The Birth of a Nation, la recensione: Nate Parker sul filo del rasoio

Nate Parker presenta la sua provocatoria versione di Birth of a Nation, che purtroppo tradisce le aspettative del titolo e ha paura di se stesso.

recensione The Birth of a Nation, la recensione: Nate Parker sul filo del rasoio
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Campagne, campi di cotone, una casa con un porticato e delle sedie bianche a dondolo: classico panorama dell'America appena nata, quella che ha costruito la sua stessa identità sul sangue delle persone di colore importate, schiavizzate, torturate e ridotte a servi senza dignità. Il senso di colpa razziale l'America ce l'ha ancora oggi, e lo dimostra molto spesso attraverso l'arte - soprattutto cinematografica. Il caso più recente è sicuramente 12 anni schiavo di Steve McQueen, uno dei capolavori del cinema contemporaneo che con maestria e rigore registico non ha avuto paura di sbattere in faccia all'uomo bianco quello che ha fatto, per decenni, alle persone di colore. Ci prova anche Nate Parker a raccogliere quell'aria provocatoria, fin dal titolo: Birth of a Nation sbeffeggia il lavoro del poco tollerante David Wark Griffith riadattandone i contenuti e stravolgendo il punto di vista, ma questa dichiarazione di intenti trova poco riscontro nella realtà della pellicola che, al contrario, passa più tempo a compiacersi che a comunicare.

Un intento perso per strada

Nel raccontare la storia chiaramente cristologica di Nate, predicatore tra la gente di colore che ha guidato una piccola rivoluzione tra le campagne nei dintorni della proprietà del suo padrone, Nate Parker (sia attore protagonista che regista) mette in campo la sua inesperienza dietro la macchina da presa e si dimentica dei dettagli, del ritmo, del rigore stilistico la cui mancanza non riesce a non far rimpiangere altri illustri predecessori sul tema. Birth of a Nation cerca di fare un passo in avanti ma ha paura di ciò che può trovarsi oltre il velo, e nel farlo appare sempre pronto a farne solo mezzo, di fatto rimanendo in bilico tra un film ben costruito e un'opera ambiziosa e pronta a sfidare davvero chi si trova davanti. Un'occasione mancata, perché nonostante il film possa apparire tecnicamente corretto e fregiato di buone interpretazioni, forse il momento storico e il tema affrontato avrebbero richiesto qualcosa in più di una safe zone da cui uscire solo in parte e sempre con fin troppo timore. Lo spessore della storia di Nate, il suo dramma psicologico e fisico, il coraggio di affrontare una situazione apparentemente senza via d'uscita sono elementi che si affacciano solo timidamente, in un mare di retorica che non coinvolge lo spettatore e non riesce a comunicare davvero. Al di là di qualche buona intuizione è davvero difficile cogliere qualcosa di veramente innovativo ed emozionante all'interno di Birth of a Nation, incapace di arrivare al cuore e quindi perennemente in superficie, proprio lì dove un film del genere non dovrebbe mai trovarsi in nessun modo.

The Birth of a Nation Nate Parker tenta di mettersi in gioco rielaborando Birth of a Nation, ma non riesce ad avere il coraggio di andare fino in fondo nella sua provocazione: il risultato è una pellicola che si compiace e non graffia, rimane in superficie e, nonostante alcune ottime intuizioni e una costruzione tecnica comunque sufficiente, non riesce a convincere fino in fondo.

6

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