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The Kissing Booth 2, la recensione del sequel targato Netflix

Tornano i problemi di cuore e di crescita di Shelly, Lee e Noah, questa volta alle prese con l'ultimo anno di liceo, la distanza e nuova conoscenze.

recensione The Kissing Booth 2, la recensione del sequel targato Netflix
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Il primo The Kissing Booth si concludeva nel 2018 con lo scoccare dell'amore tra Shelly Evans (Joey King) e Noah Flynn (Jacob Elordi), fratello di Lee Flynn (Joel Courtney), migliore amico della protagonista. Una delle regole del loro patto d'amicizia era stata infranta e una coppia si era infine formata. Noah era però all'ultimo anno di liceo e pronto a trasferirsi al college, e la storia di The Kissing Booth 2 riparte proprio da qui: dalla paura del distacco.

Dopo un'estate passata alla villa al mare dei Flynn, infatti, Shelly ha dovuto salutare il suo amato Noah, che ha però deciso di intrattenere con lei una relazione a distanza, a ben 8.000 chilometri, dall'altra parte del Paese. L'avvicinarsi dell'ultimo anno di liceo e i precedenti eventi hanno spinto Shelly a maturare più di quanto pensasse, spingendola a diversi compromessi con la sua parte più "bambina" e preoccupata per non ammorbare il ragazzo occupato tra studio e nuove amicizie. Aspettando la risposta da parte della Berkley, suo college dei sogni - e anche di Lee -, Shelly si prepara ad affrontare la fine dell'adolescenza, alcuni grandi cambiamenti, una conoscenza affascinante e inaspettata e sperare con tutta se stessa nella forza dell'amore.

Gli anni passano, gli errori restano

Sempre tratto dai romanzi per ragazzi scritti da Beth Reekles, per la precisione da The Kissing Booth 2: Going the Distance, questo sequel del grande successo di Netflix del 2018 è tutto zucchero e luce "smarmellata" (citando Duccio di Boris), fortunatamente meno misogino del precedente capitolo perché interessato ad affrontare con un pizzico di precisione in più il tema della crescita e del cambiamento rispetto ai problemi amorosi e stereotipati dell'adolescenza (comunque presenti).
Al cuore è un more of the same del primo film, e questo perché le capacità di scrittura ed evoluzione narrativa di Vince Marcello (anche regista) e Jay Arnold non sono forse adeguate a seguire un buon filo di sviluppo caratteriale dei protagonisti e della storia, lasciandoli piatti e un po' macchiette, con delle personalità che esistono ma non spiccano. Forse perché nel suo essere così dichiaratamente (eppure svogliatamente) young adult, The Kissing Booth 2 non vuole in alcun modo affrontare delle verità interessanti ed efficaci del coming of age che tratta. Si limita a una linea generica e scontata di condotta narrativa, sia commediata che drammaturgica, senza mai lievitare e diventare sufficientemente pastoso e adatto a creare altro, che sia spasso, commozione, sorpresa, sarcasmo.

Date le sue 2 ore e 15 di durata ci aspettavamo inoltre qualche interessante trovata interna per modificare l'andamento stilistico del racconto, ma sono onestamente ingiustificabili guardando soprattutto al materiale che il film mette in gioco per coprire una simile run time, davvero esagerata per una commedia senza pretese come questa, che nella parte centrale comincia persino ad apparire ripetitiva e appesantita da troppi ingredienti.
La distanza tra Shelly e Noah e tutte le criticità che cominciano a mettere a repentaglio la loro relazione non tengono sufficientemente banco per alleggerire la visione di un prodotto più vicino a una telenovelas argentina che a un lungometraggio americano, certo ragionato e promosso nell'immediato come film TV senza stile né voglia, ma comunque inefficace e inefficiente.

Guardando anche al passato, titoli come A Cinderella Story con Hilary Duff o Colpa delle Stelle con Shailene Woodley sono molto più appetibili e concretamente riusciti nelle loro intenzioni tematiche e concettuali rispetto all'intero mondo di The Kissing Booth, che vuole essere giovane, parlare ai e di giovani in modo svogliato, mediocre e forse persino un tantino sbagliato, se pensiamo che non affronta alcuna traccia attuale della generazione Z e racconta un mondo troppo esasperato e poco reale nelle sue convenzioni e convinzioni.

In conclusione, le interpretazioni del cast non aiutano poi tanto a risollevare il film dal suo andamento altalenante, perché a loro modo risultano sì leggere e divertite, ma soggette a una direzione registica che sembra lasciare soprattutto spazio al "buona la prima" e al divertimento sul set, il che è bene finché non diventa male.

Niente di entusiasmante sotto il sole di Netflix e della California, insomma, sicuramente non per chi cerca un prodotto young adult di qualità. Per i più piccoli, invece, potrebbe essere un buon intrattenimento, ma non per gli adolescenti in fase "calante", che dovrebbero invece puntare gli occhi su Euphoria di HBO, forse la serie che meglio racconta la loro generazione con una gamma di sfumature spaventosamente concreta e azzeccata. The Kissing Booth 2 non vuole comunque essere un progetto di quel tipo, il problema principale è comunque che nel suo piccolo, rispetto a tanti altri concorrenti, funziona solo con i piedi ben piantati a terra e calamitati verso il centro gravitazionale di genere da una forza secondaria chiamata "mediocrità", ineluttabile solo per chi decide di non combatterla.

The Kissing Booth 2 The Kissing Booth 2 è al cuore un more of the same del precedente capitolo, sempre attento e interessato ai problemi più basici e stereotipati dell'adolescenza ma più aperto a problematiche leggermente più concrete e interessanti. È di base una commedia TV per ragazzi dell'ingiustificabile durata di 2 ore e 15 minuti, che cerca di intrattenere le giovanissime generazioni in modo svogliato e senza guizzi né stilistici né interpretativi. C'è senza apparire e tanto gli basta, come anche evidente da una regia da "buona la prima" e da tutta quella luce del sole californiano che filtra "smarmellata" su tutte le scene. Anche per il genere che rappresenta è un film profondamente mediocre che però ha un suo pubblico ed evidentemente esiste per questa ragione.

5

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