The French Dispatch Recensione: un grande film di Wes Anderson

The French Dispatch è un grande manifesto del cinema di Wes Anderson: anarchico e raffinato al tempo stesso, un racconto sulla forza delle storie.

The French Dispatch Recensione: un grande film di Wes Anderson
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Quello di Wes Anderson è un cinema che non scende a compromessi e che non è disposto a concederli al pubblico poco avvezzo al linguaggio filmico del regista che abbiamo analizzato nella nostra recensione di Grand Budapest Hotel e nella recensione de L'isola dei cani. E, come vi abbiamo anticipato in occasione del nostro incontro nel quale Wes Anderson ci ha raccontato il suo The French Dispatch, la nuova opera del cineasta americano difende orgogliosamente questo credo. The French Dispatch è uno dei titoli più particolari ed intensi di questa stagione cinematografica autunnale, una piccola grande perla che urla amore incondizionato nei confronti di un giornalismo che quasi non esiste più e soprattutto del valore di raccontare storie.

The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun


The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun è una rivista locale dell'immaginaria città francese di Ennui. Un giornale vecchio stampo, diretto con piglio tradizionalista da un direttore che incarna tutti i principali valori e le qualità di una figura storica, quell'editore classico verso il quale confluisce la direzione e lo sviluppo di una linea editoriale forte.

Il film ci racconta, quando la morte del direttore coincide inevitabilmente con la chiusura della storica gazzetta, che i collaboratori della redazione decidono di dare alle stampe un ultimo numero, un compendio delle migliori storie e reportage che la rivista ha realizzato negli anni. Ed ecco che prende vita una pellicola suddivisa in capitoli, racconti separati a metà tra inchieste giornalistiche e storie romanzate, in cui prendono vita e si incontrano esistenze e vicende straordinarie passate sotto gli occhi degli inviati della gazzetta. Un cronista che descrive le controversie e le ambiguità celate nei vicoli più bui e malfamati di Ennui; un galeotto che scopre dentro di sé una bruciante passione per l'arte, e che sottopone le sue opere contraddittorie a chi non riesce a cogliere le qualità del postmodernismo; un giovane diviso tra le passioni e i doveri della politica, alle porte di accese proteste studentesche che lo vedono protagonista; un raportage culinario che si trasforma in un'inchiesta sul sequestro di persona.

Sono storie che, già soltanto dalla premessa così fornita, descrivono esplicitamente il cinema di Wes Anderson, un narratore eclettico e sopra le righe ancor prima di un regista autoriale e sui generis. Una serie di racconti, quelli di The French Dispatch, in cui la scrittura incredibile del suo autore si fa manifesto filmico del linguaggio di Anderson, una narrazione in cui gli attori si mettono al servizio di storie stravaganti e squisitamente raffinate.

Il cast mastodontico e stellare di The French Dispatch è l'emblema di quanto appena descritto: da Bill Murray ad Owen Wilson, da Benicio del Toro a Lea Seidoux, da Tilda swinton ad Adrien Brody, da Timothée Chalamet a Frances McDormand, da Jeffrey Wright a Edward Norton, e ancora Elisabeth Moss, Willem Dafoe, Christoph Waltz, Henry Winkler. Volti che spesso vengono relegati a ruoli marginali o persino a semplici comparse, ma che mettono tutto il proprio talento al servizio di una vera e propria passerella di personaggi, racconti ed emozioni diverse.

Wes Anderson alla massima potenza

In The French Dispatch si incontrano tutti i pilastri stilisici e formali del cinema di Anderson, declinati attraverso messaggi di rara bellezza e tematiche preziose. Il film ci racconta argomenti come la teoria della critica, il relativismo dell'arte, l'etica del giornalista.

Lo fa attraverso il linguaggio formale di Wes Anderson, in cui storia e personaggi sono asserviti ad una scenografia straordinaria, studiata al millimetro e produttivamente sontuosa. La Ennui di The French Dispatch, e gli ambienti che ne popolano ciascuna storia descritta nella rivista, formano uno scenario visivamente suggestivo, una bomboniera in cui l'autore dirige le sue innumerevoli muse con il piglio autoriale, vanitoso e autocitazionista che lo contraddistingue. Anderson non rinuncia nemmeno a sperimentare con la forma e le scelte cromatiche, alternando il 4:3 al 16:9 e il bianco e nero al colore a seconda delle esigenze del proprio racconto. Il tutto, unito ad una regia meticolosa e geometrica, condotta con una maniacale attenzione alla qualità dell'inquadratura, non è mai fine a se stesso, ma funzionale e coerente alla sceneggiatura.

Come già detto, e su stessa ammissione di Anderson, The French Dispatch non è propriamente un atto d'amore nei confronti del giornalismo dei tempi andati, ma piuttosto un prezioso omaggio a chi sapeva raccontare bene una storia che vale la pena leggere. Quella dell'autore di Rushmore e Il treno per il Darjeeling è un'operazione che soddisferà soprattutto (e forse soltanto) i suoi estimatori, ma potrebbe non andare a genio a chi non riesce più ad approcciare il suo stile cinematografico sempre riconoscibile e reiterativo. Ciononostante, The French Dispatch è un titolo tanto rischioso quanto bello, emozionante e autoriale: è il manifesto di Wes Anderson, e come tale merita sicuramente la visione.

The French Dispatch The French Dispatch è Wes Anderson alla massima potenza, nel bene e nel male. È il manifesto formale e stilistico di un cinema anarchico ma sopraffino, che farà impazzire gli estimatori del regista texano ma rischierà di confondere chi non è disposto a scendere a compromessi con il suo linguaggio. Ciononostante, quella di The French Dispatch è un'idea di cinema che va protetta e sperimentata, anche e soprattutto per i messaggi intensi e preziosi che vuole comunicarci.

8.5

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