Recensione Survival of the Dead

La recensione del sesto zombie-movie di George A. Romero

recensione Survival of the Dead
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Come testimoniato da pellicole quali L'isola degli zombies (1932) di Victor Halperin e Ho camminato con uno zombi (1942) di Jacques Tourneur, quello che tutti oggi conosciamo come morto vivente, citato per la prima volta con il sostantivo "zombi" all'interno del romanzo La comtesse du cocagne (scritto nel 1684 da Pierre-Corneille Blessebois), in origine non era altro che un individuo schiavizzato tramite la somministrazione di una potente droga volta a ridurlo in stato letargico, in quanto in grado d'inibire le funzioni fondamentali del cervello lasciando, però, le capacità motorie.
Al di là di titoli quali il fantascientifico Assalto dallo spazio (1959) di Edward L. Cahn, che cominciò a fornire connotati spaventosi e aggressivi alle salme camminanti, e la produzione Hammer La lunga notte dell'orrore (1966) di John Gilling, nella quale venne mostrata per la prima volta una resurrezione in massa al cimitero, solo con l'insuperabile La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero - dichiaratamente ispirato a L'invasione degli ultracorpi di Don Siegel e L'ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona - siamo approdati alla figura del cadavere cannibale tornato dalla tomba, che gli americani chiamano "living dead".
Figura che l'allora esordiente Romero (che si firmò George A. Kramer nel probabile tentativo di non far scambiare il proprio film per una produzione iberica) contornò di non pochi messaggi politici, a partire dall'eroe di colore, ponendo da subito le basi per quello che sarebbe stato il suo modo di fare cinema horror d'impegno sociale... o, meglio, il suo cinema dei morti viventi d'impegno sociale.
Non a caso, a La notte dei morti viventi fecero seguito prima l'ottimo Zombi (1978) che, ambientato all'interno di un supermercato, poneva l'accento sulla critica nei confronti del consumismo, poi il non del tutto riuscito Il giorno degli zombi (1985), principalmente volto ad attaccare il militarismo di stampo reaganiano; titoli impreziositi dagli effetti splatter per mano del grande Tom Savini e che chiusero quella che, senza contare i resuscitati inclusi da Romero in due degli episodi che avevano costituito Creepshow (1982), venne definita "Zombie trilogy".
"Zombie trilogy" poi trasformatasi in tetralogia, dal momento in cui il regista newyorkese, inaspettatamente, tornò vent'anni dopo sull'argomento con lo splendido La terra dei morti viventi (2005), chiaramente infarcito di rimandi all'amministrazione Bush e nel quale gli zombi, ribattezzati walker, cominciarono anche a presentare un certo processo di evoluzione, presentando rozze capacità di comunicazione e organizzazione.

La dura vita dei morti!

Apparso nel 2008 all'interno del listino Moviemax, Diary of the dead-Le cronache dei morti viventi, firmato da George A. Romero l'anno precedente, è arrivato in Italia soltanto a fine ottobre 2009, distribuito in pochissime copie da Minerva pictures, che poi lo lancerà anche in dvd. Questo Survival of the dead, invece, presentato perfino in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia, non sembra ancora avere un distributore nella terra degli spaghetti. Lo vedremo mai sui nostri schermi?

...of the dead

"Con La notte dei morti viventi ho dato il via a qualcosa che non avevo previsto. Volevo riflettere sul clima socio-politico delle varie epoche e l'ho fatto in modo insolito, collocando storie simili in decenni diversi. Mi piace l'idea di un film politicamente attuale costruito su un racconto che continua nel tempo".
Così George A. Romero sintetizza il suo lavoro svolto nell'ambito degli zombie-movie, poi proseguito con il Diary of the dead-Le cronache dei morti viventi (2007) che, in realtà estraneo ai quattro lungometraggi precedenti, ha rappresentato un nuovo inizio in totale indipendenza dalle major.
Nuovo inizio che, riallacciandosi in maniera evidente al filone inaugurato da The Blair witch project-La maledizione della strega di Blair (1999), si costituisce per intero dei falsi filmati di alcuni studenti di cinema impegnati con il loro professore nelle riprese di un film horror e ritrovatisi a dover fare i conti con il misterioso flagello che ha trasformato i comuni mortali in famelici zombi.
Nuovo inizio destinato a proseguire, più o meno indirettamente, con la sua sesta fatica zombesca: Survival of the dead, in un primo tempo annunciata semplicemente come ...of the dead e che si svolge a Plum Island, sulla Costa del Delaware, dove, guidati dal soldato Crocket (Alan Van Sprang), ad approdare sono proprio i militari intravisti in Diary.
E' qui che, in mezzo alla consueta invasione di mangia-uomini contaminati da chissà quale virus o maledizione, troviamo da un lato Patrick O'Flynn (Kenneth Welsh), il cui intento è quello di eliminare tutti i morti viventi, dall'altro la famiglia dei Muldoon, speranzosi che prima o poi venga fuori una cura capace di far tornare tutto alla normalità.

Il (mezzo)giorno (di fuoco) degli zombi

Dinastie, rivali, ambientazione rurale, bestiame e vecchie pistole che vanno ad affiancare i moderni mezzi da combattimento.
E' chiaro che, aggrediti da un coinvolgente prologo tinto di splatter, siamo nell'ambito di un vero e proprio horror western d'ambientazione contemporanea.
D'altra parte, per un cineasta che, da sempre, tenta di comunicare al proprio pubblico una certa visione pessimista riguardante un genere umano la cui fine non è rappresentata dai morti viventi ma dai negativi aspetti della società (e, soprattutto, dal potere) che vi ruotano attorno, poteva essere solo il genere caro a John Ford e Howard Hawks a fare da giusto contenitore per una vicenda volta a ribadire che tutto, nel terzo millennio, sembra essere rimasto fermo ai tempi dei cowboy, ovvero quando le guerre si combattevano soltanto in onore di una bandiera, senza ricordare chi dei due avversari ha fatto la prima mossa per iniziarle.
Una morale affascinante - come buona parte di quelle fornite dai lavori del regista de La città verrà distrutta all'alba - lasciata emergere nel corso di circa un'ora e mezza di visione al cui interno il gore e gli smembramenti - che annoverano questa volta anche la deflagrazione di una testa attuata tramite l'azionamento di un tubo d'estintore conficcato nella bocca di un resuscitato - affollano soprattutto la parte finale; mentre, tra abbondanza di momenti d'azione e l'onnipresente denaro ancora inteso quale intramontabile fonte di sopravvivenza, viene scritta un'altra fondamentale pagina degli zombie-movie, la quale, per il futuro, lascia intendere che avremo a che fare anche con contaminati destinati a non nutrirsi solo di carne umana.
Con le uniche pecche riscontrabili in occasionali rallentamenti della narrazione e nei mediocri effetti digitali.

Survival of the Dead Maestro del cinema dei morti viventi, il newyorkese George A. Romero scrive un’altra fondamentale pagina degli zombie-movie attraverso un moderno horror western che, ambientato a Plum Island, sulla Costa del Delaware, mostra un mondo rimasto fermo ai tempi dei cowboy, quando le guerre si combattevano soltanto in onore di una bandiera, senza ricordare chi dei due avversari ha fatto la prima mossa per iniziarle. E, con abbondanza di momenti d’azione, riserva lo splatter soprattutto nella parte finale, lasciando ipotizzare, per il futuro, anche l’arrivo di zombi destinati a non essere esclusivamente ghiotti di carne umana. Pur dovendo fare i conti con mediocri effetti digitali e occasionali rallentamenti della narrazione.

7.5

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