The Grudge, recensione: la maledizione di Takashi Shimizu è tornata

Nicolas Pesce ha deciso, supportato da Sam Raimi, di rebootare un cult J-Horror come Ju-On: The Grudge, con risultati discutibili.

recensione The Grudge, recensione: la maledizione di Takashi Shimizu è tornata
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Ju-On: The Grudge di Takashi Shimizu, uscito nell'ormai lontano 2004, è a mani basse considerato uno dei capisaldi del genere J-Horror, un'opera seminale che è stata capace di generare un sequel autoctono, Ju-On 2, e un remake americano uscito sempre nel 2004 con Bill Pullman. Come se tutto questo non bastasse, Nicolas Pesce - spinto inoltre dal produttore Sam Raimi - ha ben pensato di rebootare oggi, nel 2020, l'intera saga, cercando di riprendere temi e sensazioni del film originale, pur consapevole del rischio.
Un rischio evidentemente enorme, in casi come questo dovrebbe essere il semplice buon senso a tenerci alla larga da reboot di cult ormai entrati di diritto nell'olimpo della cultura pop, a molti però là fuori piace giocare con il fuoco. E con le maledizioni. Alla base di The Grudge vi è infatti il "rancore" (significato stesso di "Grudge" e "Ju-On") che alcune anime dannate, morte in modo violento, portano con se e lasciano assorbire dalle case teatro della loro tragica dipartita. Una sorta di virus che si instilla in chiunque oltrepassi la soglia d'entrata di queste abitazioni - e non è certo uno spoiler, visto che il film inizia proprio spiegandovi questo macabro meccanismo. Siete dunque consapevoli di voler entrare...?

Rancore

Se è la paura a preoccuparvi, convinti di avere a che fare con un prodotto estremamente spaventoso, beh è meglio abbassare notevolmente le aspettative. Il nuovo The Grudge, del quale forse potevamo anche fare a meno, ha un pessimo rapporto con la costruzione della tensione, al contrario vive di sequenze prevedibili e scontate, cercando di scuotere il pubblico con l'espediente più abusato e ormai innocuo del genere horror: il jumpscare. È l'unica soluzione a cui Nicolas Pesce ricorre per cercare di far salire il ritmo dei vostri battiti, senza invece calcolare l'alta probabilità di sbadigli.
Se il remake americano non esitava a partire "in quarta", mostrandovi il tremendo suicidio di Peter Kirk, qui ci si limita a spiegare in pochi istanti come abbia fatto una maledizione nata in Giappone ad arrivare sul suolo statunitense - con uno dei personaggi che abbandona il Sol Levante per tornare in patria, elementare Watson!

Una volta assorbita la maledizione, per essere entrati in una casa "infestata", questa ci perseguiterà ovunque, non basta dunque abbandonare il Giappone per lasciarci l'incubo alle spalle. Inoltre, se negli Stati Uniti avviene qualche altra morte violenta legata alla maledizione precedente, una nuova casa ne erediterà le oscure potenzialità, "infettando" chiunque entri a dare un'occhiata.

È così che la protagonista interpretata da Andrea Riseborough, un detective della polizia locale, finisce in guai seri, per aver curiosato là dove il male riposava e operava indisturbato. La donna sarà così perseguitata da visioni e situazioni al limite dell'assurdo, tali da da farle crollare i nervi e perdere il senno. Il tutto mentre cerca con ostinazione di risolvere alcuni casi di omicidio che sembrano apparentemente legati fra loro - e che portano tutti allo stesso indirizzo.

Chiudere ogni porta

A proposito delle varie morti che avvengono nel corso della narrazione, 94 minuti che sembrano 180: il montaggio è totalmente frammentato, si salta costantemente fra gli anni e i vari momenti, così da seguire da vicino tutte le persone toccate direttamente dalla maledizione. Una soluzione che rende un po' più dinamico il racconto ma che spesso tende a confondere un po' troppo le acque. Al di là di questo, gli eventi narrati restano di una linearità quasi imbarazzante, non c'è molto da capire e si può vedere buona parte del film a cervello spento. Il buon cast, che vede oltre alla Riseborough anche John Cho (American Pie, lo Star Trek di J.J. Abrams), purtroppo non può fare molto avendo fra le mani uno script di dubbia qualità, privo di guizzi o idee particolarmente originali. Bisogna però sottolineare la presenza di Lin Shaye, vera e propria icona del cinema horror americano, protagonista in passato di cult come Nightmare - Dal profondo della notte di Wes Craven, oppure Critters, gli extraroditori, Ouija, Ouija - L'Origine del Male e molti altri, che con mestiere mette a segno un personaggio davvero terrificante, una povera anziana dilaniata dalla malattia ma con un potere, riuscire a vedere e a dialogare con le anime.

Il suo è forse l'unico sussulto in un oceano di sequenze horror già viste, delle quali si conosce l'esito ancor prima che siano terminate. Con il ridicolo involontario di alcune scene si avrà magari qualche risatina isterica fra le poltrone del cinema, giusto per ingannare il tempo e provare a vedere il film sotto un'altra luce (completamente tragicomica, s'intende), ma poco altro; più dei jumpscare presenti in serie, a farvi davvero urlare sarà la noia più assoluta. Il sollievo dei titoli di coda sarà impagabile, anche se gli ultimi istanti lasciano aperta la porta a un ipotetico sequel... questa si sarebbe una vera, autentica maledizione.

The Grudge A malincuore, The Grudge si candida a essere uno dei peggiori horror "mainstream" del 2020. Un maldestro reboot che si affida unicamente ai jumpscare per instillare paura nel suo pubblico, annoiando abbastanza e risultando costantemente prevedibile. Non c'è un solo passaggio che si possa definire originale o d'effetto, colpisce solo il ruolo destinato a Lin Shaye, che con mestiere porta in scena una donna anziana divorata dalla malattia e con - apparentemente - poteri sensitivi/paranormali. Il resto del cast, comunque di talento, non può molto di fronte a uno script tritato e macinato più volte, che potrebbe persino dar vita a un ipotetico sequel...

4.5

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