Terminator: Destino Oscuro Recensione: il futuro è donna

Tim Miller dirigere il capitolo migliore del franchise dai tempi di Terminator 2, dall'azione mozzafiato e con una Linda Hamilton in grande spolvero.

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Terminator: Destino Oscuro di Tim Miller riprende le fila della storia di Sarah Connor partendo dal post-Terminator 2 e cancellando una continuity che ha fatto solo del male al franchise. Eliminando senza rimorsi dall'equazione Terminator 3, Salvation e Genisys, il film prende piede 27 anni dopo la distruzione di Skynet, l'intelligenza artificiale progettata dalla Cyberdyne Systems che avrebbe piegato il genere umano alla volontà delle macchine.
I titoli di testa sono accompagnati da filmati di repertorio che mostrano Sarah (Linda Hamilton) ancora rinchiusa in ospedale, e fungono da riallaccio tematico alla storyline del personaggio di Linda Hamilton, assente dalla serie cinematografica per diciotto lunghi anni.

Date le prime linee guida per giustificare (anche un po' maldestramente) il ritorno della Connor, lo scenario si sposta in New Mexico, con l'arrivo di quelli che sembrano essere due Terminator dal futuro, una donna e un uomo rispettivamente interpretati da Mackenzie Davis e Gabriel Luna. Il loro comune obiettivo è Daniella Ramos (Natalia Reyes), ragazza apparentemente comune che vive una vita tra casa e lavoro insieme al padre e il fratello.
Una volta raggiunta, capiamo immediatamente le parti: la donna, Grace - umana potenziata - è stata mandata indietro nel tempo per proteggere Dani dal nuovo modello di Terminator, il Rev-9, l'uomo, composto da un esoscheletro e da una parte liquida e modellabile che lo avvolge. Comincia così un inseguimento che dal New Mexico porterà i protagonisti a incrociare la strada con Sarah Connor e arrivare fino in Texas, con la speranza di salvare nuovamente il futuro dal brutale e sanguinoso dominio delle macchine.

Connubio discretamente vincente

Ve lo diciamo subito: Terminator Destino Oscuro è il miglior capitolo del franchise dai tempi di Terminator 2. Una bella notizia che presa così, senza analisi, vuole dire tutto e niente. Il film di Miller vive infatti in una dimensione cinematografica particolare, comportandosi come un muscolare sequel-reboot e cercando al contempo di donare nuovamente dignità a una saga fin troppo maltrattata. Cercando di adoperarsi in questa impresa, il titolo centra alcuni importanti obiettivi ma ne manca molti altri, risultando in definitiva un more of the same dei primi due storici capitoli però capace di omaggiarli e rispettarli come non facevano invece Terminator: Salvation o Terminator: Genisys, che nei loto tentativi d'espansione dell'Universo narrativo si scontravano contro un alto e robusto muro fatto di inadempienze creative o sforzi stilistici ridotti al minimo, per questo poco apprezzati o molto criticati dai fan.

James Cameron e Tim Miller vogliono invece riproporre sul grande schermo uno spettacolo action che sappia coniugarsi adeguatamente a una trama attuale che non dimentichi però le proprie origini. Il Cameron produttore è quello più moderno, che rispetta i modelli già adottati per Avatar o Alita: Angelo della Battaglia, che investe cospicue somme di denaro in effetti digitali per creare un mondo d'azione esplosivo e credibile, che sappia incollare lo spettatore alla poltrona.
Il connubio con la visione tecnica e artistica di Miller risulta in questo senso vincente, dato che il regista di Deadpool riesce a confezionare tre sequenze action lunghe, incisive ed entusiasmanti, tra le migliori viste quest'anno.

La CGI è a tratti decisamente vistosa ma non rovina in alcun modo la fruizione di inseguimenti e combattimenti corpo a corpo iper-dinamici, meravigliosamente coreografati e dalla struttura ricercata (la sequenza dell'aereo che inizia, evolve e si conclude su tre aree differenti).
Uno dei due elementi più vincenti e convincenti del film è infatti tutto il comparto tecnico correlato alla costruzione dell'azione, che non delude le aspettative e regala momenti di grande godimento cinematografico, sporadicamente fenomenali. L'altro fattore di riuscita è poi ovviamente la reuion sul grande schermo tra Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger.

Senilità fatti da parte

Mackenzie Davis fa un ottimo lavoro con la sua Grace e risulta infatti la protagonista volutamente più muscolare del film, pur mantenendo intatta la sua femminilità e una certa delicatezza estetica e morale di fondo. Anche Gabriel Luna è un Terminator implacabile e mono espressivo quanto basta per essere convincente come lo fu il T-1000 di Robert Patrick, la cui ispirazione è palpabile e totale. Tra i due si innescano alcuni combattimenti davvero elettrizzanti, dalle dinamiche chiare e allettanti, questo grazie ai potenziamenti della prima e alla capacità di scissione del secondo, che permette a Miller e ai tecnici dei VFX di sbizzarrirsi un po' con alcune trovate sceniche.
Pur essendo la protagonista, invece, la semi-sconosciuta Natalia Reyes non ha il carisma adatto alla parte per cui è stata scelta, inaccostabile al fascino da badass e all'animo combattivo e ineluttabile della Sarah Connor di Linda Hamilton, risultando più una copia-carbone del personaggio di Isabela Moner in Transformers: L'ultimo cavaliere (attrice per cui per giunta somiglia molto).

Dovendo racchiudere in sé il giusto e buon messaggio femminista ("temono il tuo ventre", "il futuro è donna") fin troppo dichiarato e spiattellato in faccia allo spettatore, senza nessuna articolazione narrativa, con un'ascendente ridotto all'osso, la Dani della Reyes non riesce minimamente a dare volto e potenza a tutto questo comparto concettuale, che viene infatti sviluppato superficialmente e senza trovare grandi riscontri emotivi da parte del pubblico.
Quello che invece trova riscontro e anche molto positivo è il ritorno di Linda Hamilton in un'iterazione più invecchiata ma ugualmente spaccona e intrigante di Sarah Connor, che a 63 anni (dopo un lungo allenamento) si getta nella mischia e si mette nuovamente in gioco nel ruolo che ha contribuito a lanciarne la carriera.

La sua entrata in scena dopo circa 25 minuti è sensazionale, di grande impatto, soprattutto per chi ha sempre rintracciato in Sarah Connor uno dei modelli cinematografici più riusciti e iconici di empowerment femminile. Un personaggio che ritroviamo dopo diciotto anni in gran forma, in un look spavaldo e minimale, una vera guerriera senza macchia e senza paura che incarna in sé la vera essenza della badass femminile, forse oggi persino più di ieri.

Non è scritta poi per risultare divertente a tutti i costi e adattarsi quindi a uno standard contemporaneo, ma è anche vero che quella parte è stata lasciata al T-800 di Arnold Schwarzenegger, il più diverso e particolare visto al cinema finora. I due trasmettono vibrazioni molto positive e il loro vivace e conflittuale rapporto dà quasi senso d'esistere a Terminator: Destino Oscuro - insieme all'azione martellante. Attraverso Schwarzenegger, anzi, il film acquista ancora di più una paradossale potenza anti-trumpiana ("Also, this is Texas") che fa il paio con i temi dell'immigrazione clandestina ("persone, non prigionieri") e con il ruolo della donna nella società contemporanea, anche se tutto affrontato con estrema semplicità e particolare divertissment, senza risultare insomma penetrante o ben sfumato. Un capitolo in definitiva convincente che poteva però essere molto di più.

Terminator: Destino Oscuro James Cameron e Tim Miller donano nuovamente dignità al franchise di Terminator, regalandoci con Destino Oscuro il miglior capitolo della saga dai tempi di Terminator 2. Un film muscolare e dall'azione ben coreografata e strutturata, con combattimenti corpo a corpo e inseguimenti lunghi, dinamici ed entusiasmanti. I nuovi protagonisti interpretati da Mackenzie Davis e Gabriel Luna si comportano egregiamente e regalano momenti davvero elettrizzanti (alcuni proprio esaltanti), mentre convince molto meno Natalia Reyes, in cui non è minimamente rintracciabile lo stesso carisma di Sarah Connor. Il ritorno di Linda Hamilton è invece positivo e convincente, iterazione più anziana ma ugualmente badass e combattiva come un tempo, ancora simbolo di grande empowerment femminile in ambito blockbuster. Schwarzenegger regala invece il T-800 più curioso e particolare della sua carriera, sicuramente il più differente e divertito, attraverso cui raggiungere una sorta di catarsi ironica inaspettata. Pur risultando nella sostanza un more of the same dei primi due storici capitoli della saga, Terminator: Destino Oscuro approfitta dei canoni del franchise in modo intelligente e fedele, rispettandone sensibilità e caratteristiche, omaggiandole e andando infine oltre, chissà verso quale futuro.

7

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