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The Disciple, la recensione del film Netflix

La musica tradizionale indiana è assoluta protagonista del film di Chaitanya Tamhane, in concorso a Venezia nel 2020 e ora disponibile su Netflix.

The Disciple, la recensione del film Netflix
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Il primo film indiano a fare un largo utilizzo della musica tradizionale fu un capolavoro come Jalsaghar (1958), conosciuto in italiano anche con il titolo La sala della musica, realizzato dal maestro Satyajit Ray a cavallo tra il secondo e il terzo episodio della ancor più memorabile Trilogia di Apu.
Certo per lo spettatore occidentale non è facile approcciarsi a uno stile di canto così diverso e apparentemente anonimo, che nella sua concezione classica si pone il compito di liberare l'anima dai cattivi pensieri e portare a uno stato di ascetismo, così diffuso in tale cultura. Per questo The Disciple è un'opera alla quale avvicinarsi con curiosità e senza pregiudizi, pronti a scoprire sonorità inedite per la maggior parte del pubblico occidentale.
La sceneggiatura cerca di aggiornare concetti così profondamente radicati in suddetti ambienti al mondo moderno, con la tentazione dei talent show e YouTube a diffondere in ogni latitudine la passione e la perseveranza di chi ancora crede in un'arte o un ideale apparentemente estranei al tempo.

Sogni e realtà

Il giovane Sharad sogna di diventare tra i massimi esponenti della musica tradizionale del suo Paese, l'India. Questo per inseguire gli insegnamenti paterni e per trovare il proprio posto nel mondo, nonostante sia ben conscio di quanto certi generi siano ormai sorpassati rispetto alle contaminazioni pop derivanti da influenze straniere.
Sharad persevera, convinto della propria scelta, ma quando la sua mente si riempe di dubbi a risentirne è anche la voce: la mancanza di ispirazione e pace interiore peggiorano infatti notevolmente il suo canto e i mancati riconoscimenti ad alcune competizioni a tema non fanno che aumentare dubbi e incertezze sul non essere all'altezza.
Alla ricerca di una propria stabilità emotiva, con il trascorrere del tempo Sharad dovrà comprendere cosa fare della propria vita e realizzare quanto gli obiettivi da lui prefissati coincidano con l'effettiva consapevolezza di esistere.

Una voce particolare

In concorso all'edizione 2020 della Mostra del cinema di Venezia, The Disciple è ora disponibile come original nel catalogo Netflix, potendo così ambire a più ampie platee nel suo tentativo di offrire uno sguardo su una realtà per l'appunto solitamente ristretta ai confini nazionali.
Dopo l'acclamato esordio di Court (2014), capace di attirare le attenzioni di Alfonso Cuarón che lo volle come collaboratore sul set di Roma (2018), Chaitanya Tamhane si è buttato anima e corpo su una vicenda che voleva assolutamente raccontare: la prima pagina della sceneggiatura è stato lo step più arduo, tanto che ci son voluti quasi due anni per realizzarla, mentre il resto è stato ultimato nell'arco di soltanto 22 giorni.
E non è difficile comprenderne il motivo, giacché la narrazione necessitava di quella fiammata improvvisa, di quell'attimo tale da sbloccare definitivamente l'anima effettiva del racconto, in un parallelismo quanto mai consono con le vicende personali del protagonista.
Le due ore di visione non sono semplici, richiedono un certo impegno e la voglia da parte dello spettatore di accettare melodie non adatte a ogni timpano - la musica gioca infatti un ruolo preponderante anche nel minutaggio - ma se si riescono a superare suddetti ostacoli, The Disciple può regalare diverse soddisfazioni.

The Disciple La musica tradizionale indiana, intesa non soltanto nella semplice versione sonora ma anche come estensione ascetica e filosofica di una tradizione profondamente intrisa nella cultura del Paese. The Disciple non è un film semplice e il primo impatto con melodie così particolari potrebbe disorientare e irretire uno spettatore abituato a ben altri canoni, ma nelle sue due ore abbondanti di visione mette in campo una distinta personalità che guarda sia al passato del cinema nazionale che al mondo moderno, con lo spauracchio dei talent show quale diavolo tentatore che finisce per tradire il concetto alla base di quella che, per l'appunto, non è soltanto una mera esibizione vocale. Chaitanya Tamhane dirige con mano ferma e sicura, consapevole di un compito che forse va anche al di là della stessa finzione.

7

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