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Svaha: The Sixth Finger, la recensione del film originale Netflix

Un pastore indaga su una setta dietro alla cui profezia si celano probabilmente orrendi crimini compiuti dagli adepti.

recensione Svaha: The Sixth Finger, la recensione del film originale Netflix
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La sedicenne Geum-Hwa non è una ragazza come tutte le altre: alla nascita ha visto la luce insieme a una gemella dalle sembianze mostruose, che le ha anche gravemente e permanentemente sfigurato una gamba quando erano ancora nel grembo materno. Orfana dei genitori, entrambi morti quando aveva poche settimane, la giovane si trasferisce di città in città in compagnia dei nonni, in ogni nuovo posto in cui arriva però avvengono strani fenomeni che coinvolgono il bestiame e attirano le attenzioni degli sciamani locali.
In Svaha: The Sixth Finger il pastore Park lavora per smascherare gruppi religiosi dal carattere sospetto, capaci dietro l'apparente quiete della fede di nascondere potenzialmente ordini più affini alle sette.
A corto di "scoop" l'uomo ha infiltrato da qualche tempo uno dei suoi collaboratori all'interno del culto Cervo di Montagna, che sembrerebbe realmente diffondersi come estensione della filosofia buddista.

Deciso a vederci chiaro, l'uomo di Chiesa, assillato da tempo da una crisi personale, scopre che alcuni dei relativi adepti sembrerebbero invischiati in un caso di omicidio di una bambina, le cui indagini sono da poco ripartite in seguito al tardivo e casuale ritrovamento del cadavere. Con l'aiuto di un monaco buddista, Park andrà sempre più a fondo e scoprirà una profezia apocalittica legata proprio alla figura di Geum-Hwa e alla sua consanguinea "maledetta".

I saw the devil

Dopo aver già adattato l'ambito religioso al contesto orrorifico col godibile horror a sfondo esorcistico The Priests (2016), suo esordio assoluto dietro la macchina da presa, il regista coreano Jang Jae-Hyun torna sul luogo del delitto con un'opera, sulla carta, assai più ambiziosa dell'esordio. E a tratti, nelle due ore di visione di Svaha: The Sixth Finger, si respirano effettivamente echi di grande "cinema demoniaco", con evidente modello d'ispirazione un recente classico proveniente dalle stesse latitudini quale The Wailing (2016), distribuito anche nel mercato home video nostrano col titolo Goksung - La presenza del diavolo.

Soprattutto la parte iniziale, con una pioggia costante, un clima tetro e la presenza sciamanica, rimanda al succitato film, salvo poi adagiare gli istinti mefistofelici su una narrazione più affine ai tipici polizieschi/thriller tipici della penisola asiatica.
Proprio la mancanza di coraggio nell'osare su territori più oscuri e scomodi è il maggior demerito dell'operazione, che avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più ma che sa comunque farsi apprezzare nel corso della concitata narrazione, equamente divisa tra una buona suspense di genere e un discreto substrato drammatico.

Il diavolo si nasconde nei dettagli

Svaha: The Sixth Finger (disponibile nel catalogo Netflix come originale) si perde soprattutto nel lungo spezzone centrale in una serie di "spiegoni" religiosi relativi alle indagini, con la scoperta (almeno per lo spettatore occidentale) di testi sacri e misteriosi della fede buddista che si rifanno in più occasioni anche a quella cattolica, con tanto di derivazioni cristologiche riguardanti alcuni degli eventi chiave del racconto. Lo stesso enigmatico e piacevolmente ambiguo finale spinge lo spettatore a un esercizio di collegamenti su quanto appreso in precedenza, rifacendosi proprio ad alcuni dei concetti tipici della dottrina dei Lama, tra presunte reincarnazioni e la ricerca dell'immortalità che offrono una manciata di godibili colpi di scena (alcuni più prevedibili di altri) nella dinamica mezz'ora conclusiva.

L'anima horror, pur emergente solo a tratti, è suggestiva al punto giusto e la resa delle scene madri trova ideale rappresentazione nell'elegante messa in scena e nell'avvolgente colonna sonora d'accompagnamento, con tanto di mantra OM che ritorna come sinistra avvisaglia. Una spruzzata di ironia qua e là e inaspettati slanci emotivi speziano ulteriormente i toni della vicenda, non sempre omogenea ma comunque in grado di appassionare quel tipo di pubblico che ha voglia di creare associazioni in prima persona per giungere alla ricerca della verità.

Svaha: The Sixth Finger Un'opera atipica e imperfetta, capace però di invogliare uno spettatore attento a collegare i vari tasselli narrativi nella risoluzione dell'indagine che coinvolge i protagonisti, intenti a investigare su un misterioso culto dietro al quale potrebbe nascondersi una pericolosa setta. Svaha: The Sixth Finger ha un incipit di slancio orrorifico ma vi si affida solo sporadicamente in un paio di jump-scare, preferendo costruire progressivamente una narrazione ricca di spunti e dettagli che si rifanno principalmente alla religione buddista e alla Fede in generale, anche a discapito di una gestione del ritmo non sempre omogenea che può risultare stancante in certi passaggi. Le due ore di visione offrono comunque un buon numero di colpi di scena tali da ridestare ben presto l'interesse e una manciata di scene madri dai toni più dark di notevole suggestione, fino a un finale che ibrida nel migliore dei modi le teorie profetiche e gli antichi testi religiosi all'intrattenimento di genere, ponendosi come chiosa ideale del racconto.

6.5

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