The American, la recensione: George Clooney in fuga

George Clooney in fuga tra le montagne dell'Abruzzo, nel nuovo film The American. La nostra recensione del film.

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Anton Corbijin, George Clooney e Violante Placido. Messi in sequenza in questo modo appaiono sicuramente come una combinazione bizzarra dagli esiti non troppo scontati. Capolavoro o catastrofe? The American, partendo solo dalla sue premesse di produzione, vive già sul filo del rasoio.

In fuga

Jack (George Clooney) è un assassino che, a causa del suo lavoro, è costretto a muoversi di continuo e a non fidarsi mai completamente delle persone. Quando un lavoro in Svezia si conclude improvvisamente in maniera negativa, Jack parte per l'Italia cercando di sfuggire a chi lo vuole morto. Rifugiatosi in un paesino medievale, accetta il suo ultimo incarico: costruire un'arma per la misteriosa Mathilde (Thekla Reuten). Giorno dopo giorno si riscopre desideroso di una vita tranquilla, soprattutto quando nella sua vita entra Clara (Violante Placido), una prostituta con cui intrattiene una torbida relazione. Ma qualcuno sta ancora cercando di ucciderlo...

Lost in Abruzzo

Tratto dal romanzo di Martin Booth A Very Private Gentleman del 1990, The American è il secondo lungometraggio del regista Anton Corbijin, salito alla ribalta con l'acclamato Control. "Mi interessava molto il tema centrale di The American, un solitario in cerca di redenzione dai delitti commessi e mi ha colpito anche la tensione che c'è nella storia d'amore del romanzo. Generava suspense, ma offriva anche l'occasione di riflettere". La storia di Jack che, nonostante abbia un lavoro tra i più pericolosi e movimentati al mondo, vive questa avventura in totale distacco e solitudine, contiene di per sé un certo alone di mistero. Tutto sembra fermo e immobile, i tempi appaiono incredibilmente dilatati, come se si trattasse di fotografie più che di riprese video. Una modalità registica del tutto normale se si pensa che Corbijn per oltre trentacinque anni ha lavorato come fotografo ritrattista. L'impostazione da fotografo si vede in ogni inquadratura, mai banale e sempre perfettamente bilanciata. L'angolazione con cui si presentano i paesaggi, il modo quasi distorto in cui vengono visti (sicuramente molto diverso dalla normale modalità visiva dell'uomo nella vita di tutti i giorni), fanno sì che strade e montagne si trasformino in strumenti di narrazione. Ma se dal punto di vista visivo questa immobilità fotografica è assolutamente affascinante, ben diverso è il suo impatto a livello narrativo. L'adrenalinica corsa, fisica o psicologica, tipica dei thriller si perde nel ritmo cadenzato e quasi sonnolento della regia, dove la ricerca stilistica sfocia spesso in un atteggiamento quasi flemmatico davanti agli avvenimenti salienti della storia. Non si può non fare a meno di notare un chiaro richiamo alle metodologie del western. Sebbene The American non sia affatto un film di questo genere, sembra essere strutturato come se lo fosse: uno straniero arriva in un piccolo paese e crea dei legami con un paio di persone locali, prima che il suo passato, inevitabilmente, venga a galla.

George e Violante

Ma se musica e paesaggi assumono un ruolo così fondamentale per la caratterizzazione della storia, che fine fanno gli attori? George Clooney normalmente è una garanzia: si sa sempre cosa aspettarsi da lui. Eppure il ruolo di Jack, privato dei dialoghi che solitamente sono il punto forte di Clooney, deve essere stato una dura prova per l'attore, visibilmente limitato nonostante la buona performance. Meno giustificabile è invece la prova di Violante Placido che, con il suo poco credibile inglese (soprattutto se consideriamo la tipologia di cittadina in cui è ambientata la storia) e l'apparente incapacità di tenersi i vestiti addosso davanti alla telecamera, regala alcuni tra i momenti più deprecabili della pellicola. Aspettare fino all'ultima scena per credere.

The American Sembrava strano che un film con un cast come quello di The American e un’uscita nei primi di Settembre non fosse stato scelto come film di apertura del Festival di Venezia. Ma dopo la visione la sua esclusione non appare più così tanto ambigua. La pellicola, nonostante il buon livello registico, è noiosa e poco appassionante, tutta ripiegata su se stessa e su una oppressiva sensazione di solitudine.

5

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