The Predator, la recensione: la caccia secondo Shane Black

Il nuovo film del regista di The Nice Guys è un concentrato di divertimento e gore che riscrive nel profondo l'anima del franchise.

recensione The Predator, la recensione: la caccia secondo Shane Black
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Shane Black è uno che non ama le mezze misure. Di cinema ne sa parecchio e si diverte a sfruttare conoscenze e prosa elaborata - mai fintamente intellettuale - per raccontare storie, ma solo quelle che vuole lui, quelle per cui vale la pena inchiostrare fogli su fogli fino a creare una sceneggiatura.
È un autore di quelli pop duri e puri, che perseguono un obiettivo artistico smussando le asperità più gravi della forma personale per arrivare a sintetizzare una tecnica d'espressione unica, rifinita, riconoscibile. E Black sì che riesce a farsi riconoscere!
È stato praticamente in grado di crearsi un bacino di fan sfegatati sin dal suo debutto come sceneggiatore nel 1987, con il mitico Arma Letale, appena un anno dopo la sua prima prova attoriale in Dimensione Terrore di Fred Dekker. Sempre nel 1987, Black ha recitato anche in una piccola parte nel secondo film di John McTiernan, quello che ha lanciato poi il filmmaker a livello internazionale.
Stiamo ovviamente parlando dello stracult Predator, che ha portato agli albori gli alieni della razza Yautja, che - pensate - inizialmente dovevano essere presentati in un mai realizzato Rocky V, dato che, sconfitti ormai tutti gli avversari degni, al pugile interpretato da Sylvester Stallone non mancava altro che prendere a pugni un alieno. Idea fortunatamente messa da parte, con un riutilizzo del personaggio in vesti di cacciatore alieno, iper-tecnologizzato e spietato con le sue prede.
Dicevamo però che a Black non piacciono molto le mezze misure e infatti, riunitosi con Dekker come sceneggiatore per tornare a un franchise a lui molto caro, il cineasta co-scrive e dirige The Predator, un film che porta in tutto e per tutto la sua impronta, una carica eversiva, una revisione shaneblackiana di un pezzetto di storia del cinema action sci-fi.

We're the looneys!

I fan duri e puri del primo, storico capitolo della saga potrebbero storcere fortemente il naso. Sotto le mani del regista di Kiss, Kiss, Bang, Bang il franchise assume infatti connotati stranianti, non tanto nel mix di generi - che si rivela sempre lo stesso -, quanto nell'intera impalcatura stilistica.
È così che The Predator diventa un quarto capitolo canonico della serie ma anche parodia di se stesso, dove la paura del contatto alieno con una creatura raccapricciante e pericolosa viene costantemente mitigata da un clima scherzoso, spesso strabordante, eccessivo.
Complici di questo contraltare tonale sono i protagonisti, un gruppo di soldati con problemi psicologici che vengono riuniti in un pulmino per essere spediti in un centro d'igiene mentale dell'esercito. Quello che ha fatto Milos Forman con Qualcuno volò sul nido del cuculo in territorio drammatico, Shane Black lo ha riproposto qui in chiave più grottesca e priva di slanci intellettuali.
La storia mette comunque al centro del racconto cameratismo, amicizia e sentimenti (non buonissimi), anche se poi tutto viene bagnato da litri di sangue, uccisioni truculente e un amore per il gore che si integra perfettamente nei comparti action e sci-fi.
Nel costruire la storia di rilancio al cinema della creatura, Dekker e Black hanno voluto palesemente lavorare su molti elementi che si sono susseguiti non solo nei tre capitoli principali della saga, ma anche in Alien vs Predator, riuscendo a intrecciare una trama che di sofisticato non ha assolutamente nulla e dove tutto è invece derivativo, spesso anche un po' blando.
Non è insomma la storia a sorprendere in The Predator, come d'altronde non lo era nel film di John McTiernan, quanto piuttosto gli elementi che la compongono, su tutti parte della scrittura dialogica e il team di protagonisti, un conglomerato fulminante ed esagerato che riunisce sotto un unico tetto diverse patologie mentali quali la Sindrome di Tourette, la personalità Borderline e il Disturbo Post Traumatico da Stress.

Questo è il vero motore oliato e funzionante del film, grazie al quale Black riesce a innaffiare di ironia e qualche scorrettezza (in barba al politically correct) un franchise stanco e spossato da anni di fluidità creativa, dalla privazione di un certo epicentro stilistico-autoriale.
Ora ce l'ha, certo diverso da quanto ci si potesse immaginare, ma ce l'ha. Shane Black è lì, in ogni battuta brillantemente decerebrata, in ogni dialogo pieno di assurdità, nell'azione e nell'ironia, nel cameratismo e nella fede.

Come nuovo

The Predator è davvero un ibrido molto particolare. Lavora con l'intera mitologia della saga ma al contempo vuole allontanarsi da lei per creare qualcosa di diverso, più folle, eccessivo. Accade però che, in termini di puro spettacolo, il film non si dimostri propriamente avvincente, mostrando il fianco a un montaggio quando legnoso, quando poco ispirato, e a una certa volontà di smarcare costantemente il virtuosismo tecnico.
Il regista vuole solo portare avanti la sua visione, che si palesa in sostanza in un grande collage di eventi e situazioni prese dai capitoli precedenti o spin-off. Si inizia nella giungla, si passa alla caccia urbana e si arriva nella foresta: si segue un criterio cronologico ben specifico, che si muove nei tempi e negli spazi dei film che lo hanno preceduto, imitandoli senza originalità.
La firma di Black non si interessa, nella pratica, alla storia: approfondisce solo quanto basta alcuni elementi dedicati alla razza Yautja - quelli essenziali a un prosieguo - e poi carica camerati, armi e bagagli sull'ottovolante di un parco giochi truculento e splatter, aperto appositamente per la gioia di protagonisti disadattati.
Tra battute e gore, il ritmo si fa allora sostenuto e conciliabile con il mood degli shaneblackiani tout court, risultando in questo caso riuscito proprio perché fracassone e senza ritegno. L'obiettivo è sbizzarrirsi, alleggerire il peso specifico stesso del franchise con iniezioni prepotenti e incessanti di ironia e cinismo, allenando e incrementando la massa stessa del muscolo della saga, che distruggendosi, sfibrandosi, al contempo si rafforza. Fa certamente male, ma forse era la sola mossa necessaria per rimettere in forma la saga.

The Predator Il ritorno al cinema del cacciatore della razza Yutja non è in alcun modo benedetto da una storia originale, o da particolari virtuosismi tecnici. The Predator è un film in tutto e per tutto derivativo: nelle intuizioni, nelle situazioni, nel racconto. A funzionare - come sospettabile - è però la firma di Shane Black, che lascia divenire in questo modo il film parodia stessa della saga, parco giochi gore per protagonisti mentalmente disturbati. È ricco di battute e momenti assurdi che faranno piacere ai fan del regista di The Nice Guys, ma a mancare, per gli appassionati duri e puri del primo, storico film della saga, è una certa serietà legata all'elemento sopravvivenza, qui relegato sullo sfondo. In definitiva, un titolo che alla masticazione visiva si dimostra quasi del junk food: qualche morso piace da impazzire, altri invece stomacano. Eppure non possiamo non mangiarlo.

6.5

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