The Front Runner, recensione del film con Hugh Jackman

Jason Reitman torna al cinema impegnato con un dramma politico d'altri tempi ma anche molto attuale, su uno scandalo quasi dimenticato.

recensione The Front Runner, recensione del film con Hugh Jackman
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1987: dopo essere stato sconfitto alle primarie nel 1982, il senatore Gary Hart (Hugh Jackman) si ricandida per le elezioni presidenziali del 1988 ed è considerato il favorito per la nomination democratica, con un vantaggio considerevole rispetto agli altri papabili.
Le sue probabilità cominciano però a vacillare quando emergono voci di una relazione extraconiugale, sulla quale inizia a indagare il Miami Herald dopo che il senatore, negando il tutto, ha apertamente invitato i giornalisti a pedinarlo.
Le tre settimane in questione avranno un impatto di non poco conto sulle ambizioni politiche di Hart, il quale continua a ribadire che la stampa dovrebbe concentrarsi su argomenti più importanti - come il futuro degli Stati Uniti - e cerca al contempo di salvaguardare il rapporto con la moglie Lee (Vera Farmiga), da cui si era temporaneamente separato.

È la stampa, bellezza!

Dopo aver raccontato i problemi della maternità in Tully, terza collaborazione con la sceneggiatrice Diablo Cody e prosecuzione di una riflessione sui personaggi femminili, il regista Jason Reitman torna a un cinema più impegnato, con un protagonista maschile di un certo spessore, firmando il suo primo lungometraggio basato su eventi reali. The Front Runner - Il vizio del potere racconta un frammento breve ma significativo della storia di Gary Hart, figura politica finita nel dimenticatoio ma importante da rievocare oggi, alla luce dello scandalo sessuale di Bill Clinton nel 1998 e delle recenti rivelazioni sulla presunta tresca di Donald Trump con una pornostar.
Due eventi a cui il film allude profeticamente, insieme a considerazioni sullo stato attuale dell'America sul piano puramente politico: siamo nel 1987, ma Reitman ci fa inevitabilmente pensare al 2018, con il partito democratico in crisi (all'epoca delle riprese) e un rapporto contenzioso tra il mondo politico e quello dei media.
Un rapporto che il regista esplora con tutte le sfumature del caso, dando una posizione di rilievo al Washington Post e tirando in ballo il passato illustre del giornale: "Non siamo più nel 1972", viene detto a un certo punto, e l'affermazione è vera da più punti di vista. Lo scandalo Watergate è ormai lontano, sia nella realtà del film che nella nostra, e lo è anche sul piano cinematografico, dato che l'approccio di Reitman, rispetto a quello di Alan J. Pakula con Tutti gli uomini del presidente, è sì efficace ma anche molto didascalico e a tratti superficiale.
Ma siamo lontani anche da un film più recente come The Post di Steven Spielberg, dove l'integrità della stampa era al centro. Con The Front Runner ci troviamo in una posizione intermedia: il film dà ragione ai media, che hanno il diritto di indagare sull'elemento morale, ma anche a Hart, le cui doti politiche (affatto trascurabili) furono del tutto oscurate dallo scandalo.
Il punto di vista è senz'altro interessante, ma elaborato senza la precisione che caratterizza i precedenti film di Reitman incentrati su temi forti (il fatto che la discussione principale sull'etica del Post sia tra una donna e un uomo di colore la dice lunga). Colpa forse anche di una struttura limitata che, focalizzandosi su un arco di tempo di poche settimane, omette alcuni dettagli importanti che vengono a mancare anche nelle classiche scritte finali di riepilogo.

Un candidato carismatico

Quello che invece è ben presente, come in tutta la filmografia di Reitman, è un pugno di interpretazioni da applauso, alcune delle quali provenienti da fonti inattese (il comico Bill Burr, qui in un insolito ruolo serio, si rivela molto convincente). Primus inter pares è ovviamente Hugh Jackman, la cui simpatia naturale lo rende la scelta perfetta per interpretare Hart, dotato di un carisma che giustifica la reticenza di alcuni giornalisti davanti alla possibilità di demolirlo. L'attore australiano, da sempre a suo agio con personaggi moralmente ambigui e qui perfettamente calato nei panni di un uomo che, come lui, sta vivendo una nuova fase carrieristica all'età di 50 anni, regala una performance che, al netto di facili ironie sul titolo del film, non dovrebbe passare del tutto inosservata durante la famigerata awards season americana.
Gli dà man forte una strepitosa Vera Farmiga, il cui ruolo è un po' ridotto ma decisamente succoso, forse l'elemento più memorabile nel contesto dei legami con la politica americana dei decenni successivi (in alcune inquadrature strategiche l'attrice diventa quasi la copia sputata di Hillary Clinton).
E poi c'è J.K. Simmons, l'attore-feticcio di Reitman (è il settimo film insieme su otto diretti dal regista, con l'aggiunta delle produzioni di Jennifer's Body e Whiplash), come sempre in grande forma alle prese con una parte ad alto volume che, più di tutte le altre, ci ricorda che il 1987 non differiva poi tantissimo dal mondo cacofonico di oggi.

The Front Runner - Il Vizio del Potere Jason Reitman torna al cinema impegnato con un biopic simpatico ma a tratti piuttosto superficiale, Front Runner - Il vizio del potere, in cui le ottime interpretazioni (Hugh Jackman su tutti) la fanno da padrone e compensano il più possibile una scrittura didascalica che vuole accostare una storia meno nota di tre decenni fa all'attualità politica di oggi, senza adottare un punto di vista del tutto chiaro sul tema forte del rapporto tra i politici e i media.

6.5

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