Suspiria, recensione: il sangue, la danza e il rimorso nel remake di Guadagnino

A quarant'anni di distanza dal Suspiria originale, Luca Guadagnino ne reinventa il mito costruendo un film "nuovo" in ogni sua parte.

recensione Suspiria, recensione: il sangue, la danza e il rimorso nel remake di Guadagnino
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Esterno notte, aeroporto di Friburgo. La pioggia scende copiosa sull'asfalto spostata dal vento, mentre i fulmini illuminano a giorno le banchine per l'attesa degli autobus. Susy Benner, una giovane e promettente ballerina, tenta di prendere il primo taxi disponibile, iniziando un viaggio destinato a cambiarla nel profondo.
Il tutto avviene mentre in sottofondo passano le note iconiche dei Goblin, un tema musicale entrato nella storia come nell'immaginario collettivo in modo indelebile. Questo accadeva nel 1977, anno in cui Dario Argento ha regalato al mondo il suo Suspiria. Dall'uscita del film sono oggi passati 41 anni, il mito legato a esso è però più vivo che mai, anche grazie alla volontà di Luca Guadagnino di realizzare un remake, un'opera in grado di ampliare gli orizzonti dell'originale senza mai mancarle di rispetto.
Il risultato è un prodotto totalmente nuovo, che spartisce con il noto predecessore soltanto il soggetto, l'idea originale di Dario Argento e Daria Nicolodi, e poco altro. Nel bene e nel male.

Due Berlino

Siamo a Berlino nel 1977. Una città reduce da un conflitto spaventoso e ora divisa in due metà, stretta fra l'incertezza politica e il piombo dei terroristi della banda Baader Meinhof, intenti a seminare il panico in strada e a dirottare aerei Lufthansa. In questo contesto, la giovane Patricia cammina per strada in stato confusionale, alla ricerca dello studio dello psicoterapeuta che da tempo la segue nei suoi insensati deliri.
Nelle parole surreali della donna però, si annida qualcosa di oscuro e misterioso, che riporta direttamente alla tenebrosa scuola di danza Markos Tanz Company, all'interno della quale l'arte diventa la porta d'accesso verso l'ignoto.
Sta per scoprirlo, con non poche difficoltà, la bella danzatrice americana Susie, arrivata a sostituire proprio l'assente e incostante Patricia. Come nell'opera originale del '77, la scuola è un mondo riservato esclusivamente alle donne, Luca Guadagnino e il suo sceneggiatore David Kajganich però portano questo concetto anche all'esterno, sfigurando e sbeffeggiando (idealmente e materialmente) le poche figure maschili presenti nel racconto.
La sfera tematica è stata infatti completamente rivoluzionata dal nuovo adattamento, arricchita di numerosi elementi che toccano la politica, il sesso, il corpo, il senso di colpa, il rimorso, la violenza di un passato - quello tedesco - che non si cancella in alcun modo.
Se il cruccio di Dario Argento, all'epoca, era terrorizzare il proprio pubblico mostrando lo stretto indispensabile, tramite una messa in scena sussurrata, una sceneggiatura viscerale e inquadrature ricercate, in modo da amplificare costantemente il senso di disagio, Guadagnino ha velleità quasi opposte, ovvero spingere lo spettatore a riflettere, a pensare, a incastrare pezzi di un puzzle astratto, alzando i veli e mostrando in modo diretto il terrore.

Questo modo di procedere genera una paura molto diversa rispetto al 1977, più intellettuale: non spaventa ciò che si vede su schermo, che è spesso anche sopra le righe, ma ciò alberga nell'animo degli uomini, delle donne e delle streghe che animano la storia.
I personaggi principali sono, di fatto, diventati due, la ballerina Susie Bannion e il Dr. Jozef Klemperer, figura tipica del cinema argentiano che, spinta dalla voglia di conoscenza e dal rimorso, si mette sulle tracce dell'imperscrutabile.
Eviteremo qualsivoglia spoiler, ovviamente, è importante però mettere sullo stesso piano i due personaggi, che compiono percorsi paralleli e sovrapposti allo stesso tempo, per incontrarsi nel delicato epilogo.

La ballerina e il professore

La bella Susie è molto diversa dal "modello" originario. La ballerina di Dario Argento è autonoma ma un po' ingenua, fragile, del tutto impreparata ad affrontare le prove che le si parano dinanzi; la nuova Susie sembra predestinata dal primo istante a raccogliere i favori di Madame Blanc, direttrice severa ma disponibile all'ascolto.
Il Dr. Klemperer è invece uno studioso divorato dalla colpa di non aver salvato la moglie Anke al tempo delle deportazioni naziste, e di cui non ha più avuto alcuna notizia. Le loro strade si incrociano alla Markos Tanz Company, struttura decadente in cui la danza ha un significato arcaico, ancestrale, mistico, legato ad antichi riti di stregoneria.
Attraverso i movimenti della propria persona, è possibile "comandare a distanza" altri corpi come se fossero marionette, ed è proprio in questo modo che Madame Blanc testa le sue allieve e uccide chi tradisce o perde la fede. Raggiungere la sincronia assoluta in questa pratica significa essere in grado di raccogliere l'eredità delle antiche madri, in attesa di carne fresca da colonizzare.
Tutto questo per Guadagnino è però un espediente per dire qualcos'altro, per creare una sterminata mattanza utile a riconsegnare il corpo femminile alle donne, così il loro libero arbitrio. Una battaglia sanguinosa fra vecchie e nuove generazioni, tra antiche e innovative visioni, fra caos e predestinazione.
Lo schermo si fa dunque rosso e il sangue inizia a schizzare senza un freno, in una danza macabra e allucinata pronta a fermarsi nella memoria senza fretta di ripartire.

Passato e presente

Il regista palermitano taglia così, in modo definitivo, i ponti con il passato, senza dissacrarlo ma omaggiandolo, sottolineandone e amplificandone i tratti migliori. Un concetto che addirittura fuoriesce, con violenza, dallo schermo, per colpire la più cruda attualità, mandare idealmente in pensione le generazioni più datate che non lasciano terreno alle nuove leve.
Guadagnino si fa dunque mietitore dello stantio, del superato, di ciò che è andato a male, punendo i colpevoli e graziando gli innocenti, tramite un linguaggio giovane e fuori da ogni schema che mal sarà digerito dai puristi. Puristi che potrebbero trovare il nuovo Suspiria troppo lontano dall'originale, senza scadere nel torto.
Cercare una copia carbone del film di Dario Argento in questo nuovo prodotto è infatti l'errore più sciocco che si potrebbe commettere: le atmosfere, gli istinti e le sensazioni dell'opera originale restano assolutamente legati al passato, l'intento del remake è riscrivere da zero una storia che abbia solo alcuni tratti in comune con la tradizione.
Al di là dei temi, che come abbiamo visto sono molto cambiati, anche la messa in scena ha poco da spartire con il primo Suspiria. Si perdono, per forza di cose, l'ossessiva ricercatezza delle inquadrature, i colori accesi ed emozionali di Luciano Tovoli, che hanno lasciato il passo a sfumature di grigio e marrone ispirate ai lavori - per stessa ammissione di Guadagnino - del pittore Balthus, la purezza della protagonista, che generava empatia, e quella paura psicologica che spingeva lo spettatore verso l'ignoto, lo sconosciuto.
Oggi abbiamo denaro ed effetti visivi a sufficienza per mostrare tutto alla luce del sole, senza penombre, larve o gelatine rossastre, motivo per cui il terrore ha spostato il suo baricentro. Ciò che dovrebbe davvero farvi paura è il marcio che vi portate dentro, di cui ignorate la provenienza e il modo per sbarazzarvene per sempre - almeno senza l'aiuto di una strega millenaria.
È questo il percorso che vi fa compiere il nuovo Suspiria, aiutandosi con le musiche appassionate e disturbanti di un Thom Yorke malinconico e struggente - che ha raccolto in toto l'eredità dei Goblin, in maniera meno iconica ma comunque efficace.

152 minuti

Completa il quadro artistico un cast che ha dato sul set il 110%, con Dakota Johnson e Mia Goth capaci di lavorare con costanza sul loro corpo (non quelli vuoti delle cinquanta sfumature...), danzando e disperando, mentre Tilda Swinton ha ripreso gli adorati panni della donna dominatrice, di colei che tutto crea e distrugge.
Si fa notare anche la giovane Chloë Grace Moretz, che recita in tedesco un personaggio dallo spazio limitato ma molto importante ai fini della storia, un destino condiviso da Jessica Harper, la vera Susy Benner di Dario Argento, nel complicato ed etereo ruolo di Anke Klemperer, moglie di un emozionante Lutz Ebersdorf/Dr. Jozef Klemperer. L'intero gruppo di interpreti si è amalgamato alla perfezione con le ambientazioni, i temi e i ritmi della storia, creando una rara alchimia.
L'unico dispiacere arriva dal bilanciamento generale: 152 minuti sono davvero tanti, diversi passaggi si potevano forse raccontare asciugando un po' di più la narrazione, alcuni temi potevano essere snelliti anziché appesantiti. Si nota dunque una certa voglia di "strafare" che rende più ostica la visione del film, che risulta essere comunque un horror d'autore di ottima fattura. Non all'altezza del film di riferimento, ma era davvero questo l'obiettivo, oscurare il passato? Non lo crediamo...

Suspiria Luca Guadagnino taglia con violenza i ponti con il passato, omaggiando ma mai dissacrando, creando un'opera del tutto nuova che pesca dalla tradizione soltanto alcuni temi e un certo stile retrò nella direzione della macchina da presa. I colori cedono il passo al grigio di una Berlino spaccata a metà, al marrone di una scuola di ballo, teatro materiale e ideale in cui riscoprire il proprio corpo e i propri desideri. Aiutato da un cast di assoluta qualità e le musiche di Thom Yorke, il regista palermitano reinventa il mito di Suspiria perdendo spesso il controllo delle tematiche e dei ritmi, sforando così i 150 minuti generali. Forse l'unico neo di un'operazione che parla - nella sostanza - un linguaggio molto giovane, che non ha paura di mostrare il sangue, i corpi devastati dalla stregoneria, e non teme il peso del nome che porta. Peccando di presunzione? Forse un po', ma senza lasciarsi intimorire da ciò che è stato - altro tema che dallo schermo si fa materiale e attuale.

7.5

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