The Shift Recensione: un debutto coraggioso ma con troppi limiti

Alessandro Tonda approda su Sky con il suo interessante The Shift, sebbene non manchino alcune riserve a tarpare le ali al progetto.

The Shift Recensione: un debutto coraggioso ma con troppi limiti
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Lo consideriamo convenzionalmente nei termini di una linea dritta, che parte da un punto A per svilupparsi e concludersi in un punto B, il tempo. In realtà nello spazio di un'esistenza è l'imprevedibilità a scuotere questa linea, rendendola ondulata, una fibrillazione esistenziale, montagna russa di cadute e rialzamenti. Chiamatelo caso, destino, o fato, ma a segnare le nostri vite è una natura intrisa di sorprese e incertezze, scossoni e tsunami che ci colgono impreparati aprendo varchi o porte su nuovi aspetti, nuovi universi, nuove emozioni.

Ed è nella potenza dell'accidentalità temporale e alla totale casualità che il regista Alessandro Tonda affida l'incipit del proprio film d'esordio, The Shift, su Sky e NOW (non perdete le uscite Sky e NOW di novembre 2022). Un dettaglio preciso, quello di un orologio, che rimanda al tempo che scorre e alla tempesta drammatica del tutto imprevedibile che sconvolgerà la vita di ragazzi limitati al semplice ruolo di comparsa, e allo stesso tempo di pedine di un domino che vedrà crollare le proprie tessere una dopo l'altra.

Odissee drammatiche in ambulanza

Le lancette dell'orologio scorrono normalmente, scandendo gli ultimi attimi di vita di un microcosmo scolastico a Bruxelles. Prendendo in prestito le tragedie intessute e imprese su troppe pagine di storia, The Shift parte da un atto di matrice terroristica per elevarsi al carattere di viaggio, di un'Odissea compiuta non più verso casa, ma verso un inferno personale che brucia le carni e ribolle una vendetta pronta a trascinare tra le sue fiamme altri innocenti, come i paramedici Isabelle e Adamo.

Da una parte abbiamo Eden e Abel, due giovani studenti che tirano fuori due pistole e iniziano a sparare gridando vendetta e purificazione agli infedeli dell'Occidente, finché Abel apre la giacca e si fa esplodere. Dall'altra abbiamo Isabelle e Adamo, paramedici chiamati dalla centrale per prestare soccorso alle vittime dell'attacco, ma che per un gioco del destino, caricano sulla loro ambulanza proprio Eden. Ciò che nasce da questo incontro/scontro tra salvatori e aguzzini, vittime e carnefici, pregiudizi e incomprensioni, è una corsa contro il tempo sull'onda dell'istinto di sopravvivenza, con gli occhi fissi su un detonatore che il ragazzo minaccia di azionare.

Lo scoppio dell'odio nel mondo della tolleranza

Quello scritto e diretto da Alessandro Tonda è un'opera coraggiosa, che nasce come atto di denuncia verso un odio ingiustificato e verso atti di matrice terroristica compiute da menti malleabili perché giovani, suscettibili, immature, alimentate da un senso di incomprensione di cui si farà spettro approfittatore l'ombra del terrorismo.

I giovani attentatori si elevano a testimoni e rappresentanti di altri, troppi, ragazzi e ragazze che si prestano a capri espiatori e portatori del fuoco di vendetta per un paese che forse non hanno nemmeno mai visitato, ammantato da un fanatismo che li ha presi, alienati, allontanandoli dai giusti valori. E non deve essere un caso allora se la location designata per l'opera di esordio di Tonda sia proprio Bruxelles, crocevia di culture differenti e cuore pulsante dell'Unione Europea. Una città che vive dell'ossigeno della tolleranza e della solidarietà, ma che davanti allo sguardo di Tonda si presta a testimone di inseguimenti, rapimenti ed esplosioni fattisi pretesti per indagare e analizzare lo stato clinico di un'Europa divisa tra spinte nazionaliste, e la necessità di salvaguardare il proprio popolo dagli attentati di matrice jihadista.

I soldati e le preghiere, la guerra santa e i crimini dell'Occidente contro il suo popolo, sono concetti troppo grandi quando messi in bocca a un ragazzo così piccolo come Eden. Ed è soprattutto nel cuore di questo paradosso che si ritrova il punto di forza di un racconto come quello di Tonda. Una denuncia in formato cinematografico che però perde presto la propria valenza, si fa deliquescente, e i suoi raccordi sfibrati, indeboliti. C'è qualcosa che ristagna dopo l'esplosione iniziale e la corsa sull'ambulanza che smette di funzionare. Le fila che legano unite le vite di protagonisti tenuti insieme da una corsa contro il tempo e contro la portata degli eventi, si indeboliscono fino a perdere, pezzo dopo pezzo, gli elementi che le compongono.

Sguardi claustrofobici e intimistica ambizione

C'è tanta ambizione in The Shift, ma il film di Tonda si pone soprattutto sulla rampa di lancia dell'iperrealismo. Quella del regista è una camera da presa che insegue i suoi protagonisti strappandosi un ruolo di personaggio a se stante. La sua presenza si sente, non si nasconde, e con fare ondulatorio oscilla, come un corpo che si muove. Lontano dalle riprese ampie, eppure claustrofobiche, di Gus Van Sant in Elephant, il regista si avvicina allo sguardo intimista di Denis Villeneuve in Polytechnique. Mettendosi allo stesso livello visivo dei suoi protagonisti, Tonda ne reduplica i movimenti, seguendoli a stretto contatto, fino a eliminare le distanze frappostesi tra il loro dramma e quello spettatoriale.

Non ha paura di edulcorare le immagini Tonda; sebbene rientranti nell'universo di pura finzione, le scene di corpi martoriati, di sangue e arti amputati si ammantano improvvisamente di realtà. Sono riproposizioni narrative di lasciti mnemonici impressi da servizi di telegiornali, video amatoriali testimonianze audiovisive di orrori reali. Si sente in maniera netta ed esplicita la volontà del regista di allontanare la propria opera dalla sua natura di finzione per avvicinarla a quella documentaristica. Una visione naturalistica che lascia i corridoi scolastici per ancorarsi allo spazio ridotto di un'ambulanza.

Una tragedia che perde di potenza

La tragedia vissuta nell'abitacolo medico si eleva a tragedia universale. Una visione metonimica che parla di universalità, rappresentazione in scala ridotta di traumi e cuori che battono con un ritmo tachicardico e visi pallidi rivestiti di sudore. Una claustrofobia racchiusa nello spazio angusto di un mezzo di soccorso, quella che circonda i tre protagonisti, e che riduce volontariamente la capacità di movimento della macchina da presa.

Una scelta azzeccata perché funzionale allo sguardo intimista ricercato dal regista, supportato da riprese ristrette che donano poco spazio di azione ai propri personaggi, bloccati nel ruolo affidato loro dall'autore di vittime e carnefici. Eppure, se a livello filmico tutto risulta fluido e coeso, dal punto di vista del ritmo narrativo qualcosa cede nella lunga distanza. La corsa in ambulanza, il sequestro dei due paramedici per mano di un ragazzo il cui nome dovrebbe rimandare al paradiso facendosi invece inferno, è una messa in sequenza di momenti inizialmente carichi di angoscia, ma che nella loro continua riproposizione perdono quell'alito di inquietudine e suspense che li alimentava. Una faglia del sistema non intaccabile alla resa dei personaggi, ognuno dei quali dotati di un arco narrativo credibile e ben evoluto. Il problema è semmai da ricercarsi nella stessa riproposizione degli eventi.

Da una parte la mobilitazione della polizia, dall'altra quella della corsa in ambulanza. Nel mezzo la quasi totale assenza di un momento di perturbazione, di uno scossone emotivo che trascini l'opera verso un'evoluzione emotiva e adrenalinica. Lo shock iniziale scema, stabilendosi sulla riproposizione di un'ambulanza che corre senza però muoversi mai dal punto di partenza. La flebo, i posti di blocco, sono elementi che tentano di stimolare un'ascesa catartica in spettatori ormai assuefatti dalla natura di quelle immagini. A donare un senso straniante che esclude per un attimo l'immedesimazione spettatoriale nel contesto diegetico è anche una scelta non azzeccata dal punto di vista del doppiaggio.

L'auto-doppiaggio di Adamo Dionisi sul suo personaggio risulta forzato e l'accento romano stride con il contesto circostante qui proposto, intaccando negativamente il processo di sospensione della realtà. Per un film concentrato sulla rappresentazione nuda e cruda della violenza, anche un elemento come il doppiaggio per il pubblico italiano risulta essere un tassello imprescindibile a tale obiettivo. Cosa che qui manca del tutto.

È un involucro interessante e accattivante quello di The Shift, ma che al suo interno racchiude un nucleo narrativo poco abbagliante e alquanto fragile. Se le fondamenta narrative seguono quelle di film come Collateral di Michael Mann (non è mai troppo tardi per riprendere la nostra recensione di Collateral), si pensi alla corsa in ambulanza simile a quella in taxi del duo Foxx-Cruise, o L'età giovane dei Fratelli Dardenne, ben presto queste vedono sbriciolare la calce che li teneva salde insieme, cadendo nella reiterazione e nella perdita di tensione.

Ciò che ne consegue è un impianto cinematografico ben più consono a un cortometraggio piuttosto che a una pellicola di 79 minuti. Eppure è in quella spinta motrice di movimento, di quel "spostamento" decantato nel titolo che si ritrova l'essenza di visione per un film come The Shift: un movimento più interiore che meccanico, un movimento di sguardo verso gli inascoltati, i fragili, verso "tutti quelli che combattono al fronte senza usare nessuna arma".

The Shift The Shift è un debutto coraggioso, un racconto ambizioso, che parte con un incipit esplosivo per poi crogiolarsi nella reiterazione di immagini e sequenze analoghe e scemate nella loro portata di tensione e adrenalina. Ne consegue un prodotto sufficiente che avrebbe detto e dato molto nelle forme di un cortometraggio.

6

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