Venezia 2008

Recensione The Hurt Locker

L'ossessione della guerra filmata dalla Bigelow.

recensione The Hurt Locker
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Nella psiche del soldato

E' un film sulla guerra. Ma non è un film che critica la guerra. L'ultimo progetto di Kathryn Bigelow non parla di retorica né si racconta in modo retorico. Essenzialmente sviluppa un concetto davvero inquietante e, rispetto all'opinione pubblica, davvero agli antipodi: “la guerra è una droga” (Chris Hedges). Oggi i soldati USA sono prevalentemente volontari, che sfidano la morte guardandola dritta negli occhi, senza mai arretrare. Più combattono e più la loro psiche viene forgiata a seconda degli eventi, la quale scava sempre più a fondo fino a presentare buchi oscuri, dove si perde quel solido legame con la vita. Dalla sceneggiatura dell'amico giornalista, premio Pulitzer, Mark Boal - il quale è stato tra il 2003 e il 2004 reporter “embedded” dell'esercito USA a Bagdad - la Bigelow confeziona un film crudo e soffocante, che disorienta e ammutolisce. D'altra parte Boal aveva già esplicato lo scorso anno parte delle conseguenze emotive causate dalla guerra irachena a un gruppo di giovani militanti, nel film diretto (e sceneggiato) da Paul Haggis, Nella valle di Elah. Tuttavia in The Hurt Locker il messaggio viene calcato a tal punto che si prendono gradualmente le distanze da quel mondo incomprensibile e moralmente inafferrabile dove le vittime si trasformano in trofei, l'adrenalina in carburante.

Da recuperare in Dvd e Blu Ray.

Dopo nove nomination ricevute, riportare alla vostra attenzione la recensione di questo bellissimo film di Kathryn Bigelow, autrice di cult come Strange Days e Point Break ed ex moglie di James Cameron, era doveroso considerato che il film da noi è uscito ben prima che negli States ed ha avuto una distribuzione davvero pessima. Vi consigliamo caldamente di recuperarlo in home video, lo trovate sia in vendita che ha noleggio in dvd e blu ray, perché vale decisamente la pena di essere visto per come affronta senza moralismo e peli sulla lingua il concetto di Guerra-come-droga.

“L'eccitazione della battaglia provoca una dipendenza fortissima"

Mancano 40 giorni al rientro. In Iraq operano diverse unità speciali tra le quali gli artificieri, soldati addestrati a disinnescare ordigni esplosivi altamente pericolosi. Tre militari, JT Sanborn (Anthony Mackie) e lo specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty), capitanati dal sergente Matt Thompson (un breve ma intenso Guy Pierce), supervisionano un perimetro ad alto rischio bombe. Qualcosa però va storto e il sergente Thompson perde la vita. Attoniti e affranti per aver visto morire il loro compagno nonché amico davanti ai loro occhi, i due soldati rimasti aspettano - come da routine in guerra - qualcuno che possa sostituirlo. Il nuovo sergente William James (interpretato da un meraviglioso Jeremy Renner) non si fa attendere e arrivato a Bagdad prende subito il comando del gruppo. Ha un carattere impulsivo ed è incurante del rischio, colleziona ricordi in pezzi di ordigni disinnescati e non sembra preoccuparsi degli affetti. Un uomo che non ha nulla da perdere, verrebbe da pensare...

“La guerra è una droga”

La guerra può distruggere una vita così come può diventare la vita. La Bigelow non vuole criticare né impietosire attraverso le orribili conseguenza causate da una guerra tanto cruenta, ma lascia che sia lo spettatore a decifrare i messaggi in superficie e i continui sottotesti a contorno. Il vantaggio della pellicola è quella di esprimersi attraverso un sublime cast di attori, dove i volti meno noti surclassano le occasionali comparsate; in particolar modo la trascinante performance di Jeremy Renner, da candidatura all'Oscar. L'approccio realistico viene valorizzato dall'utilizzo della camera a mano - il film è stato girato in 16 mm - e da incisivi primi piani, ciò mantiene ogni scena integra facendo trasparire molta umanità. La Bigelow sa inoltre come giocare con la tensione, conoscendo perfettamente i tempi di azione e reazione dando così un'assoluta garanzia nella gestione del ritmo. Le sequenze memorabili non mancano (la prima esplosione ad esempio) e in generale la durata non viene minimanete corrotta da una pessima gestione della composizione.
Apprezzata per un modello registico decisamente virile, ipercinetico ed emotivo, la Bigelow non generalizza portando a pensare che la guerra sforna solo macchine da guerra, giacché frappone l'ideologia un po' frammentata di JT Sanborn a quella di William Jemes creando un incontro scontro indefinito, labile, come la precarietà psicotica di un uomo a cui hanno tolto quasi tutto. Il patriottismo è solo parte dello schema delineato dalla regista poiché la struttura portante si basa su un concetto che vede legittimare la guerra come uno sfogo per cui valga la pena perdere di vista qualsiasi altro valore affettivo e personale. Come accade a James... In questo modo la guerra puo' diventare la vita; ed è droga in quanto altera la realtà sfruttando quella pericolosa sensazione di onnipotenza. Un film la cui rappresentazione bellica non ne sminuisce il contenuto proponendo i soliti cliché, ma ne approfondisce il carattere, entrando nella psicologia dei personaggi con graduale attenzione. Peccato tale nobile approccio venga parzialmente appiattito da (rare) cadute di stile e da una sceneggiatura che non sempre trova le parole adatte (o il coraggio?) di affermare ciò che vorrebbe. Generalmente sono le immagini a conferire spessore e questo pone l'ammirevole lavoro registico al di sopra delle parti.

The Hurt Locker The Hurt Locker o “Armadietto del dolore” è un'espressione usata tra gli sminatori che sta ad indicare la semplicità del trapasso di un soldato. Perché quando salti in aria tutti i tuoi pezzi volano via come niente, e l'unica cosa di riconoscibile a rimanere intatta è la targhetta negli scarponi. Con freddezza (e purtroppo qualche incertezza) la Bigelow confeziona un prodotto autorevole, drastico e altrettanto asciutto nel delineare con sguardo “maschile” un delirio alienante. E mancano ancora altri 40 giorni al rientro...

7.5

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