The Irishman, la recensione del film Netflix firmato Martin Scorsese

Il regista di Silence firma il suo personale C'era una volta in America, riflettendo su miti e fascinazioni passate con grande potenza cinematografica.

recensione The Irishman, la recensione del film Netflix firmato Martin Scorsese
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The Irishman è probabilmente uno dei titoli più "personali" mai girati da Martin Scorsese. Lo dice senza mezze misure lo stesso regista, elogiando il cruciale supporto di Netflix nella produzione di un'opera tanto mastodontica e dal budget molto elevato (160 milioni di dollari), accostabile in pratica a uno studio movie.
Tratta dal libro I Heard You Paint Houses di Charles Brandt, l'ultima fatica del regista è impostata in partenza come un lungo ed elaborato ricordo della vita di Frank "The Irishman" Sheeran (Robert De Niro), mostrandocelo ormai anziano in una casa di riposo, bloccato su di una sedia a rotelle.
Queste le premesse di un flusso di coscienza che si tramuta nel racconto di un'epoca ormai passata, sbiadita nella cultura collettiva, che il vecchio Frank vuole però narrare direttamente al pubblico, confessare allo spettatore.

Gli inizi da piccolo criminale lasciano subito spazio alle prime amicizie importanti, soprattutto con il boss mafioso Russell Bufalino (Joe Pesci), che prendendolo in simpatia lo accoglie sotto la sua ala protettrice, lasciandolo crescere velocemente all'interno di un sistema malavitoso fatto di favori reciproci.
Al di fuori della criminalità organizzata si estende poi il mondo dei sindacati, che all'epoca (parliamo degli anni '50 e '60 soprattutto) aveva una sola e grande icona, Jimmy Hoffa (Al Pacino), leader della International Brotherhood of Teamsters e vera superstar degli "union" americani. Dovendo comunque adeguarsi agli ingranaggi di un corrotto sistema sociale e politico, Hoffa è vicino alla mafia italiana e alla famiglia Bufalino, motivo che lo porta a incontrare Frank e a farli diventare ottimi amici in un contesto critico e omertoso.

La caducità del tempo, l'immortalità delle azioni

La collaborazione, le esperienze condivise, gli omicidi, le campagne elettorali, i tradimenti e le esecuzioni vanno a comporre dunque questa ode alla caducità del tempo contrapposta all'immortalità delle azioni compiute; un canto dedicato alle trasformazioni culturali di un Paese ormai profondamente mutato e a quelle intime dell'amicizia e dei doveri, rintracciando la contemporaneità nell'evoluzione delle emozioni e dei rapporti umani, nella mortalità che ci rende eventualmente tutti uguali, sbiaditi frammenti di periodi lontani.
Un film ponderato, intenso, sentimentale, The Irishman, dove Scorsese sembra raccogliere e amalgamare i pezzi della sua brillante filmografia per tornare a ragionare in senso superomistico sul mondo dei gangster americani, superando in sostanza qualsiasi esaltazione o idealizzazione di questo universo criminale che ha contribuito a lungo a plasmare tramite il mezzo cinematografico.
Ogni fascinazione di sorta è infatti messa da parte per entrare nel vivo delle relazioni tra i protagonisti principali, che vivono, agiscono e contribuiscono a perpetrare una realtà fatta di ordini, obblighi e conseguenze incontrollabili.

Più che raccontare come fatto in Quei bravi ragazzi o Casinò (ma a suo modo addirittura in The Wolf of Wall Street) l'ascesa apparentemente inarrestabile di personaggi moralmente corrotti ma conturbanti - per cui si arriva persino a tifare -, la storia di The Irishman si avvicina molto di più alla sensibilità e alle tematiche di C'era una volta in America di Sergio Leone, con cui condivide la stessa melanconia e vigore stilistico nel focalizzare e sviluppare un forte vincolo amicale, nella trasformazione dello stesso, tra agenti scatenati interni ed esterni.

Lo sguardo nostalgico è però filtrato principalmente dalla visione del mondo di Frank, dalla sua diretta esperienza, che infatti tende a manipolare gli eventi a seconda delle esigenze espositive, divergendo in questo senso dal capolavoro di Leone pur mantenendosi estremamente in linea con la stessa filosofia del ricordo, con il medesimo grado di malinconia e commozione.

La struttura stessa dell'opera è un richiamo costante al cinema ormai cristallizzato nella memoria collettiva cinematografica, a sonorità french noir e interni carichi di fumo di sigaretta, luci offuscate e uomini pericolosi intenti a discutere d'affari, il tutto scenograficamente e registicamente imbastito per essere il più classico degli Scorsese. Ci si ritrovano allora alcuni jump cut tipici dell'autore e provenienti dalla novuelle vague, i rallenty di The Wolf of Wall Street, la raffinatezza evocativa di un'inquadratura di Silence, piccoli piani sequenza usati solo ed esclusivamente per fini espositivi e mai manieristici: tutto l'universo del regista riversato in un solo "lungometraggio cornice" della sua filmografia, delle sue passioni e di rapporti lavorativi feticci con attori e amici di lunga data.

I tre di Scorsese

Questo nuovo The Irishman tenta di esorcizzare un'esistenza piena di rimorsi e peccati senza mai risultare ipocrita o fuori traccia, ottimizzando anzi questo sguardo naturale sulla vita e le trasformazioni socio-culturali del Paese con una celata e vellutata delicatezza che traspare soprattutto dagli occhi di Frank Sheeran, quelli di un Robert De Niro mai così bravo negli ultimi anni. Un'interpretazione tutta giocata sulla composta espressività del suo volto, anche quando rimodellato in CGI per un de-aging necessario a renderlo totale protagonista del film, come d'altronde fatto con Joe Pesci e Al Pacino. A proposito di tecnologia, al primo impatto l'effetto iniziale è straniante e sembra trascinare prepotentemente lo spettatore fuori dagli elevati argini qualitativi del progetto. Risulta abbastanza chiaro come sia però solo questione di adattamento (ma anche di quantità di primi piani), perché dopo pochi minuti il volto ringiovanito di De Niro - quello poi più elaborato in post-produzione - comincia a risultare credibile e giustificabile - e questo anche rispetto al de-aging forse più riuscito (perché minore, è bene ricordarlo) sui personaggi di Russel Bufalino e Jimmy Hoffa.

Insieme a De Niro, Pacino e Pesci regalano delle performance calorose, vibranti e passionali, e soprattutto il sindacalista pop-star di Al Pacino risulta essere forse il personaggio più esuberante e sopra le righe, protagonista di alcuni dei momenti più divertenti e riusciti di The Irishman, di sequenze di chiara matrice scorsesiana ed elaborate per lo schermo con precisione chirurgica a partire dalla splendida sceneggiatura di Steven Zaillian.
Guardando proprio a questo trio, soprattutto incisiva e memorabile risulta essere la differente amicizia che lega Frank a Bufalino e ad Hoffa, due modi completamente opposti di intendere un legame di questo tipo ma ugualmente profondi.

Il gangster movie alla Scorsese si interseca poi con la politica e la storia americana come mai fatto prima d'ora, pur dandone uno sguardo ridotto e senza mai allontanarsi dai binari narrativi del racconto, che spiegavamo partire, evolvere e concludersi proprio attorno alla figura di Frank Sheeran, alla sua visione annebbiata e spiritualmente timorata di un passato in cui tragedia e felicità hanno ricoperto parti equamente importanti, definendolo come uomo, padre, marito e amico, segnando irrimediabilmente parte del destino del Paese. Quella di The Irishman è insomma la romantica epopea esistenzialista di una criminalità demitizzata e viscerale, dei tanti personaggi che l'hanno animata, delle molteplici azioni che l'hanno condannata. Uno spiraglio da cui sbirciare ancora quel poco che resta dell'appannata ed efferata gloria di un'età scolorita.

The Irishman Attraverso una storia fatta di amicizia, omertà, politica e tradimenti intercorsi tra gli straordinari Frank Sheeran di Robert De Niro, Russell Bufalino di Joe Pesci e Jimmy Hoffa di Al Pacino (mattatore del film), The Irishman di Martin Scorsese racconta di un'epoca ormai sbiadita senza spettacolarizzazioni o esaltazioni dell'universo gangster come fatto in Casinò o Quei bravi ragazzi, cantando un'ode invece a suo modo viscerale e delicata alla caducità del tempo e al paradossale rapporto con l'immortalità delle azioni compiute. È il C'era una volta in America del regista di New York, ugualmente nostalgico e malinconico seppur diverso nell'approccio registico, che richiama alla mente soprattutto sonorità e tinte del french noir - al di là di altri elementi presi in prestito dalla sterminata filmografia scorsesiana. Un film intenso, profondo, lungo e disconnesso come la vita dei protagonisti, come la loro moralità e le relazioni che sono andati a creare, rafforzatesi o distruttesi nel tempo. La romantica epopea esistenzialista di una criminalità demitizzata e più viscerale, dove l'esigenza personale del regista incontra la tecnologia e il budget di un film studio, regalandoci un'opera complessa, ispirata e profondamente desiderata.

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