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The Call, la recensione del thriller sci-fi Netflix

Il regista e sceneggiatore Lee Chung-Hyun sfrutta il tema dei paradossi temporali per dar vita a un thriller narrativamente sbilanciato ma assai godibile.

recensione The Call, la recensione del thriller sci-fi Netflix
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Seo-Yeon fa ritorno nella casa di campagna di proprietà della sua famiglia, ormai in completo stato di abbandono. Dopo la morte del padre in un tragico incidente domestico e la conseguente malattia terminale della madre, quelle quattro mura sono state infatti lasciate al loro destino.
Seo-Yeon ha perso il cellulare sul treno e questo la obbliga a riattivare il vecchio cordless in disuso da anni. Proprio sul vetusto apparecchio la ragazza comincia a ricevere delle inquietanti telefonate da parte di una coetanea che sostiene di chiamarsi Young-Sook, la quale sarebbe vittima di angherie da parte della zia. Dopo un'iniziale e reciproca diffidenza le due cominciano a interloquire dai rispettivi lati della cornetta e scoprono di trovarsi entrambe all'interno della stessa dimora, con la sola differenza legata al periodo temporale.

Il terrore corre sul filo

Alla base vi è il portoricano The Caller (2011), di cui questo film è un remake ufficiale, ma nella concezione narrativa anche l'originale prendeva a piene mani da un intero universo di titoli costruiti sul tema del paradosso temporale.
Da opere più recenti e di svariati generi come il capolavoro d'animazione Your Name. (2016), o il suggestivo spagnolo Durante la tormenta (2018), fino a titoli meno freschi quali Frequency - Il futuro è in ascolto (2000), il filone thriller si è spesso adattato a contaminazioni sci-fi con ottimi risultati.

E proprio dal film diretto da Gregory Hoblit, The Call mantiene l'elemento chiave del mezzo che unisce passato e presente, là una ricetrasmittente qui un telefono, permettendo alla due figure principali di interagire in maniera impensabile.
Se la breve sinossi esposta da Netflix, dove è in catalogo come original, contiene un grosso spoiler sull'evento chiave che rivoluziona la storia da metà visione, in fase di analisi saremo più attenti ma bisogna a ogni modo sottolineare come, rispetto ai titoli citati, in quest'occasione il legame tra le due ragazze prenderà una piega sempre più inquietante e meno salvifica di quanto inizialmente preventivato.

Il tempo della paura

Ed ecco così che un ritmo apparentemente placido e accomodante prende un'inaspettata svolta thriller che sfocia in dinamiche più crude e affini all'horror, con la realtà di Seo-Yeon che cambia radicalmente in base alle scelte prese da Young-Sook.
Ha inizio una vera e propria partita tensiva tra le due realtà, ottimamente supportata dai più che discreti effetti speciali e da un buon numero di colpi di scena.

The Call come puro intrattenimento di genere funziona con brio e stile, ma allo stesso tempo appaiono evidenti diverse forzature e inverosimiglianze nel tessuto narrativo, con risvolti non sempre credibili e soluzioni prive di una vera logica in una manciata di sequenze.
Allo stesso modo chi è affascinato dal tema dei paradossi potrebbe rimanere deluso dalla superficialità con la quale sono utilizzati ai fini del mero spettacolo a tema, una gratuità sottolineata anche dai molteplici parallelismi scenici tra quanto avviene nel passato e nel corrispettivo presente, figlia di una chiara concezione rivolta a compiacere il relativo pubblico di riferimento.

Il regista e sceneggiatore Lee Chung-Hyun, al suo esordio assoluto in un lungometraggio, dimostra già un buon mestiere e uno stile efficace - per quanto non originalissimo e tendente ad alcune classiche derive tipiche del K-Cinema - e può contare sulle solide performance delle due belle e brave protagoniste: Park Shin-hye, recentemente vista nello zombie movie #Alive (2020), e Jun Jong-Seo, al centro dell'indimenticabile triangolo di Burning - L'amore brucia (2018).

The Call Il tema dei paradossi temporali è qui al servizio di un impianto thriller che, dopo una prima parte accomodante, finisce per trascinare lo spettatore in un crescendo tensivo dalle derive pseudo-horror dove tutto diventa possibile. Remake di un film portoricano, The Call sfrutta furbescamente l'argomento per dar vita a un'implacabile resa dei conti tra le due protagoniste, divise dagli anni di distanza delle rispettive realtà ma unite da un cordless che permette loro di comunicare con conseguenze imprevedibili. L'esordiente Lee Chung-Hyun, regista e sceneggiatore, predilige lo stile visivo e si concentra sull'impatto dei numerosi colpi di scena, forza però in più occasioni la narrazione per far combaciare i vari tasselli anche tramite collegamenti parzialmente disarmonici, dando vita a due ore di spettacolo a tratti incoerente ma indubbiamente efficace ai fini del puro intrattenimento di genere.

6.5

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