The Nun - La vocazione del male, la recensione dello spin-off di The Cojuring

Arriva nelle sale il secondo spin-off del The Conjuring Universe, questa volta dedicato al demone Valak, con risultati altalenanti.

recensione The Nun - La vocazione del male, la recensione dello spin-off di The Cojuring
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Uno degli elementi che ha contribuito a rendere tanto amato il franchise di The Conjuring è stato il fatto di essere tratto da una storia, o meglio da un caso, apparentemente vero. Con questo si intende che sia la possessione della famiglia Perron sia quella dalla famiglia Hodgson sono effettivamente documentate, nel senso che ci sono sia video che registrazioni dell'intervento dei coniugi Ed e Lorraine Warren. Questo non significa ovviamente che gli esorcismi mostrati o direttamente le possessioni sia vere, ma solo che i casi sono a tutti gli effetti reali. Sia nel 1971 che nel 1976 qualcuno sentiva di avere bisogno dell'intervento dei due demonologhi e ricercatori del paranormale.
Questa particolare e affascinante attinenza con la realtà sembra però essere relegata solo ed esclusivamente alla saga principale di quello che oggi conosciamo come The Conjuring Universe. Già a partire dal primo spin-off del franchise, Annabelle, si è infatti iniziato a strabordare con la fantasia, sfruttando il falso espediente del "i fatti che andrete a vedere si sono svolti realmente", anche se poi di reale o di documentato non c'è proprio un bel niente. Il mezzo serve però a collegare la storia della Bambola Demoniaca a questo universo narrativo interconnesso, e con l'ultimo The Nun - La vocazione del male la produzione ha obbligatoriamente seguito questo modus operandi, raccontandoci la liberazione del demone Valak nella Romania del 1952 e spacciandola per vera, ricollegandosi perfettamente a L'Evocazione.

Voti e sacrificio

Il nuovo spin-off di The Conjuring, diretto da Corin Hardy, si svolge 20 anni prima del film apripista di James Wan. Ci troviamo nel tetro, semi-diroccato e inquietante Monastero di Cârta, appartenente all'Ordine cistercense, agli inizi degli anni '50. La Seconda Guerra Mondiale si è conclusa e gli squarci causati dai bombardamenti nemici si aprono ancora come ferite fresche in diversi edifici, tra i quali anche lo stesso Monastero, che sorge molto isolato tra i monti della Romania. Visibilmente terrorizzate, due suore percorrono nella notte un corridoio dei sotterranei letteralmente invaso da croci, piantate nel pavimento, nelle pareti e persino sul soffitto. La fine del corridoio cela una porta di legno che reca la scritta "Finit hic deo", "Qui finisce Dio". Devono entrare e recuperare qualcosa, "l'unica cosa in grado di salvarle". La più anziana delle due si getta nel buio della stanza, la più giovane prega in lacrime. La prima torna strisciando per terra, piena di sangue e dolorante, consegnando a Suor Vittoria -questo il nome della giovane sposa di Dio- una chiave e intimandole di scappare. Suor Vittoria obbedisce e si reca nelle sue stanze, mentre l'anziana viene inghiottita nelle tenebre più profonde da una forza malvagia. La suora rimasta prende una corda, ne lega un'estremità al letto e si annoda l'altra estremità attorno al collo, stringendo in una mano l'importante chiave.
La porta alla sue spalle di apre lentamente e una figura esile ma colossale, dall'aura nefanda e mortifera, si avvicina dal corridoio alla stanza, rubando la poca luce che scalda quella parte del Monastero. Suor Vittoria la vede, lancia un'ultima preghiera in cerca di perdono e si lancia dalla finestra. La corda si tende, il colpo è secco. Il demone è nella stanza e la finestra si chiude, mostrandoci nel riflesso del vetro Valak in tutta la sua malvagia e infernale potenza.
Il prologo funziona in ogni suo aspetto. Corin Hardy non vuole lavorare tanto sugli jump scare o le paure improvvise annidate dietro gli angoli più bui, perché a interessargli è la ricerca di una tensione iperbolica e crescente, attanagliante, che si sviluppa in un pathos venefico sempre più opprimente e magnetico. Gli appena dieci minuti introduttivi sembrano allora promettere un titolo horror d'atmosfera, profondamente ammaliante, ma purtroppo nella restante ora e venti di visione non tutto va come dovrebbe andare.
Dopo l'introduzione, che termina con il ritrovamento del corpo di Suor Vittoria da parte di uno dei tre protagonisti principali, il Francese, interpretato da un Jonas Bloquet un po' Brendan Fraser ne La Mummia un po' villeggiante spaventato, The Nun si apre al racconto vero e proprio.

Informato del suicidio della suora nel Monastero di Cârta, il Vaticano decide di inviare sul posto tale Padre Burke (un credibilissimo Damian Bichir) per decretarne la sacralità e indagare sull'avvenuto, affiancandogli la novizia (una suora che ancora deve prendere i voti temporali) Sorella Irene (Taissa Farmiga). Questi si recano al Monastero accompagnati dal Francese, trovandosi presto in balia di Valak, intenzionato ad abbandonare l'Abbazia e tornare a diffondere il male nel mondo.
Le location di The Nun, parte della storia e il focus sulla natura di Valak sono indubbiamente seducenti per le menti attratte dal genere, specie perché si tenta molto di giocare con gli spazi più curiosi del subconscio dello spettatore. Si cerca generalmente di provocare un'agitazione interiore che non ha tanto a che fare con il (comunque ricercato) "salto sulla poltrona", quanto con un'analisi purtroppo superficiale del concetto assoluto di male, approfondendolo mediante il grande strumento religioso, qui nettamente più centrale rispetto agli altri titoli di The Conjuring Universe.

Il problema di fondo di The Nun, che è poi quello che -esattamente come Valak- infesta e opprime l'intero progetto, è la sceneggiatura, che giustifica tante assurdità in modo spicciolo o addirittura esasperato, dando ad esempio assoluta veridicità all'esistenza di Cristo e alle varie incarnazioni del male sulla Terra, con tanto di rituali di richiamo dagli inferi. È esattamente l'esagerazione di ciò che non funzionava ne Il Caso Enfield, nonostante le forti interpretazioni del cast, alcune punch line azzeccate e una ragia abbastanza sofisticata, al netto di qualche passaggio sfumato di troppo e stacchi non sempre adeguati.
Il film, in definitiva, risulta comunque godibile e spesso coinvolgente, con un plot twist madre un po' telefonato ma ugualmente intrigante, atto ad aumentare il clima agghiacciante di The Nun. Viene anche concesso più margine di movimento all'azione, personificata dal Francese, un personaggio molto interessante e importante sul quale ci auguriamo possa soffermarsi un futuro e possibile sequel. Il collegamento con The Conjuring c'è, è studiato e non si capisce fino alla fine, ma in qualche modo Valak è per forza di cose riuscito ad abbandonare il monastero e arrivare a infestare gli incubi di Lorraine Warrern. Se amate questo fascinoso e curioso universo narrativo horror e volete scoprire le origini del demone più pericoloso e terrificante finora presentato, allora The Nun fa al caso vostro, con tutti i suoi problemi e con tutte le sue virtù. Abbiate fede. Vi servirà.

The Nun The Nun - La vocazione del male si presenta come uno spin-off dall'atmosfera magnetica, intrigante e di indubbia inquietudine, ma lavora superficialmente con la narrazione senza calcare troppo la mano con il puro jumpscare. Esagera anche nell'esasperare la veridicità di alcuni elementi costitutivi del racconto, dimenticandosi di far parte di un Universo Narrativo che prova quantomeno a basarsi in parte su fatti non propriamente veri ma che hanno almeno attinenza documentata con la realtà. È un capitolo fascinoso dove l'analisi del male e la potenza religiosa sono messe al centro della storia, interamente ambientata in un Monastero mefistofelicamente seducente per le menti attratte dal genere. Non il film meno riuscito del The Conjuring Universe come descritto all'estero, ma solo quello che si prende più rischi.

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