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The Place: la recensione del film di Paolo Genovese

Film di chiusura della Festa del Cinema di Roma 2017, The Place riunisce un cast stellare per l'adattamento italiano della serie The Booth at the End.

recensione The Place: la recensione del film di Paolo Genovese
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The Place è il nome di una tavola calda situata all'incrocio di due strade trafficate, luogo di passaggio per tanti tranne che per un uomo. Seduto allo stesso tavolo tutti i giorni, mentre beve caffè e coca light, ascolta e si relaziona con otto persone a cui promette di esaudire i loro desideri in cambio di compiti "speciali": non sappiamo chi sia né da dove venga e non c'è tempo di fermarsi e chiedere ragioni perché ci si ritrova direttamente nel mezzo, tra le parole dette a metà che progressivamente prendono la forma del racconto. Un racconto sempre più universale, e per questo aperto a ogni tipo di interpretazione, che traduce in immagini (e sguardi) le paure degli otto protagonisti interrogati dal demiurgo "uomo" senza nome.
È la premessa certamente audace - ma forse solo nelle intenzioni - del nuovo film di Paolo Genovese The Place, ricco di idee e suggestioni che pescano dalla serie americana The Booth At The End (andata in onda dal 2010 sul canale FX)i, e che nella versione italiana cambia poco o niente dell'originale mantenendo la stessa struttura narrativa. Mancano all'appello alcuni dettagli, come l'episodio dello stupro e la presenza di un pittore in crisi, tuttavia Genovese conserva lo spirito misterioso e l'incedere a incastri che avevano caratterizzato il dramma creato da Christopher Kubasik, richiamando a sé attori con cui aveva già lavorato (Mastandrea, Giallini, Puccini, Rohrwacher) e altri volti noti del nostro cinema (Ferilli, Papaleo, Muccino, Marchioni, Borghi).

Una retorica di fondo che lascia indifferenti

I sostantivi che gravitavano intorno a questo progetto vengono sbandierati a voce alta dagli addetti ai lavori, incomprensibilmente, trattandosi di un rifacimento pedissequo di una serie esistente: si è parlato spesso di coraggio, ambizione e novità, anche riallacciandosi all'ultimo film del regista Perfetti Sconosciuti, in confronto ad un panorama cinematografico italiano che non sembra offrire alternative valide, eppure la sensazione che emerge da questo The Place è contraria alle aspettative, disturbata dal fatto che di sembrano non essercene e se ci sono, appartengono alla serie originale. L'appiattimento generale del testo di partenza si scontra con una retorica di fondo che lascia piuttosto freddi, insensibili alle vicende drammatiche di cui vorrebbe farsi testimone interrogandosi e interrogando, un gioco di specchi davvero artefatto, costruito scena dopo scena, battuta dopo battuta, recitato con un'enfasi per niente necessaria nella quale cadono quasi tutti gli interpreti.

Figura un po' mistica, un po' cristologica - a seconda delle varie interpretazioni - il personaggio di Valerio Mastandrea rivela da una parte l'enorme potenziale del film, dall'altra riesce a far crollare qualsiasi rapporto di credibilità; nel modo forzato in cui dirige e indirizza il percorso dei suoi interlocutori (gli esiti delle storyline sono così ben programmati da esaurire qualsiasi coinvolgimento emotivo, ed è un problema), e per come si fa espressione di una superiorità intellettuale fallace, non manifesta. Paolo Genovese vuole cambiare le cose, scuotere dal torpore questo cinema italiano ancorato a certi stilemi, eppure parecchi dubbi si fanno largo durante e al termine di The Place. Ispirarsi senza avere l'intuizione giusta può portare al fallimento. Ed è un peccato.

The Place L'adattamento italiano di un'ottima serie americana (The Booth at the End, andata in onda nel 2010 sul canale FX) non riesce perfettamente a Paolo Genovese, di nuovo gettato nel dramma borghese di un tema di certo più ambizioso dei precedenti lavori. Purtroppo una retorica di fondo e l'appiattimento generale del testo di partenza esauriscono quel coinvolgimento emotivo a lungo cercato dalle prove degli attori e dall'avvicendarsi delle storyline ad incastro. Tutto è didascalico, dai dialoghi alla discussione di un tema universale (cosa si è disposti a fare pur di raggiungere un obiettivo personale?), e il coraggio, l'ambizione tanto annunciati non risultano affatto.

5

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