Recensione The Hateful Eight

Quentin Tarantino torna al cinema 'sporco' di una volta, abbandonando le figure carismatiche che hanno caratterizzato le sue opere precedenti e concentrandosi su un nugolo di rinnegati che non ha nulla da perdere... ma tutto da guadagnare.

recensione The Hateful Eight
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Neve. Tanta neve sulla strada per Red Rock. E tanta ancora ne scenderà. Un bel problema per John Ruth, cacciatore di taglie detto "il boia" per la sua singolare abitudine di consegnare ('inutilmente') vivi i prigionieri alle autorità. Ruth ha catturato la pericolosa Daisy Demargue e intende liberarsene il prima possibile, ma la tempesta di neve in arrivo lo costringe a fermarsi nell'accogliente rifugio di Minnie Mink insieme ad altri tre disgraziati: il conducente della loro diligenza, un altro cacciatore di taglie, nero, dal turbolento passato e un sedicente giovane sceriffo dalle ascendenze poco raccomandabili. Qui, in assenza della proprietaria della locanda, entrano in contatto con altri quattro loschi figuri: un boia, un mandriano, un anziano generale confederato e il garzone messicano a cui è stata affidata la 'baracca'. Bloccati per due giorni, dovranno trovare il modo di convivere senza ammazzarsi a vicenda, per un motivo o per l'altro...

Gli odiosi otto

Se c'è un cineasta in grado di spiazzare, sistematicamente, pubblico e critica a ogni occasione quello è Quentin Tarantino. È proprio quando ci si aspetta qualcosa da lui che lui... zac! ti spara alle spalle, ti accoltella, ti sorprende, proprio come uno dei suoi personaggi. Dopo Django Unchained pensavamo di avere una idea chiara di come concepiva il western e le sue atmosfere. E invece no. Del resto, ci ha sempre abituato alle mescolanze di generi e al fatto che le sue ispirazioni fossero sempre un punto di partenza, mai di arrivo. Anche questa volta la storia si ripete: l'ambientazione western post-secessionista si sposa al mistery da camera e ad Agatha Christie, lasciandoti boccheggiare, al freddo, in cupi paesaggi innevati riempiti dall'ingombrante presenza scenica di ottimi personaggi e ottimi interpreti, ma con apparente meno verve e meno indole pulp del solito. Ma è solo un set-up: all'introduzione segue una parte ancor più lenta, imbrigliata in quattro mura che sembrano esplodere da un momento all'altro. Quentin ha calcolato tutto, e dà sfogo al suo estro solo nella parte finale, capace di avvinghiare e ri-trasmettere molto di quello che, nelle ultime due pellicole, l'amato e discutissimo regista sembrava quasi aver perso. Ovvero, il gusto per il marcio. Perché diciamoci la verità: negli ultimi due film c'erano fin troppi personaggi "buoni". Sì, ammazzavano la gente a sangue freddo, ma erano "dalla parte del giusto" mentre i cattivi erano fin troppo fascinosi. In The Hateful Eight non troverete personaggi amabili. Troverete solo marciume e argomenti forti, quel gusto così schietto di Tarantino per la rappresentazione amara della cattiveria dell'uomo e della vita. Per certi versi è tornato alle origini, ma anche alle origini del suo cinema i personaggi, per quanto non raccomandabili, erano piacevoli da seguire. Qui Tarantino fa di tutto per farteli odiare, per la loro favella, i loro comportamenti, le loro ideologie. Concentrando tanta verbosità e i momenti d'azione a questo scopo. Sotto questo profilo non si concede le sue usuali distrazioni o colpi di testa per autocompiacersi, è molto più "misurato" (per modo di dire, naturalmente, visto quello che succede nel corso delle tre ore di durata del film) e non mischia il sublime col pecoreccio come sua abitudine. Risultato? Non ci sono picchi di eccellenza, ma neanche cadute nell'abisso. C'è "solo" tanta ottima teatralità nella messa in scena e molte riflessioni, atmosfere, suggestioni interessanti, per quanto solo scalfite in superficie.

The Hateful Eight The Hateful Eight è, salvo sorprese "involutive" future, l'opera che segna la maturità autoriale di Quentin Tarantino, che sembra aver fatto pace con la sua solita autoreferenzialità e coi colpi di testa imprevedibili che hanno da sempre segnato il meglio e il peggio del suo cinema. Continuiamo a preferire i film degli esordi, ma la storia degli Odiosi 8 è, a conti fatti, un'opera più compiuta di Django Unchained e Bastardi senza gloria, seppure meno artistica e divertente, più prevedibile forse, ma realizzata con grande maestria e impreziosita da un cast formidabile e da un'ottima colonna sonora (ma quelli sono sempre stati punti fermi dei film tarantiniani, del resto). Chi già ama il cinema dell'autore statunitense non potrà che adorare anche questo. Chi, invece, non lo apprezza potrebbe trovarlo noioso o insignificante, o al contrario potrebbe essere la volta buona per digerire il suo cinema astruso, citazionista e strappabudella. Nota a margine: il tanto strombazzato 70mm non è una trovata pubblicitaria, ma una vera e propria modalità di visione alternativa del film, che gli conferisce tutto un altro appeal più classicheggiante e adatto al tipo di storia. Vi consigliamo, dunque, se possibile, di fare un salto a Roma, Milano o Bologna per poter goderne appieno.

7.5

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