The Operative, recensione del thriller con Martin Freeman

Presentato fuori concorso a Berlino, il nuovo film di Yuval Adler è una stanca, prevedibile spy story al femminile.

recensione The Operative, recensione del thriller con Martin Freeman
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Thomas (Martin Freeman), agente segreto inglese trapiantato in Germania, riceve una telefonata dalla sua ex-collega Rachel (Diane Kruger), con la seguente frase in codice: "Mio padre è morto. Di nuovo." Convocato dal Mossad, Thomas è costretto a rendere conto del suo rapporto professionale con la donna, reclutata per missioni di routine a Lipsia prima di ricevere un incarico di peso a Teheran.
Tramite flashback assistiamo a una serie di intrighi dove il confine tra lavoro e vita privata, tra realtà e menzogna, si fa sempre più sottile. Cos'è successo a Rachel? E perché il Mossad ha bisogno di Thomas per ritrovarla?

Spia e lascia spiare

Il fascino e il principale problema di The Operative, secondo lungometraggio di Yuval Adler (cineasta israeliano formatosi a New York), selezionato fuori concorso alla Berlinale, sono accomunati dallo stesso elemento: Diane Kruger. L'attrice tedesca, attiva da anni in patria, in Francia e anche nel cinema americano, è sulla carta la scelta ideale per incarnare una donna coinvolta in una rete di intrighi spionistici, grazie alla sua bellezza da femme fatale e al suo bagaglio linguistico. È anche, però, un'interprete la cui efficacia dipende molto dal materiale a disposizione, e la sceneggiatura di Adler, basata sul romanzo The English Teacher di Yiftach Reicher Atir, procede con fare didascalico, accumulando segreti e rivelazioni in base a un canovaccio trito e ritrito, senza quella punta di mistero o ambiguità che aggiungerebbe il pepe necessario alla narrazione.
Paradossalmente, tra telefonate pericolose e rapporti interpersonali che si sgretolano, la Kruger è al suo meglio proprio quando Rachel esprime dubbi su ciò che sta facendo, mostrando una frustrazione che potrebbe corrispondere a quella dell'attrice, alle prese con un ruolo che convince solo a metà - e non è la metà che dovrebbe rendere il personaggio una risorsa preziosa per le operazioni del Mossad.
Entrambe si muovono lungo una sottile linea di confine tra verosimile e artefatto, lasciandoci con l'impressione di un lavoro svolto secondo i criteri del minimo indispensabile, rispettando schematicamente i canoni della spy story senza mai andare oltre la superficie, e di conseguenza ignorando ciò che costituisce il principale punto di forza del genere.

I dubbi di Thomas

Dall'altro lato della barricata, fungendo da guida per il pubblico in quanto cantore delle gesta di Rachel, c'è il sempre affidabile Martin Freeman nei panni del suo vecchio supervisore. Il vero fulcro emotivo della vicenda diventa rapidamente lui, grazie alla sua capacità innata di dotare qualunque ruolo di un nucleo di bontà e decenza umana che trascende le eventuali debolezze del copione. In mezzo a cotanta disumanità, all'interno del film, e sciatteria, a livello di realizzazione, lui rimane la voce della ragione, il punto di riferimento per orientarsi un minimo e non cedere del tutto al disinteresse che occupa gran parte delle due ore del lungometraggio: un film d'azione e intrigo dove la prima componente è sostanzialmente nulla e la seconda procede per blocchi (letteralmente) telefonati.
Un thriller che insiste sull'imprevedibilità del personaggio principale, ma in realtà non consegna mezza sorpresa per tutta la durata del racconto, in attesa di sviluppi finali che vorrebbero essere insostenibili sul piano della suspense e invece sono quasi insostenibilmente innocui.

The Operative Il secondo lungometraggio del cineasta israeliano Yuval Adler vuole essere una rilettura del genere spionistico ma è un innocuo prodotto di genere che segue un canovaccio notissimo senza aggiungere nulla di nuovo e personale. L'elemento più prezioso è Martin Freeman, comprimario imprescindibile che offre tutto il sostegno possibile a Diane Kruger, intrappolata in un ruolo che le consente di mostrare il proprio talento solo a metà.

5.5

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