The Greatest Showman, la recensione del musical con Hugh Jackman e Zac Efron

L'esordiente Michael Gracey confeziona un film di genere eccentrico ed emozionante, condito dalle trascinanti canzoni di Pasek e Paul.

The Greatest Showman, la recensione del musical con Hugh Jackman e Zac Efron
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La vita di Phineas Taylor Barnum era stata opzionata per un adattamento cinematografico da tempo, ma è solo nel 2013 che sono iniziati i veri lavori sul film che avrebbe portato al cinema la straordinaria esistenza del papà delle relazioni pubbliche e della pubblicità sensazionalistica, la cosiddetta hype. Lo sviluppo di questo The Greatest Showman, infatti, è stato molto travagliato, come ci hanno tenuto a sottolineare anche il regista esordiente Michael Gracey e il protagonista Hugh Jackman. Nessuno, a quanto pare, voleva dare fiducia all'idea di trasformare un semplice biopic su un personaggio comunque affascinante in un musical: "troppo di genere, troppo complesso, troppo costoso". Fortunatamente le cose sono cambiate nel tempo, tanto che quattro anni fa Bill Condon (La Bella e la Bestia) entrò a bordo del progetto come sceneggiatore, revisionando uno script firmato invece da Jenny Bicks. E per quanto questa new entry abbia dato uno spinta decisiva a un film che fino ad allora aveva solo arrancato, in realtà Gracey e Jackman i jolly li avevano già trovati in Benj Pasek e Justin Paul, autori delle musiche di La La Land e compositori dei testi delle meravigliose canzoni di questo The Greatest Showman.

A Million Dreams

Ora, P.T. Barnum fu un personaggio davvero complesso e amato, la cui vita fu costellata da polemiche e processi legati soprattutto ai suoi spettacoli. Fu un imprenditore curioso e avanguardista, "uno Steve Jobs antisegnano", come lo ha definito Jackman, ma il film di Gracey più che raccontare la parte processuale della sua vita, delineando pregi e difetti di Barnum, ha voluto concentrarsi sull'aspetto sensazionalistico del suo circo, noto come The Greatest Show on Earth. Facendo questo, aiutato anche da una morbida scrittura emotiva, il regista è riuscito a confezionare un prodotto musical eccentrico e festoso, trasformando su schermo un'esistenza condita di polemiche in un prodotto di genere di grande impatto, concentrato soprattutto sulla ricerca del successo a tutti i costi del suo protagonista. Adattando così stile e regia alle sontuose musiche pop composte da John Debney e ai testi di Pasek e Paul, Gracey ha cercato insieme a Condon di tessere linee di sceneggiatura il più possibile in tema ma mai aggressive, così da stemperare situazioni articolate con la ricerca di un sentimento caldo e avvolgente, in linea con il ritmo trascinante delle musiche, già entusiasmanti a partire dalla opening scene, davvero sontuosa. Il titolo parte allora in medias res con lo stile visivo di un film muto degli anni '30 ma con l'energia di un blockbuster, mostrandoci immediatamente cosa significava assistere a uno show di Barnum e della sua compagnia. Poi si torna indietro, alla povera infanzia del protagonista, e qui avviene il primo, piccolo miracolo quando, sulle note della splendida A Million Dreams, il regista regala una transizione all'età adulta da applausi, non solo cambiando scenario ma sfumando perfettamente la voce del piccolo Phineas in quella di Hugh Jackman. Il senso, forse, era quello di mostrare la persistenza di un sogno, la forza di una ferrea volontà di riscatto e di un amore puro per Charity (Michelle Williams), la bambina poi donna che divenne sua moglie. La voce totalmente nasale e potente di Jackman si è già avuto modo di apprezzarla nel ben più difficile Les Misérables di Tom Hooper, ma qui sembra insinuarsi nell'anima per quanto fragorosa e vibrante.

Non sarà il miglior cantante del mondo, ma la sua interpretazione canora così sentita e così sentimentale è oltremodo accattivante. Ci mette la faccia e la voce, Hugh, e anche nei vari numeri scenici dà il meglio di sé assieme al ben più esperto Zac Efron, che nel film interpreta il socio di Barnum, Philip Carlyle. La loro esibizione sulle note di The Other Side è molto probabilmente la più ricercata del musical, strutturata all'intero di un bar e con una miriade di bicchierini da shot da gestire. Segue senza dubbio il numero con la corda tra Efron e Zendaya, che Gracey ha definito insieme a quella sopra citata "le scene più difficili da girare". Proprio la complicata relazione amorosa tra Caryle e Anne Wheeler (personaggio di Zendaya) sarà il fulcro di una piccola riflessione sui rapporti interraziali di ieri e di oggi, forse più abbozzata che ben sviluppata, ma comunque non banale. Ed essendo il film ambientato nel mondo del teatro, Condon e il regista non si sono risparmiati neanche un velato appunto contro un certo tipo di critici, prevenuti e altezzosi, che per nome o per fama si sentono in dovere e in potere di denigrare e affossare anche qualcosa di controverso e dirompente che fa divertire il pubblico. L'importante sono le apparenze, minimizzare un certo tipo di arte volta volutamente al popolare, scopo più umano che divino e per questo prescindibile. Folgorante ed esplicativa in questi termini è allora la frase che il critico interpretato da Paul Sparks dice a Barnum verso il finale, ma non vogliamo anticiparvi nulla.

From Now On

Nella sua volontà narrativa e musicale così spettacolare, nel senso di visivamente fastosa, fatta anche di opulenti orpelli scenografici (anche se spesso la CGI lascia a desiderare), The Greatest Showman è però anche un magnifico inno alla vita e alla diversità, che celebra in ogni sua forma grazie ai freak del circo di Barnum. E questi non vengono mai etichettati come mostri dal protagonista, che tirandoli fuori dalle loro cupe esistenze fatte di soprusi e ghettizzazione sociale li mostra al mondo, rendendoli fieri della loro diversità. I difetti fisici non diventano in questo modo pregi, ma simbolo di personalità e di purezza morale, tanto che i diretti interessati arriveranno al punto di non poter più rinnegare un ritrovato amore per sé stessi, per come si è. In questo contesto viene introdotta la toccante e vigorosa This Is Me, cantata con rabbia e commozione dalla bravissima Keala Settle, in una delle sequenze più significative e incisive della produzione. Una presa di posizione decisa, con i piedi saldi in terra e fiumi di lacrime. Se non fosse che The Greatest Showman è già di per sé un film dannatamente efficace, un musical mainstream sopraffino e dalle chiarissime ambizioni artistiche, solo la scena di This Is me varrebbe in esclusiva il prezzo del biglietto. Questo perché parla al nostro intimo e va oltre ogni età, accarezzando l'anima di chi da sempre si è sentito ferito od oppresso, bullizzato anche, riportando con orgoglio un messaggio di speranza da Pasek e Paul, non per chi da diverso dovrebbe sentirsi ugualmente felice, ma per chi da felice della propria normalità dovrebbe imparare a comprendere il diverso. E in aggiunta alle musiche, ai balli e alle ottime interpretazioni, questo ci dà la giusta misura per definire come davvero grandioso lo spettacolo portato al cinema da Michael Gracey e Hugh Jackman.

The Greatest Showman Raccontando la vita di P.T. Barnum, con The Greatest Showman Michael Gracey confeziona un musical eccentrico e festoso, romanzando e ammorbidendo un'esistenza condita da molte polemiche per dedicarsi più al lato spettacolare della stessa, nonostante un paio di riflessioni importanti e un appunto velato a un certo tipo di critica di settore. Oltre a una regia spesso ricercata nelle transizioni e alle ottime canzoni di Benj Pasek e Justin Paul -da canticchiare fino allo sfinimento-, il film con Hugh Jackman si fregia dell'orgoglioso compito di celebrare la vita e la diversità, toccando in molte sequenze vette emotive che faranno vibrare anche i cuori di pietra. Un fastoso inno all'esistenza nella sua generalità, un quadro ricco di colori sgargianti e sonorità pop che non vuole far altro che essere ammirato.

8

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