The Power of the Dog: Jane Campion distrugge la Frontiera Americana

Il film della regista neozelandese è un'odissea intima e allucinata dentro un ovest demitizzato e reso inferno privato.

The Power of the Dog: Jane Campion distrugge la Frontiera Americana
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Difficile dire come The Power of the Dog di Jane Campion verrà accolto dalla critica e dal pubblico in generale. Di certo non si può negare che alla regista non sia mancato coraggio, audacia e coerenza nel portare sul grande schermo uno dei romanzi più famosi di Thomas Savage. Con un cast di prima grandezza, la Campion è stata sicuramente fedele alla visione del mondo, della Frontiera, del Montana che Savage in vita aveva sempre posto al centro delle sue opere, alquanto distanti dall'agiografia di una realtà che anche da questo film esce con le ossa rotte.

Sicuramente un'opera potente, originale, che vive di metafore e di contrasti, di dubbi e di una violenza che è più nelle parole, negli sguardi e nei visi che sul corpo dei protagonisti. Su tutto e tutti, domina un Benedict Cumberbatch a dir poco straordinario, in questo film presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 78.

The Power of the Dog: un racconto fatto di prevaricazione e oppressione

Vita dura quella del Montana del 1925, una fetta di mondo in cui tutto pare essersi fermato a quasi un secolo prima, perlomeno per Phil Burbank (Benedict Cumberbatch), che prosegue per la sua strada incurante della modernità che scalcia alle porte con auto, grammofoni, medicine, acqua corrente e tutto il resto.

Autoritario, collerico, intollerante e innamorato del suo ranch, della vita passata in sella, Phil capisce sempre meno il fratello, il più riflessivo, timido e sensibile George (Jesse Plemons), che pare essere deciso a distaccarsi dalla sua strada, a diventare un cittadino moderno e civilizzato.
Quando George decide di sposare la vedova Rose (Kirsten Dunst) e prendere sotto la sua ala l'effeminato e alquanto insicuro figlio Peter (Kodi Smit-McPhee), turba ancora di più il fratello e costringe i due nuovi arrivati a fare i conti con una vita opprimente, prigionieri di una natura indifferente e sconfinata.
The Power of the Dog è stato forse il libro più personale, più intimo e di certo il più riuscito di Savage, che in esso condensò la sua infanzia e giovinezza, la sua terribile esperienza con un ambiente chiuso, duro, misogino e ributtante per il machismo che lo permeava.

Jane Campion qui non fa altro che confermare tutto questo, crea grazie alla splendida fotografia di Ari Wegner e a una invasiva e straniante colonna sonora di Jonny Greenwood più un thriller psicologico che un film storico o in costume, connettendo il tutto alla dimensione universale umana.
Se ciò avviene, è per la natura estetica dell'insieme, che grazie alla Campion comunica costantemente un profondo senso di accerchiamento e di oppressione, che fanno sentire lo spettatore prigioniero come lo sono Rose e Peter.
Il Montana dei mandriani che ripetono ossessivamente le stesse cose per tutta la vita diventa quindi una gabbia dell'anima, una sorta di sanatorio al contrario: più vi si resta dentro, peggiore è la sorte.

Un Benedict Cumberbatch di enorme impatto

Il carceriere è lui, Phil, a cui Cumberbatch cuce addosso un piglio di canaglia misogina e impietosa, ma che ovviamente nasconde altro, un'omosessualità repressa e agognata, che cozza con l'eredità cinematografica che da decenni ci ha descritto il ranch come tempio della virilità maschia e predatrice, di uomini resi più prestanti dalla natura e dai suoi doni.

Il Dottor Strange del MCU che sta lottando con gli spoiler per Multiverse of Madness qui si dimostra bravissimo a creare un personaggio tanto sgradevole quanto affascinante, coerente nel suo rifiutare il cambiamento, nell'avere un concetto di famiglia e di vita basato sull'immutabilità.
Manipolatore, astuto, permaloso in modo quasi patologico, altro non è che il volto reale, storico, di una mascolinità tossica e ributtante, di una realtà sociale e familiare che il cinema ha sempre distorto e camuffato, mentre ci parlava di John Wayne e Charlton Heston, di Gary Cooper e Burt Lancaster come di aitanti adoni dal grilletto facile ma dall'animo sensibile.
Lui vive per dominare la natura verso cui non ha alcun sentimento se non quello di gratitudine nei momenti in cui ne fa contenitore di un'utilità totalmente personale, che sfugge alle regole dell'empatia.

Eppure, rimarrà prigioniero della sua stessa macchinazione, del suo stesso tentativo di distruggere la madre attraverso il figlio. Peter, grazie a Kodi Smit-McPhee, è sicuramente il personaggio più curioso e anche dai significati storicamente più importanti del film.
Efebico, curioso, ipersensibile, subisce però un'evoluzione che la sceneggiatura della Campion è maestra nel dipingere come conseguenza di un'adattabilità e volontà di integrarsi, tanto candide quanto freddamente meccaniche.

Come ti distruggo un mito e i suoi topoi

Il western, il racconto di frontiera, anche in opere come Hostiles che vi raccontavamo nella recensione oppure in un dramma iconico come The Revenant di cui trovate qua la recensione, ci aveva sempre parlato del rispetto dell'uomo verso la natura e i suoi abitanti.
Tale genere cinematografico poi ha sempre suggerito la comunione tra uomo e natura.

Qui non vi è nulla di tutto questo, qui vi è solamente l'utilità personale, il dominio verso il corpo straziato di ogni abitante di quei grandi spazi, a cui fa da contraltare quello verso la donna, strumento puramente riproduttivo, costretta in una dimensione di totale ripetitività e mancanza di prospettive.
The Power of the Dog vive di metafore visive, di istanti, mentre ci mostra l'agonia di conigli e bestiame, il sole che freddo illumina la spettrale dissezione di quel sogno della Frontiera, che ancora oggi vive, esiste, condiziona quell'America profonda che non conosce altro, il luogo in cui si è formata e non cambierà mai.

La Campion ci mostra dove è nata, come è sopravvissuta quella fetta di Stati Uniti e perché è rimasta tale: per la distanza. Il tempo scorre in modo diverso, ieri come oggi, le tradizioni tribali, pre-urbane, si sono attaccate alle colline e al credo di un popolo che vive la ciclicità come una benedizione.
I rari momenti conviviali diventano imbarazzanti cerimoniali fatti di noia e freddezza, mentre il rituale della "civiltà" sprofonda come sprofonda l'esistenza di Rose, la sua incapacità di reagire alla violenza psicologica di Phil, il rifugiarsi in quella bottiglia che viene svuotata ancora oggi, in chissà quanti ranch e saloon da donne come lei.

Un film quindi amaro, anche se forse troppo monotematico nella sua eterna attesa di un qualcosa che non succede, o meglio avviene ma con tempi e modalità differenti, senza che vi sia quell'accelerazione che ci si aspetterebbe.
Ma da chi? Dal cinema conformista e che rispetta le nostre attese, non da The Power of the Dog, non da Jane Campion, che quel mito lo distrugge pezzo dopo pezzo, ci fa comprendere la barbarie di un tempo fatto di solitudine e assoluti, della dittatura della forza sull'empatia.

The Power of the Dog The Power of the Dog è un film che rivendica un'autorialità pura e nobilita i temi cari al romanziere Thomas Savage, il suo mondo fatto di machismo, prevaricazione e alienazione tra mandriani e i grandi spazi americani. Con un cast di assoluto livello - in particolare un Benedict Cumberbatch in stato di grazia - e una fotografia incredibilmente efficace, l’opera di Jane Campion distrugge il mito del West, si pone in antitesi all'epica machista e gloriosa del genere americano per eccellenza. Forse un po' troppo schiavo di una narrazione cadenzata, colpisce però nel segno e ci mostra il lato eternamente chiuso e pauroso dell'America profonda e immutabile, con grande lucidità di sguardo.

8

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