The Oak Room, recensione del thriller con RJ Mitte: storie sanguinose

Un thriller freddo e calcolato, scaldato continuamente dalla luce delle parole, che scivolano raccontando storie pronte a grondare sangue.

recensione The Oak Room, recensione del thriller con RJ Mitte: storie sanguinose
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Quanto è profondo il potere di una storia? Un racconto cambia a seconda del tono che si utilizza, di quello che si sceglie di dire, delle tempistiche, l'inflessione, l'enfasi. Un piccolo universo che si illumina a blocchi, capace di prendere vita attraverso la nostra bocca. The Oak Room è un thriller sulle storie, un vademecum chiuso tra pareti di quercia in grado di auto-raccontarsi dall'inizio alla fine, tenendoci con il fiato sospeso. Presentato al 38esimo Torino Film Festival, in una sezione che ha visto vere e proprie perle come il fantahorror Fried Barry, l'intimo e potente Funny Face o anche il feroce Breeder, purtroppo non ha ancora un'uscita italiana.
Il regista Cody Calahan mette in scena un dramma da camera che affila le sue lame su ogni singola parola, mai fuori posto. E noi non possiamo fare altro che ascoltare, divorando una pagina dopo l'altra con quel retrogusto metallico impossibile da scacciare.

Raccontami una storia

Canada. Notte fonda, tormenta di neve, un bar come un faro sulla scogliera. Paul (Peter Outerbridge) sta per chiuderlo e andare a casa, quando si presenta Steve (RJ Mitte di Breaking Bad), conoscente di vecchia data che da parecchio tempo non tornava in città. C'è tanto di cui devono parlare, ma Steve decide di raccontare una storia, perché forse potrebbe interessare proprio Paul.
The Oak Room diventa una sorta di libro-game, dove ogni strada inizia a diramarsi sotto i nostri occhi, scatoline cinesi che racchiudono altre narrazioni. Un continuo rimpallo tra mondi uguali e distanti, perché c'è un altro bar che sta per chiudere, un altro avventore pronto con la sua storia, nascosta sotto la barba o nel quadrante di un orologio.
La narrazione di Cody Calahan diventa quindi un gioco al rialzo, altalena emotiva che sembra sempre sul punto di farci cadere o... peggio.

La luce del bar

La capacità con cui The Oak Room gioca con la fotografia è deliziosa. Un continuo scontro tra luce e buio, piccoli picchi colorati che seguono i personaggi, spesso mangiati da coni d'ombra pronti a nascondere intenzioni, pensieri e racconti.
Tutto nel bar (nei bar) passa attraverso lampadine, LED, colori caldi e soffusi che cozzano con il vento gelido delle narrazioni, tenendoci al guinzaglio esattamente come le parole, che Cody Calahan lascia gocciolare pian piano, cristalli stranamente uguali pronti a posarsi uno sull'altro.

La forza del film sta proprio nel potere delle sue parole: ogni cambio di scena ci riporta a un dettaglio che bisogna tenere a mente, capace di svelarsi mentre la storia prosegue.
Forse solo in questo il progetto cede un po' il passo, dando per scontati alcuni elementi molto cruciali ai fini della trama, che appaiono dal nulla e costringono lo spettatore a riempire il buco mentale di causa/effetto che fanno scaturire.

Un uomo entra in un bar...

Per puntare così sulla narrazione orale ci vogliono interpreti giusti, capaci di reggere il peso delle loro storie.
The Oak Room sfrutta benissimo RJ Mitte e Peter Outerbridge, giovane con un segreto e burbero barista pieno di rimpianti. L'ex Walter Junior di Breaking Bad funziona perfettamente nel ruolo di ragazzo impacciato, dalla parlantina apparentemente poco sciolta, perfetto contrappunto per un barman duro e puro, come solo uno temprato dal freddo può essere.
E tutti i comprimari, svelati uno dopo l'altro man mano che le storie si aggrovigliano, portano il loro messaggio, veicolato tramite il volto, figure in grado di staccarsi dall'oralità del proprio racconto, esplodendo con tinte pulp come le grandi narrazioni di genere sanno fare.
Il regista Cody Calahan infatti mette subito le carte in tavola, già a partire dalla locandina: qualcuno sanguinerà, sta solo a noi scoprire chi. Anzi, più di ogni altra cosa, scoprire perché.

The Oak Room Un grande thriller sull'importanza della narrazione orale, dove le storie creano veri e propri mondi, pronti a incastrarsi uno dentro l'altro come scatole cinesi di quercia. Presentato al 38esimo Torino Film Festival, The Oak Room sfrutta ogni cono d'ombra appositamente lasciato dalla sua fotografia, che erutta piccoli cappelli luminosi in grado di far risplendere una narrazione sanguinolenta. Il regista Cody Calahan sceglie con cura i propri interpreti, partendo da un sornione RJ Mitte, che da Breaking Bad ha dimostrato di sapere il fatto suo davanti alla macchina da presa. Noi quindi non possiamo fare altro che ascoltare guardando, scoprendo mano a mano perché quel freddo gelido fuori dal bar sta per arrivare sui nostri occhi.

7.5

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