Recensione The Kingdom

"Li uccideremo tutti"

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Introduzione

C’è una vasta produzione cinematografica riguardante l’impegno americano in medio oriente e, più in generale, nel mondo islamico. Essendo il conflitto in atto, ci si aspetterebbe, in questa fase, il classico supporto propagandistico che i governi USA hanno sempre cercato da Hollywood. Viene in mente I Berretti Verdi, realizzato agli albori della guerra del Vietnam, dove era John Wayne a guidare un intrepido drappello di nuovi cowboys contro i cattivissimi vietcong. E invece, da qualche tempo a questa parte, l’analisi della cinematografia americana si fa attenta anche alle ragioni degli altri, cerca la strada della comprensione, del dialogo, pur nella lucida percezione dell’orrore che il terrorismo comporta.
The Kingdom si colloca in questa linea di tendenza.

Trama

Dopo un’introduzione che descrive la posizione storica, politica ed economica dell’Arabia Saudita e dei suoi rapporti con gli USA, veniamo messi al corrente che la stragrande maggioranza dei terroristi che operarono l’11 settembre era saudita, nonché del fatto che in campo internazionale è l’FBI ad avere la responsabilità di sovrintendere a quanto avviene negli insediamenti civili americani. A capo della squadra incaricata dell’attività di intelligence c’è l’agente speciale Ronald Fleury (Jamie Foxx, Oscar come migliore attore protagonista per Ray). Assistiamo all’attentato contro una comunità statunitense a Riad, attuato con la collaudata tecnica (già praticata dal terrorismo palestinese negli anni ’70) del diversivo seguito da una serie di bombe a scoppio ritardato. Dell’esplosione rimane vittima anche un agente FBI.
Visto il desiderio di vendetta dei suoi uomini, il Direttore del Bureau James Grace (Richard Jenkins) tenta di vincere le resistenze politiche all’invio di una squadra in Arabia Saudita ,andando a colloquio con un membro dello staff presidenziale, Gideon Young (l’attore e regista Danny Huston, figlio del celebre John ed apprezzato caratterista), ma ottenendone un secco e sprezzante rifiuto. Nonostante l’opposizione governativa, Fleury riesce ad ottenere, mediante pressioni sull’Ambasciatore dello Stato Arabo il permesso di investigare per 5 giorni in quella terra. Alla sua squadra si uniscono, tra gli altri, l’esperto di polizia scientifica Grant Sykes (Chris Cooper) e l’agente Janet Mayes (Jennifer Garner, ora signora Affleck). Le indagini sono ostacolate dall’esasperata protezione di cui sono oggetto gli specialisti dell’FBI, possibile bersaglio dei terroristi, e vi si confrontano due opposte metodiche di indagine: quella scientifica degli americani (“non siamo perfetti, ma queste cose le sappiamo fare bene”) e quella più “naif” della polizia militare saudita, rappresentata dal colonnello Faris Al Ghazi (Ashraf Barhom). Il confronto con l’organizzazione terroristica porta ad un finale aperto, vagamente inquietante.

Il film

The Kingdom è presentato come un thriller: in realtà contiene elementi appartenenti a più generi. Le analisi in apertura appartengono ad esempio ai film di denuncia, le scene di inseguimento, sono proprie degli action movies, mentre la sezione che riguarda la ricerca delle prove si rifà ai “procedurals” della tv a stelle e strisce, con un pizzico di umorismo (la scena della Garner che tenta un’autopsia, ma viene fermata dalla ribellione dei presenti, perché un infedele non può comunque toccare un musulmano, soprattutto se morto, fa gli sberleffi a CSI). I combattimenti che si scatenano con armi automatiche sono da film di guerra urbana (viene in mente Black Hawk Dawn di Ridley Scott), ed il tema del confronto fra mondi ed ideologie diverse, alla ricerca di elementi di affinità, ha qualche decennio sulle spalle. Viene comunque gestito con una certa (non troppa) originalità il rapporto tra il capo della squadra di detective americani ed il Colonnello arabo: al di là delle similitudini sul piano familiare (hanno entrambi un figlio in tenera età), che non costituiscono certo una novità sul piano dell’invenzione narrativa, i due finiscono per scoprire, al di là di paure, diffidenze e differenze culturali, il comune animo del poliziotto, che ricerca, investiga, mette a rischio la vita, pur di riuscire a fermare un’organizzazione criminale. Restano comunque impressi nella memoria la violenza della ricostruzione dell’attacco terroristico all’insediamento americano, come anche il violento scontro finale con il gruppo di estremisti islamici, momenti nei quali il film si accende e brilla di luce propria. I governanti, dall’una e dall’altra parte, sono dipinti come distanti dalle istanze di giustizia, interessati gli uni e gli altri solo al petrolio ed ai vantaggi in termini di potere che da esso derivano. La posizione politica che The Kingdom esprime è dunque equilibrata, attenta a non farsi coinvolgere da partigianerie fuori luogo, ma nel contempo lucida nel mostrare gli effetti della violenza che l’ideologia determina. Certamente, non è e non vuole essere un film di analisi della situazione medio orientale, né si atteggia a film di denuncia, pur prendendone a prestito talvolta l’aspetto esteriore, documentaristico. E nemmeno si compiace nella facile retorica. Insomma, non vuole essere né A Mighty Heart, né Nella Valle di Elah: The Kingdom è un film d’azione con uno sguardo particolarmente attento ad un conflitto ancora in atto, le cui motivazioni accenna, presenta e non sviluppa, privilegiando consapevolmente l’effetto alla causa. Non a caso, produce Michael Mann.
E non a caso, la frase che pare veramente unire le parti in conflitto, di questa come di tutte le guerre, sussurrata in un orecchio, o sbandierata, urlata ai quattro venti è “li uccideremo tutti”.

Regista, Attori, Troupe

Peter Berg, attore e regista del cinema americano (originale e maligno il suo Cose Molto Cattive), si trova curiosamente a dirigere Jennifer Garner, della quale aveva interpretato l’ex fidanzato nella serie televisiva Alias.
Il suo modo di condurre si esalta nelle spettacolari e coinvolgenti scene di azione, aiutato dal buon montaggio di Colby Parker Jr e Kevin Stitt (Arma Letale 4, Payback, X-Men, Elektra), ove riesce a ricreare con felice impatto la concitazione dei conflitti a fuoco. Le inquadrature si susseguono con ritmo incalzante, con grande senso della variazione dei tempi cinematografici. La fotografia del calabrese Mauro Fiore (quello di Training Day) rende bene i colori del deserto ed i suoi forti contrasti cromatici.
L’interpretazione di Jamie Foxx contribuisce all’efficacia della narrazione; l’israeliano Ashraf Barhom si rivela una piacevole sorpresa. Jennifer Garner è relegata al ruolo di comprimaria, ma il mitra lo imbraccia con grande disinvoltura. Menzione per la buona interpretazione di Chris Cooper (Oscar per Il Ladro di Orchidee) che dà un tono “freak” all’esperto analisi balistiche, mentre il ghigno “griffato” di Danny Houston (il viscido diplomatico di The Constant Gardener) è garanzia di antipatia.
Dove The Kingdom cade un po’ è nella sceneggiatura, dell’esordiente Matthew Michael Carnahan, fratello del regista di Narc, che pesca abbondantemente dai “clichees” del cinema d’azione e di investigazione, fino ad essere, in alcune circostanze, prevedibile e banale. La tensione comunque non manca e la vicenda cattura l’attenzione dello spettatore per tutta la sua durata. Le musiche del pluripremiato Danny Elfman accompagnano con mestiere i momenti del film, ma si limitano ad un ruolo di mero supporto scenico.

The Kingdom Un buon film d'azione, che prende a pretesto il conflitto con il terrorismo islamico, che pure analizza in maniera semplice, per lanciarsi in una serie di sequenze di ottima qualità. Talvolta banale in alcune soluzioni narrative, è avvincente e spettacolare, e non mancherà di suscitare emozioni negli appassionati del genere.

7

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