The Evening Hour, la recensione del film indie con Stacy Martin

In concorso al Torino Film Festival un film su un'America abbandonata da tutti, in cui un giovane vende medicinali sottobanco, cercando di stare a galla.

recensione The Evening Hour, la recensione del film indie con Stacy Martin
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Le narrazioni di periferia americana hanno ormai spopolato nel cinema contemporaneo. Microcosmi dimenticati, ruggine e ossa, realtà dove bisogna diventare adulti e in fretta, trovando un modo per farcela. È quello che racconta The Evening Hour, presentato al Torino Film Festival 2020 (ancora nessuna notizia sull'uscita italiana). Dopo aver sconvolto tutti con The Dark and the Wicked, ci si distende un attimo con una narrazione più canonica, in cui sono gli ambienti a parlare, mentre anziani senza più prospettive dondolano con la loro sedia, aspettando un sorriso per rallegrargli la giornata.
Il film di Braden King punta infatti tutto sull'atmosfera, pur pagando un rugginoso senso di già visto e già raccontato, dove la malinconia indie trascina i piedi, tentando di correre.

Farmaci e droghe

Cole (Philip Ettinger) fa l'assistente in una casa di riposo, ma smercia sottobanco farmaci di qualsiasi tipo, prendendoli qua e là tra le crepe del sistema sanitario che ha abbandonato la cittadina in cui vive, come gran parte degli Stati Uniti. Vivacchia alla giornata, occupandosi dei nonni, sbocconcellando pezzi di amore da Charlotte (Stacy Martin), ma non riesce ad andare oltre, chiuso nel suo mondo distrutto dove tutto scorre stando fermo.
Il ritorno di un amico d'infanzia lo costringerà a fare i conti con la propria vita, scrostando un po' di ruggine.
The Evening Hour vive proprio sotto questa coltre giallognola, dal sapore metallico e polveroso, costellato da personaggi incapaci di andare avanti, o almeno di farlo verso qualcosa di vagamente positivo. Tutto punta subito a una vaga tragedia, in un incedere lento dove ogni tassello si sgretola piano piano.

Indie lento

Durante la visione di The Evening Hour si sente il bisogno di un vero incidente scatenante, che fatica ad arrivare, come se l'orlo dell'abisso desse in realtà su una buca in giardino.
Molti sono gli spunti che creano atmosfera, quella che un film come Galveston ha sfruttato meglio, tanto per fare un esempio.
Eppure Braden King prova in ogni modo a tenere in piedi la storia, riuscendoci al pelo seppur un minutaggio inferiore avrebbe aiutato il ritmo, scandito da una fatica temporale nell'arrivare al punto.
I personaggi si affollano, non tutti caratterizzati in profondità, figure tipiche che abbondano in una realtà lasciata indietro dalla vita, tra bar ricolmi di whiskey e auto che si ingolfano.
E quando si cerca qualcosa in più, in fuga per la svolta, cosa potrà mai arrivare? The Evening Hour lo fa intuire fin dall'inizio, tra pasticche e droga, ma esattamente come il suo protagonista, pur arrancando nei difetti, ci mette tutto il cuore che può.

The Evening Hour Presentato al Torino Film Festival, The Evening Hour racconta quella periferia statunitense abbandonata da tutto e tutti, tra fabbriche rugginose, attività che falliscono e giovani che non riescono a fuggire. Cole (Philip Ettinger) è uno di questi, pronto a vendere farmaci sottobanco per aiutare la sua comunità. Il film di Braden King soffre però un minutaggio molto annacquato, dove manca un vero e proprio punto di rottura, mentre i tanti personaggi affollano lo schermo rischiando di sovrapporsi. In mezzo alla polvere dei difetti, però, la pellicola riesce a far battere il suo cuore, mettendocela tutta.

6

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