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The Only Living Boy in New York, la recensione: Marc Webb torna alla dramedy

Il regista di 500 Giorni Insieme e The Amazing Spider-Man ritorna al suo primo amore, la commedia, in un film prodotto da Amazon Studios.

recensione The Only Living Boy in New York, la recensione: Marc Webb torna alla dramedy
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Lo avevamo conosciuto nel 2009 con il suo bellissimo 500 Giorni Insieme, l'allora talentuoso Marc Webb, che abbandonando poi negli anni il territorio per lui sano della commedia si convertì al cinecomic con i criticatissimi The Amazing Spider-Man della Sony. Un allontanamento palesemente dettato dal successo del film con protagonista Joseph Gordon-Levitt, tra le migliori comedy prodotte quell'anno, che però non giovò a Webb. In fondo tutti riusciamo in un campo ma falliamo in altri, ed evidentemente il suo spirito indipendente e la volontà di raccontare storie d'amore travagliate e complesse non si adattava perfettamente ai gusti del pubblico dei blockbuster, tant'è che il focus principale dei suoi Spider-Man era essenzialmente la love-story tra Peter Parker e Gwen Stacey. Si cade e ci si rialza, però, anche se prima con Gifted e ora con questo The Only Living Boy in New York sembra che per il regista la strada sia ancora lunga e tortuosa, non riuscendo più a sorprendere come fu per il suo film d'esordio.

L'amore borghese

Protagonista di questa dramedy dai forti lineamenti finto-intellettuali è Thomas Webb, interpretato da Callum Turner, un volto forse poco noto ai più ma che ricorda da vicino una fusione imperfetta tra Adam Driver ed Eddie Redmayne, più nel fisico che nella recitazione. Thomas viene da una famiglia altolocata dell'Upper East Side. Il padre, Ethan (Pierce Brosnan) è fondatore e direttore di una casa editrice, e spinge affinché il figlio trovi il suo posto nel mondo, ancora incerto sul suo futuro. La madre (Cynthia Nixon), depressa e con tendenze suicide, tenta di mantenere vivo il rapporto problematico con il marito organizzando spesso cene con artisti dell'alta società, ma Thomas odia questi incontri. Lui non è ancora stato rovinato dal modo di vivere dei suoi genitori, "è buono e diverso", come gli dice spesso l'amica Mimi, nei cui panni troviamo una bellissima Kiersey Clemons. Il ragazzo vive nel Lower East Side, in un appartamento fatiscente. È innamorato di Mimi, ma questa sembra voler mantenere il loro rapporto più su di un piano platonico, spezzando il cuore di Thomas. Pieno di problematiche dettate da amore e vivere sociale, un giorno Webb incontra il nuovo vicino di casa, tale W.F, un Jeff Bridges dal taglio di capelli alla Lynch e molto a suo agio nel ruolo del filosofo di vita della porta accanto. Discutendo dei suoi drammi proprio con lui, Thomas capisce che il suo modo di affrontare le vicissitudini tanto di cuore quanto lavorative è troppo contestuale, e deve invece abbracciare con intraprendenza la sorpresa dell'inatteso, evento che si concretizzerà con l'arrivo nella sua vita dell'affascinante Johanna (Kate Beckinsale), con la quale instaurerà un rapporto molto simile a quello dei suoi conoscenti borghesi, iniziando a identificarsi in loro.

Una storia come tante

Non sorprende né affascina The Only Living Boy in New York, almeno non nella concezione dei rapporti tra i personaggi e nello sviluppo della storia. Non che si tratti di un lavoro poi così canonico, data anche la presenza di un paio di plot twist abbastanza soft all'interno dell'arco narrativo, ma il risultato complessivo lascia indifferenti, almeno per la maggior parte del tempo. Escluse forse le due ottime performance di Turner e Bridges, il resto del cast si potrebbe quasi definire accessorio. Tutta la ricercata profondità intellettuale delle citazioni e della battute risiede infatti nei dialoghi tra Thomas e W.F, e in un continuo scambio di idee e spunti socio-filosofici che sembrano puntare solo alla ricerca del benessere del ragazzo, il film ingrana veramente solo negli ultimi 20 minuti, quando si intuiscono e vengono a galla legami insospettabili. La regia di Webb è poi del tutto concentrata sui protagonisti, anche se l'utilizzo della colonna sonora con ritmi jazz, musica classica e il sempiterno Bob Dylan in alcune sequenze è rimarchevole e resta anche dopo la visione. In definitiva questo The Only Living Boy in New York è solo un altro passo che allontana il regista dagli insuccessi del passato, ancora molto incerto ma con un prospettiva chiara. Un film che forse non rimarrà impresso nella mente ma al quale si concede volentieri una visione.

The Only Living Boy in New York Raccontando con fare intellettuale legami e amori della classe borghese dell'Upper East Side, The Only Living Boy in New York segna il ritorno di Marc Webb alla commedia, in questo caso improntata più al drammatico rispetto al suo esordio con 500 Giorni Insieme. Con uno sviluppo della storia lento e mai entusiasmante (neanche sul piano emotivo), il punto forte del film restano le interpretazioni di Callum Turner e di Jeff Bridges, anche fulcro centrale della trama e perno dell'approfondimento socio-filosofico che il titolo vuole offrire. Sicuramente una dramedy poco memorabile.

5.5

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