Recensione The Congress

Robin Wright protagonista assoluta nella complessa realtà distopica di Ari Folman

recensione The Congress
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Dopo l'apprezzatissimo, premiatissimo Valzer con Bashir (vincitore del Golden Globe e nominato agli Oscar come miglior film straniero) il regista israeliano Ari Folman torna al cinema con un lavoro attraversato da un orrore simile, che non è più però quello di una guerra (devastante e distruttiva tanto da essere raccontata tramite l'oblio della memoria e il riecheggiare graduale delle sue immagini) ma quello di un mondo fantascientifico dove realtà e proiezioni mentali (supportate dal progresso assoluto della scienza e della chimica) si fondono in una vita che supera i propri confini e i propri limiti finendo (sostanzialmente) per perdersi. Al centro della storia Robin Wright (nei panni di una ‘variante' di sé stessa), attrice oramai più che quarantenne che vive la sua 'fine' carriera in una sorta di magazzino aeroportuale con due figli adolescenti: una figlia vivace e un figlio affetto da una grave malattia degenerativa agli occhi. Alla donna - un po' per via delle sue scelte infelici e di una carriera stroncata sul nascere e un po' per via dell'età che avanza, non lasciando più molte chance di lavoro - verrà proposto dalla grande casa di produzione cinematografica Miramount (ideale fusione tra Miramax e Paramount) di clonare la sua identità artistica in un microchip al fine di poterla riutilizzare all'infinito. L'attrice, a quel punto, non servirà più e non dovrà mai più recitare "in qualsiasi contesto", ma la sua ricompensa oltre alla profumata paga sarà la possibilità di dare vita a un suo alias artistico eterno e non intaccato dai segni della vecchiaia. Una scelta difficile che vent'anni dopo porterà la stessa Robin a un congresso di futurologia dove interverrà come ospite d'onore e (soprattutto) dove il mondo animato e dell'immaginazione ha preso il sopravvento su tutto il resto.

Una vita e tanti mondi

Da Orwell in poi tutto ciò che apparteneva a un mondo immaginario e futuribile sottomesso ai diktat del progresso ha rappresentato realtà a un tempo affascinanti e terribili. Anche lo scrittore Lem Stanislaw nel suo Congresso di Futurologia (pubblicato nel 1971) prefigurava una realtà distopica dove realtà vissuta e realtà immaginata entravano in un terribile conflitto destinato a rivendicare il valore effimero della seconda. Ari Folman riparte proprio dal libro di Stanislaw per costruire il suo The Congress, film che si divide idealmente in due parti (anche tre) separate proprio da quel congresso futuristico che non solo segnerà il passaggio dal mondo reale a quello immaginativo ma anche (in termini filmici) la transizione dalla parte prettamente live action a quella della ‘perdizione' animata. In questo percorso evolutivo che accompagnerà la splendida protagonista Robin Wright attraverso la mercificazione del proprio io artistico, la lotta nel proprio mondo utopico, una lunga ibernazione e la scelta finale tra sopravvivenza e redenzione affettiva, sono soprattutto due gli elementi di maggior pregio - e bellezza - del film di Folman: la struggente scena (complice anche l'ottima interpretazione di Harvey Keitel nei panni dell'agente nonché amico sincero della Wright) della ‘vendita' della propria immagine che ripercorre le fasi e gli stati salienti della propria vita, e il passaggio nonché la fantasia trascinante del mondo animato in cui l'attrice si ritroverà catapultata vent'anni dopo. Due invece sono le percezioni contrastanti che coesistono nella visione di questo film: da una parte c'è la fantastica immaginazione visiva che permette a Folman di mutare il reale in fantastico e viceversa avvolgendo completamente lo spettatore nella bivalenza del suo mondo, dall'altra ci sono invece l'effetto déjà vu di una rivisitazione (pur mirabile) di tematiche spesso proposte nei film di genere (Matrix in primis) e una sorta di contorsione narrativa (forse dovuta anche a un effetto di trasposizione da un testo di genere non facile) che tende dalla seconda metà del film in poi a far perdere in più di un'occasione il filo della storia. Solo riuscendo a entrare del tutto nel mondo proposto da Folman, può darsi che non sopraggiunga quel senso di smarrimento che può invece generarsi restando un passo indietro rispetto alla soglia di quel limbo di estremo incanto e disincanto costruito dal regista.

The Congress A distanza di cinque anni da Valzer con Bashir, l’israeliano Ari Folman torna a usare la fantasia per ricreare complessi mondi della mente. Accantonando gli orrori della guerra in Libano del lavoro precedente, qui Folman si concentra invece (prendendo spunto dal libro di Lem Stanislaw "Congresso di Futurologia") sulla minaccia rappresentata dal progresso e - in particolarde - dalla sua monopolizzazione. Situato in un limbo all’interno di due mondi (reale e futuristico) il film di Folman conferma senz’altro le straordinarie capacità immaginative/rievocative del regista israeliano, pur mancando di convincere appieno per via di una narrazione che tende a perdere di ritmo a mano a mano che mondi e realtà sensibili e metaforiche si vanno intrecciando e sommando.

7

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