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The Bad Batch: la recensione del film di Ana Lily Amirpour su Netflix

Arriva su Netflix il nuovo film della regista americana dopo il premio a Venezia73. Un western silenzioso e premonitore che racconta l'America di Trump.

recensione The Bad Batch: la recensione del film di Ana Lily Amirpour su Netflix
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Texas, terra di confine tutta sabbia e sterpaglie. Un caldo atroce. Il momento storico è imprecisato, forse ci troviamo in un futuro neanche troppo lontano, di siccità e politiche di esclusione: perché il mondo che Ana Lily Amirpour ci racconta in pochi stacchi di montaggio nell'incipit del suo nuovo film, The Bad Batch (premio speciale della giuria a Venezia73), somiglia pericolosamente all'America del neo presidente eletto Trump dove i folli, gli immigrati, gli individui senza nome e appartenenza sociale vengono rigettati, espulsi dalla civiltà. Una civiltà che noi non vediamo, oscurata dal nero dello schermo e da una voce fuori campo che informa senza però mostrare. "Il territorio oltre la recinzione non appartiene allo stato del Texas" recita un cartello fissato dalla camera della regista, "Qui nessuno è considerato cittadino degli Stati Uniti e nessuno è protetto né governato dalla giurisdizione americana. Buona fortuna". Così Arlen (Suki Waterhouse), "lotto difettoso" numero 5040 viene abbandonata al suo destino con un hamburger, una tanica d'acqua e inizia da sola il lungo vagare nel niente: la distopia è diventata realtà, benvenuti nel paese del domani.

Lunghi silenzi e potenti allegorie del presente americano

Idealmente e visivamente inserito nello stesso universo cinematografico di Mad Max: Fury Road ma anche di El Topo di Alejandro Jodorowsky e Turbo Kid, The Bad Batch si nutre dei silenzi e trasforma le immagini in significative allegorie del presente americano; per farlo la Amirpour utilizza forme e stilemi del classico western, come l'eroe malinconico e vendicativo (in questo caso una ragazza di bell'aspetto ma deturpata senza braccio e gamba) e il giusto insistere sul viaggio orizzontale della protagonista attraverso le sfide dell'ignoto e i paesaggi desolati. Più volte la regista ha confessato un amore per il genere che risale ai ricordi d'infanzia, ma un dettaglio legato alla sua disabilità (è parzialmente sorda) potrebbe essere la vera chiave di lettura del film, o meglio, la ragione di certe scelte stilistiche per alcuni non del tutto immediate. Di sicuro la quasi totale assenza di dialoghi sembra immergere il racconto in uno stato di incomprensione generale, di smarrimento a fronte delle tematiche proposte, che poi è lo stessa sensazione che proveremmo se fossimo improvvisamente abbandonati nel deserto, in terra straniera, senza obiettivi né compagnia. Ha le idee molto chiare Ana Lily Amirpour, iraniana di nascita ma americana sul passaporto, e ce le restituisce sotto forma di suggestioni violente, crude, tuttavia elementari, esplicite (come la critica ad un sistema politico attuale oppure la celebrazione ambigua dell'american dream, di cui lei stessa può essere esempio vivente).

"Find confort, find the dream"

Fuori dalla civiltà, oltre i cancelli della separazione, i reietti cercano "il sogno" e sostano (letteralmente, non fanno altro che attendere) in un villaggio denominato "confort": qui gli abitanti, a loro volta lotti difettosi come Arlen, rincorrono da fermi l'illusione dell'epoca contemporanea fomentati dagli slogan vaghi e fumosi di un leader che ha le fattezze di Keanu Reeves travestito da Pablo Escobar (un altro personaggio storico che ha "fottuto" l'America). Vogliono il benessere, i diritti, il denaro, ma riescono soltanto a sopravvivere; è un popolo multirazziale quello di The Bad Batch, che a fatica convive tra una montagna di rifiuti e luci al neon, e non c'è prova del senso di comunità, di condivisione, di scambio reciproco tra diversi. Semplicemente l'inconsistenza morale delle loro vite procede, non si sa dove e perché, ma procede. "Che cosa ci facciamo qui nel bel mezzo del deserto? Sogniamo!" dicono in coro. Soltanto il finale, che giunge dopo una serie di scontri e vendette annunciate, pare sciogliere i nodi di un racconto nichilista e difficilmente catalogabile: Arlen, Miami Man (Jason Momoa) e la piccola Miel, insieme attorno al fuoco, mangiano la carne del coniglietto appena sacrificato. Stanno bene, ma non sarà così per sempre. I colori filtrati dal tramonto potranno anche suggerire allo spettatore l'epilogo romantico tanto desiderato, ma la soluzione ai problemi sembra allontanarsi come fa la camera della Amirpour. Forse perché una soluzione non c'è.

Il futuro futuribile di The Bad Batch è spaventosamente vicino ai nostri giorni, e mentre la cronaca da tutto il mondo sta vanificando tutti i progressi ottenuti finora tramutandoli nei peggiori incubi della società civile, il cinema si fa ancora mezzo di comprensione, incanalando - e la regista insegna - tutta la rabbia e le ingiustizie in una rappresentazione fedele, ma sconnessa, antipatica, mitomane se vogliamo, che non lascerà indifferenti. Non troverete risposte nel film della Amirpour, né senso. Continueremo a vagare, come Arlen, negli spazi aperti che un giorno, prima o poi, qualcuno chiuderà.

The Bad Batch L'America di Trump nel disegno nichilista e distopico di Ana Lily Amirpour. Regista iraniana di nascita ma americana d'adozione, adotta lo sguardo silenzioso del western più classico inserendo il film nell'immaginario distopico di Mad Max lasciando correre la protagonista attraverso il deserto che è oggi la società americana: vuota, esclusiva, illusoria. Grazie ad una regia precisa, come sono precise e chiare le idee dell'autrice, e ad una fotografia suggestiva, The Bad Batch è una pellicola che non lascerà indifferenti, nel bene e nel male.

7

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