stampa ufficiale e accolto in maniera contrastante, per i suoi contenuti bislacchi e la durata generosa (142 minuti, con dei tagli effettuati per l'uscita in sala). Ma è anche vero che, dei diciannove film selezionati per il concorso, il nuovo lungometraggio del cineasta svedese Ruben Ostlund fosse quello più ambizioso, più ricco, più sfrenato, motivi che hanno spinto la giuria presieduta da Pedro Almodóvar a dargli la Palma d'Oro. Un riconoscimento doveroso anche per dare la giusta visibilità a un prodotto squisitamente anomalo, che analizza le contraddizioni dell'animo umano con una sana dose di humour nero e cattiveria.

Siamo tutti uguali... o no?

The Square è il nome di un'installazione presente in un museo d'arte a Stoccolma. Scopo del progetto è di rendere tutti uguali: "Al suo interno condividiamo gli stessi diritti e gli stessi obblighi." Una filosofia che verrà messa a dura prova quando Christian (Claes Bang, visto nell'acclamata serie TV Borgen), danese trapiantato in Svezia e curatore del museo, viene derubato e decide di ricorrere a metodi estremi per ritrovare il suo telefono cellulare. Mentre lui mette in atto strategie discutibili per ristabilire un minimo di ordine nella propria vita, attorno a lui hanno luogo altri eventi strani, fra giornaliste (Elizabeth Moss) che fanno domande scomode, una conferenza interrotta da uno spettatore con la sindrome di Tourette o una performance "animalesca" che cambia in modo decisivo l'atmosfera a un ricevimento prestigioso (e qui è obbligatorio menzionare la bravura spaventosa di Terry Notary, il cui cameo è destinato a far discutere in più modi). Da questi piccoli eventi nasce un mosaico imperfetto ma affascinante, che Ostlund gestisce passando da una sequenza all'altra quasi come se fossero diversi cortometraggi riuniti in un progetto collettivo, dando così all'operazione il giusto mood surreale, quasi da incubo.

E tra un siparietto e l'altro, con l'umorismo nero a farla da padrone, vengono messe a nudo le sfaccettature più cupe e nascoste dell'umanità, tra commenti sottili sull'immigrazione (dove l'elemento più importante è proprio il protagonista del film, con un gioco linguistico che arricchisce la versione originale recitata in svedese, danese e inglese) e ritratti caustici del nostro rapporto con l'arte, le possessioni materiali e la correttezza politica. Il tutto con un distacco ironico e tipicamente nordico (siamo riconoscibilmente di fronte a un film dell'autore di Force Majeure), che rende amabili tutti i personaggi per quanto siano in realtà odiosi, con un crescendo vertiginoso al servizio di un caos geometricamente calcolato. Un'esperienza che sicuramente non è per tutti i gusti, ma giustifica pienamente il prezzo del biglietto se si ha voglia di essere messi alla prova dallo strumento filmico e uscire dalla sala con idee contrastanti ma forti.

The Square La Palma d'Oro del 2017 è un oggetto curioso, discontinuo, difficile da classificare. Un viaggio nei recessi della psiche umana tramite il contrasto tra la precisione geometrica della costruzione delle immagini e i contenuti surreali delle stesse. Da un evento banale nasce un mosaico complesso, frustrante e affascinante, dalla cui fruizione è impossibile uscire indifferenti. Ruben Ostlund si conferma un grande autore cinematografico firmando la sua opera più ambiziosa, un prodotto dal sapore internazionale dominato dalle interpretazioni impeccabili di Claes Bang, Elizabeth Moss e Dominic West.

9

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