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The Other Side of the Wind, recensione: su Netflix l'ultimo film di Welles

Grazie a Netflix è stato portato a termine un progetto folle, ambizioso e a lungo incompiuto del grande regista americano.

recensione The Other Side of the Wind, recensione: su Netflix l'ultimo film di Welles
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Nel 1970 Orson Welles iniziò a girare The Other Side of the Wind, un film satirico il cui intento era mettere alla berlina la "morte" del cinema classico hollywoodiano e l'ascesa della New Hollywood. Un progetto decisamente poco convenzionale, anche per gli standard di Welles, che girò la storia come se fosse un documentario, a colori e in bianco e nero, e con un cast a dir poco eclettico: John Huston, Peter Bogdanovich, Joseph McBride (critico e storico del cinema), Oja Kodar (compagna del regista), Dennis Hopper, Claude Chabrol nei panni di se stesso e molti altri.
Le riprese continuarono a intervalli regolari fino al 1976, e la post-produzione fu segnata da difficoltà finanziarie e legali, costringendo Welles a montare il film nel suo tempo libero mentre recitava in altri progetti per guadagnarsi da vivere. Alla morte del cineasta, nel 1985, esisteva un montaggio provvisorio, e tre copie del film erano custodite in luoghi diversi per preservare il progetto. Solo nel 1998 fu raggiunto un primo accordo tra le varie parti, e nel 2007 Bogdanovich cominciò a lavorare al completamento del film, con l'intenzione di farlo debuttare a Cannes nel 2010.
Altre difficoltà legali e pratiche portarono all'abbandono del lungometraggio da parte del canale televisivo Showtime, e nel 2016 iniziarono le trattative con Netflix per portare a termine e distribuire il film (con la realizzazione aggiuntiva di un documentario, They'll Love Me When I'm Dead, dedicato all'odissea produttiva dell'opera di Welles).
L'opera ha finalmente debuttato, come evento speciale fuori concorso, alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia il 31 agosto 2018, circa due mesi prima di essere disponibile in streaming (e, sul territorio americano, in alcune sale cinematografiche).

Frammenti d'autore


Più che un vero e proprio lungometraggio, The Other Side of the Wind è un'operazione filologica, un nobile tentativo di rendere giustizia alla visione folle e gigantesca di un uomo i cui sogni erano troppo grandi per la mentalità hollywoodiana dell'epoca. La natura incompleta del progetto (basti pensare alla voce narrante iniziale, che Welles non poté mai registrare e che è stata ripresa da Bogdanovich) rende il tutto frammentario, ma sono frammenti in cui è sempre evidente l'intento artistico di un cineasta ambizioso e coraggioso. La natura frammentaria del progetto finito è anche coerente non solo con la storia raccontata (ciò che vediamo è effettivamente un prototipo del found footage, recuperato dopo il suicidio del regista Jake Hannaford, interpretato da Huston), ma con praticamente tutta la carriera di Welles, che dopo Quarto potere non riuscì più a portare a termine un progetto secondo i propri piani (e per vedere la sua versione, come nel caso de L'infernale Quinlan, fu necessario aspettare una ricostruzione postuma basata sugli appunti del cineasta).
La realtà e la finzione si fondono fin dalla prima inquadratura, quando la narrazione di Bogdanovich si fa portavoce metacinematografico di una missione cinefila durata più di quarant'anni, e tale equilibrio è mantenuto per tutta la durata del film, popolato da personaggi che, in un modo o nell'altro, rappresentano aspetti della vita di Welles (l'esempio più lampante è la critica cinematografica Juliette Riche, palesemente basata su Pauline Kael, che nel 1971 scrisse un saggio in cui sosteneva che Welles non avesse contribuito al copione di Quarto potere).

Lo stesso Hannaford, pur essendo ufficialmente ispirato da Ernest Hemingway, è l'alter ego definitivo del cineasta: un uomo la cui passione artistica ha conseguenze devastanti per tutti. "Ogni volta che inizia un nuovo film deve distruggerlo. È una compulsione", dicono di lui in The Other Side of the Wind, ed è forse il riassunto più azzeccato di una carriera vissuta controcorrente. E alla luce delle numerose difficoltà che Welles ebbe in vita per portare i suoi film in sala, forse avrebbe apprezzato il fatto che il suo ultimo, frammentario capolavoro sia stato portato a termine da Netflix, e che tramite la piattaforma possa raggiungere molte più persone di quanto avrebbe fatto con il circuito distributivo tradizionale.
Anche da quel punto di vista, la riflessione wellesiana sulla morte della Hollywood classica era molto in anticipo sui tempi, rendendo The Other Side of the Wind un prodotto ibrido, palesemente figlio della propria epoca ma anche un pezzo di cinema squisitamente (post)moderno, perfetto per il 2018.

The Other Side of the Wind L'opera folle e ambiziosa di Orson Welles, mai portata a termine mentre il regista era in vita, ha ora diritto a una vera esistenza sugli schermi grazie a Netflix, destinazione ideale di un progetto che, come tutta la carriera di Welles, andava fieramente controcorrente. Il risultato è inevitabilmente frammentario, ma in ciascuno di questi frammenti, che rispecchiano fedelmente la natura complicata del film stesso, ci sono diversi lampi di genio, l'ultima risata beffarda di un regista incontenibile nei confronti di un sistema che più volte lo aveva deluso.

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