The Forest of Love, la recensione del film Netflix di Sion Sono

Sion Sono sbarca su Netflix e si porta dietro tutta la sua lucida e delirante follia: aspettatevi qualsiasi cosa da The Forest of Love.

recensione The Forest of Love, la recensione del film Netflix di Sion Sono
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Guardare un film di Sion Sono è un po' come mettere una pallina di alluminio dentro il microonde: non sai di preciso cosa succederà ma hai la certezza che scoppierà un casino (possibilmente sanguinolento), che sarà impossibile distogliere gli occhi e che alla fine avrai imparato qualcosa. Magari, anche solo a non mettere l'alluminio dentro al microonde. E nemmeno Netflix può fermare lo tsunami giapponese.
Sion Sono confeziona The Forest of Love con tutta la sua eccentrica follia, riavvolgendo i suoi temi, la sua poetica che sfilaccia pop sanguigno ed estremizza ogni contesto, tirandolo al limite come un tappeto elastico da cui saltare, arrivando sul tetto. Ma puntando sempre e comunque alla Luna. Il nuovo film del regista nipponico ha carta bianca totale, e Sion Sono con crudele gioia decide di utilizzare i mezzi della grande N per rubargli il rosso e colorare il foglio avuto in dono, percuotendo gli occhi dello spettatore ancora una volta. Vediamo assieme come, perché Sion Sono non è mai andato via.

Oscurità e sadomasochismo

Sion Sono non fa mai nulla per metterti a tuo agio. Non prova nemmeno a darti le regole del suo mondo. Semplicemente ti ci infila dentro gli occhi, a forza, con un sorriso sul volto e un coltello dietro la schiena. The Forest of Love parte da fatti reali (una serie di omicidi perpetrati in Giappone nel 2002) dai quali però ci si discosta subito per strisciare nel buco nero della psiche umana. Nipponica in primis ma in grado di stringere tutto il mondo. Perché la gente non fa altro che farsi del male, giorno dopo giorno, che sia per colpa del rapporto con i genitori, per un amore svilito, per l'incapacità di comunicare con il proprio corpo, per i traumi del passato o per darsi completamente a vaghe ancore di salvezza. Sion Sono è lì, pronto a calare la sua scure in uno spruzzo di vermiglio esplosivo, mentre noi ci chiediamo se il regista giapponese abbia scientemente deciso di mettere in scena tutta quella poltiglia di brillante e grumosa follia.

Vecchi richiami

C'è tanto della sua filmografia generale dentro The Forest of Love. Uno dei richiami più forti è a Why Don't You Play in Hell? (nonostante non abbia la stessa potenza tellurica). Come non associare gli aspiranti cineasti Fuck Bombers del film del 2013 al trio di giovani che viene presentato a inizio pellicola? Qua però le cose cambiano, la commistione tra vita reale e cinema diventa sempre più asfissiante, in un connubio sporco e malato sempre in bilico, capace di sbilanciare ogni certezza. "Il cinema è tutto, il cinema è vita" viene urlato da The Forest of Love sia direttamente che nei suoi cunicoli visivi, azzeccando tanti piccoli colpi di genio infilati alla rinfusa dentro una narrazione tipica di Sono. Non ci sta raccontando davvero nulla di nuovo, niente che non ci avesse già detto, ma riesce comunque a essere sé stesso pur sbarcando nello streaming più popolare. Sion Sono lo fa confezionando l'ennesimo prodotto che proprio di popolare ha poco e niente, compiendo una nuova scivolata a gamba tesa in un campo di sangue. Sion Sono è semplicemente (e nella maniera più ostinatamente artistica) sé stesso. Il mondo se ne farà una ragione.

T(r)uffiamoci assieme

Più la spirale discende, più noi non ce ne facciamo una ragione. Il truffatore Joe Murata (un preziosissimo Kippei Shiina) muove le fila dei suoi pupazzi, spacciandosi per cantante, agente CIA, regista, produttore (di un film che vi dimostrerà quanto Sion Sono sia un folle genio) e pure laureato ad Harvard.

Si infilerà a forza nelle vite di tutti, sfruttando e ammaliando, in un gioco delle parti che provoca continui dolori allo spettatore. Qualcuno si ribellerà, qualcuno dovrà farlo, ma Sion Sono non mette nulla a caso, e dobbiamo rimanere aggrappati fino alla fine per una qualsiasi liberazione. Catartica, com'è nel suo stile, e sempre con pochissima pietà. Due ore e mezza per arrivarci, forse, potrebbero essere tante, ma il film non si perde mai per strada, al massimo fa qualche deviazione nei boschi del passato, per esplorare al meglio tutte le perversioni che descrive.

Sangue viscerale

Sgorga, spurga, si attacca alla pelle, erutta. Il sangue di Sion Sono è nel suo cinema come nel nostro corpo: continuo e imprescindibile. The Forest of Love non è da meno, e si lancia verso vette gore con la bravura destabilizzante che solo uno come Sono riesce a mettere in scena. È tutto un patto segreto con lo spettatore: se si accetta il suo mondo sopra le righe, ma ragionato nella sua alternatività, andrà tutto bene, anche nel male. Se invece la repulsione per il suo fare cinema è fisica e viscerale, un film come The Forest of Love lascerà soltanto disgusto, senza attecchire come un piccolo morbo. Sta tutto lì, nel filo arrugginito che separa genio e follia, sul quale Sion Sono rotola, corre, saltella e danza. Venga quel che venga, lui continuerà a farlo.

The Forest of Love Meno incisivo degli altri lavori del regista (basti pensare a Himizu o Why Don't You Play in Hell?, con il quale condivide tantissimi temi), The Forest of Love ha il pregio di portare su Netflix l'estro matto di Sion Sono. Un film destabilizzante che riprende tutti i temi cari al regista giapponese, frullandoli in un concentrato grondante sangue, capace di provocare parecchio disgusto una volta assaggiato. Ma Sion Sono corre per la sua strada squarciando tutti i muri che si trova davanti, riuscendo comunque a lasciare il segno. Che può essere una brutta cicatrice o un piacevole ricordo.

6.5

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