The Sisters Brothers, recensione del western con Joaquin Phoenix

Jacques Audiard firma il suo primo film americano cimentandosi con la mitologia del western e dirigendo due grandi attori in splendida forma.

recensione The Sisters Brothers, recensione del western con Joaquin Phoenix
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Tre anni dopo la Palma d'Oro a Cannes per Dheepan, il regista francese Jaques Audiard ha optato per altri lidi, per l'esattezza quello letterale di Venezia, per presentare al pubblico il suo ottavo lungometraggio, The Sisters Brothers.
Si tratta del suo primo film in lingua inglese, basato sull'omonimo romanzo di Patrick De Witt i cui diritti sono stati acquistati in veste di produttore da John C. Reilly, il quale interpreta anche uno dei due fratelli Sisters del titolo al fianco di Joaquin Phoenix.
Un intreccio molto classico, che rilegge gli stilemi del western con un'ironia non dissimile da quella dei fratelli Coen: Charlie (Phoenix) e Eli (Reilly) passano infatti quasi più tempo a litigare che a fare il proprio (sporco) lavoro come sicari per conto del misterioso Commodoro (Rutger Hauer in un cameo descritto come "partecipazione", come si suol dire nei film italiani e francesi).
Il loro nuovo incarico consiste nel rintracciare, torturare e uccidere Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), un chimico le cui scoperte potrebbero rivoluzionare la corsa all'oro. Egli è attualmente in mano a un collega dei fratelli, John Morris (Jake Gyllenhaal), e la strada per raggiungerlo è costellata di sangue, tradimenti e risate.

C'era una volta il western


Audiard e il suo co-sceneggiatore abituale Thomas Bidegain evocano un immaginario crepuscolare, coerente con quelle che sarebbero le loro dichiarate preferenze personali all'interno del genere (le produzioni degli anni Settanta su tutte), coniugando in sede di scrittura e regia due mentalità diverse.
Da un lato il mito della frontiera americana, riletto in chiave leggermente postmoderna tramite l'umorismo bislacco già presente nel romanzo; dall'altro un'iconografia USA realizzata altrove, poiché il film è stato girato principalmente in Spagna, come molti western di stampo europeo (basti pensare a Sergio Leone), e vi è anche un gusto della violenza che a Hollywood è sempre più rarefatto, ma senza raggiungere i livelli particolarmente espliciti di altri film del regista come Il profeta.
Si ritrova una certa libertà tipica di quei cineasti non americani che si cimentano con i capisaldi dell'immaginario popolare statunitense, unita al piacere di raccontare bene una storia dal sapore decisamente (neo)classico, con deliziose punte di ironia tra cui quel titolo che, seppure non direttamente, rimette in discussione il concetto della mascolinità che negli anni d'oro del western era inattaccabile (difficile pensare che John Ford, per esempio, avrebbe accettato che i suoi personaggi avessero il cognome "Sorelle").

Le due strane coppie


Il film scorre in continuazione su doppi binari: classicismo e modernità, Stati Uniti ed Europa, risate e violenza. E poi ci sono le due accoppiate attoriali al centro del racconto, un'ibridazione di quattro stili di recitazione alquanto diversi, in primis il contrasto tra l'approccio istintivo e libero di Joaquin Phoenix e quello più metodico di John C. Reilly, mentre l'altra metà del film è dominata dal laconico Jake Gyllenhaal insieme al verboso Riz Ahmed.
Un duplice e quadruplice confronto che arricchisce l'identità tematica di The Sisters Brothers e a tratti lo eleva rispetto alla fonte (Morris e Warm nel libro hanno una presenza minore), dando a un intreccio non originalissimo la giusta carica di imprevedibilità e divertimento stratificato. E viene subito voglia di rivederli insieme tutti e quattro, in qualsiasi contesto.

The Sisters Brothers Jacques Audiard esordisce in lingua inglese cimentandosi con il western, a partire dal romanzo di Patrick De Witt. Joaquin Phoenix e John C. Reilly sono un'accoppiata perfetta nei panni dei due fratelli del titolo, al centro di un racconto classico e al contempo moderno, fatto di lealtà fluttuanti, rivalità virili, paesaggi incantevoli e rese dei conti condite da diverse risate.

7.5

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