The Hunt, la recensione del thriller distopico scritto da Damon Lindelof

Estremo, politicamente scorretto, irriverente e pieno di sangue. The Hunt scardinerà le vostre certezze, facendovi esplodere la testa.

recensione The Hunt, la recensione del thriller distopico scritto da Damon Lindelof
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È dal 1924 che girano storie e leggende sulla caccia definitiva: quella all'uomo. Solo che negli Anni '20 non c'erano i social network. Ecco perché Damon Lindelof, dopo aver stravolto la serialità contemporanea con Watchmen, si rimette a scrivere tentando di dare una stoccata anche sul grande schermo. Ironia della sorte, da noi The Hunt è finito direttamente su Chili, e quindi nelle nostre case, creando inoltre uno strano parallelismo con L'uomo invisibile: anch'esso titolo Blumhouse, basato su celebre letteratura popolare, riadattato attraverso una metafora estremamente contemporanea. Lì si parlava di stalking. E qui? Perché la scrittura di Lindelof ripete quello che accade nel film: gioca con noi, dandoci le armi per capirla e sconfiggerla, fino a rivelarsi (e rivelarci) per quello che siamo veramente. Tutti uguali. Anche se qualcuno più di altri.
Il suolo americano non ha accolto troppo bene il film, tra polemiche anti-Trump, pro-Trump, in un gorgoglio confuso fra politica e vita vera. Lindelof, sorretto dalla regia di Craig Zobel, con The Hunt cerca di associare i due mondi. Forse, non proprio come ci saremmo immaginati.

La fattoria dei leoni (da tastiera)

The Hunt parte così, nella più classica delle ripetizioni di genere. Un gruppo di persone si risveglia in una radura, trova pistole e coltelli "in regalo" e comincia il massacro. Qualcosa però inizia a sfrigolare in sottofondo. Indizi ci vengono consegnati prima del "risveglio", le armi che noi dovremo usare per trovare il filo rosso della poetica di Lindelof. Ci accorgiamo lentamente di una cattiveria più ancestrale, che si dimentica della lezione di Richard Connell del 1924. Una cattiveria politicamente corretta. Perché l'obbiettivo degli antagonisti (ma lo sono davvero?) di The Hunt sembra essere proprio "la pancia degli Stati Uniti". Ci riferiamo ai Redneck, gli Hillbilly, gli illetterati che dormono con un mitragliatore sotto il cuscino perché "la Costituzione me lo permette".
Quelli che sbraitano insulti razzisti sul web, che fomentano teorie del complotto. Insomma, citando un personaggio reso celebre dal nostro Maurizio Crozza: i Napalm51. Ecco che l'asse tra chi viene ucciso e chi istiga alla violenza inizia ad assottigliarsi. Ma ne siamo sicuri?

Cattivi buonismi

In mezzo al gioco delle parti spunta Snowball, una Betty Gilpin di tarantiniana memoria. Perché se raccogli un gregge di pecore da mandare al macello devi stare attento: potresti aver selezionato qualche lupo con la pelliccia bianca addosso. Ed è tramite la sua beffarda sopravvivenza che le idiosincrasie esplodono, scagliando brandelli umani ovunque. The Hunt inizia quindi a sfruttare il pretesto della trama per falcidiare ogni possibile buonismo. Chi è peggio, i maiali che prendono il potere e mandano al macello i cavalli o chi ha votato quei maiali? Forse, non c'è un peggio. Perché quasi ogni personaggio di The Hunt ha un malriposto senso di superiorità che lo fa schizzare sul suo piedistallo. La differenza? Che da quel piedistallo la vista è ottima per usare un fucile da cecchino. Lindelof condanna tutti, anche sé stesso, scarnificando ogni classe sociale, ogni essere vivente. Forse, le uniche che potrebbero salvarsi dalla granata della satira sono le vittime della casualità. Quelli che si ritrovano in mezzo alla guerra senza aver fatto nulla per esserci. Ma chi non ha mai scritto un commento offensivo su Facebook scagli la prima pietra, no?

Sbudellarsi dalle risate

Il medium tramite cui Lindelof (assieme a Nick Cuse) racconta la sua America (e, tragicamente, la nostra contemporaneità) è quello del sangue. Craig Zobel assorbe la sceneggiatura e si mette al suo servizio. Qualche manierismo qua e là, un macigno che si chiama Tarantino a gravargli sulle spalle, ma la sua visione di The Hunt è netta e precisa. Zobel infatti estremizza la morte, rendendola spesso esilarante.
Un po' come se Edgar Wright si fosse svegliato con la luna storta e avesse deciso di guardare il mondo in maniera meno scanzonata.

C'è una commistione pop e realista nelle sue crude esplosioni di sangue, che non hanno voli pindarici o ambizioni estetiche di sorta. Sono lì per trainare la storia, senza troppi imbellettamenti. Ma è proprio qui che The Hunt soffre, in questa voglia di essere universale, di squarciare la contemporaneità con la sua satira.
Ci riesce a tratti, come se il suo stesso raccontarsi depotenziasse il messaggio che, inevitabilmente, il film ci sbatte in faccia. Perché la linea sottile tra il "gioco" del film e la sua metafora non sempre regge, non così come Lindelof (sembra) avrebbe voluto.

Anche se poi la rivelazione finale fa cadere l'ennesimo bossolo, tappezzando il mosaico di morte che The Hunt ha costruito. Come se non ci fosse più nulla in cui credere, come se i due sceneggiatori statunitensi avessero interiorizzato la lezione di Orwell, vomitando sul proprio Paese ciò che la gente non vuole sentirsi dire. Perché alla fine rischia di valere tutto e il contrario di tutto: e il politically correct oltranzista potrebbe fare tanti danni quanto uno che ammazza rinoceronti in Africa. Forse in mezzo al sangue e al suo folle realismo, The Hunt insegna che dovremmo tutti recuperare la lezione di Lenny Bruce. Ed essere un po' più gentili con il prossimo, anche se viviamo con la pistola dietro la schiena.

The Hunt - film Damon Lindelof squarcia il velo della società contemporanea con The Hunt. Riprendendo l'ancestrale metafora della caccia all'uomo, scrive un film distopico che spruzza budella sul politicamente corretto. Il gruppo di sconosciuti che si risveglia in una radura, pronti a essere cacciati e uccisi, serve solo da metafora splatter per raccontare gli Stati Uniti, e un po' il mondo intero. Craig Zobel mette in scena le parole di Lindelof (e Nick Cuse), soffrendo un po' nei manierismi e rischiando di esagerare con l'universalità del tema. Ma grazie alla solidissima interpretazione di Betty Gilpin, condita di giusta violenza e sangue a fiumi, The Hunt crivella la società, lasciando il nostro buonismo agonizzante sul divano.

7

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