Recensione Super

Poco super, poco eroe ma molto, molto determinato

recensione Super
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È importante premettere una cosa. Super è un'opera estremamente significativa, ma non è un film per tutti. Può essere offensivo, o relativamente diseducativo, se visto senza il necessario spirito critico e consapevolezza. Nonostante i diversi nomi importanti dietro alla sua produzione, è un film indipendente fino al midollo, e fiero di esserlo. Doveroso preambolo iniziale, questo, per avvertire i lettori che, se si aspettano una commediola o un cinecomic da gustarsi spensieratamente, potrebbero rimanere delusi o, quantomeno, spiazzati. Il regista, James Gunn, è l'artefice del fantahorror del 2006 Slither, ma soprattutto regista e/o sceneggiatore di tantissimi film made in Troma, a partire da Tromeo and Juliet. Uno che non va per il sottile, dunque, quando si parla di humour nero, effetti splatter dozzinali e riferimenti sessuali o politicamente scorretti. Uno che di grottesco, di ambiguità e di riproposizioni più (L'alba dei morti viventi di Zack Snyder) o meno (Scooby-Doo 1& 2) riuscite ne sa a pacchi.

E ora veniamo al nostro 'eroe', Frank. Non diremo che è il classico 'eroe per caso'. Tutt'altro. Frank D'arbo (interpretato da un convincentissimo Rainn Wilson) è un eroe per scelta. Se di eroe si può parlare. Ma andiamo con ordine. Frank è un uomo normalissimo, banale, insignificante per certi versi, con una quantità di umane debolezze notevole, nonostante non sia più un ragazzino. Lavora come aiuto cuoco in una tavola calda, e per sua stessa ammissione ha avuto solo due 'momenti perfetti' nella sua vita. Il primo è stato il matrimonio con Sarah (Liv Tyler), bellissima ragazza dal drammatico passato; il secondo è stato quando si è sentito un eroe ad indicare ad un poliziotto la direzione intrapresa da un ladruncolo in fuga. La sua pochezza di spirito e il suo attaccamento morboso alla moglie ben presto gli alienano le simpatie della stessa, che infine lo lascia, 'senza addurre motivazioni plausibili' (cit.) per un carismatico lenone con brame da gangster, Jacques (un sempre impagabile Kevin Bacon). Per lenire il dolore della perdita, Frank si crea un utopico 'filmino mentale' in cui lui è l'eroe che deve salvare la sua bella, plagiata dal cattivo di turno. Il tutto, naturalmente, assume i contorni di una missione affidatagli direttamente da Dio, che lo ispira tramite visioni (o meglio, allucinazioni psicotiche) e il personaggio televisivo/fumettistico dell'Holy Avenger, ridicolo supereroe evangelico in perenne lotta contro le forze del satanasso. Frank decide così di diventare Saetta Purpurea, terrore dei 'cattivi', armato di una chiave inglese e soprattutto di una incredibile (e perlopiù insana) voglia di rivalsa, che travolgerà suo malgrado la giovane, ingenua e capricciosa Libby (Ellen Page, oramai decisamente affermata fra le più promettenti della sua generazione).

Shut up crime!

Accolto in maniera contrastante da pubblico e critica (c'è chi lo ha amato, c'è chi l'ha odiato) oltreoceano, Super arriva ora anche da noi, distribuito da M2 Pictures.
I meno accorti son subito partiti al linciaggio parlando di “grossolani effetti speciali di serie B” e urlando al plagio nei confronti del fuorviante Kick-Ass diretto da Matthew Vaughn. Film che, al di là di una confezione estetica molto ben riuscita, tradiva imperdonabilmente gli intenti dell'idea originale in quanto prodotto per il grande pubblico. Super invece, forte delle grandi libertà concesse dall'essere un film indipendente, si permette di esplorare il 'lato oscuro' dell'essere supereroi. E senza l'indoramento della pillola dell'essere fighi e danarosi come un Bruce Wayne o un Tony Stark 'qualunque'. Il paragone (e ancor di più l'accusa di plagio) con il film tratto dal fumetto di Mark Millar e John Romita Jr. poi non sussiste nemmeno, essendo Super stato ideato nel lontano 2002, ma realizzato solo in tempi recenti per problemi di budget e di casting. Il concetto stesso, poi, è diverso: nonostante in entrambi i casi abbiamo un tizio qualunque che, di punto in bianco, decide di diventare un 'real life superhero', Frank, a differenza di Dave, non è un nerd perdente, è solo un perdente; non desidera emulare i suoi eroi, cerca solo una via d'uscita, una scusa perfetta, un'alibi divino per uscire dalla mediocrità e riconquistare l'unica cosa apparentemente buona della sua vita, ovvero la moglie. La tematica del reallife superhero, dunque, esplorata in passato anche da altri film poco noti nel nostro paese quali Defendor, Hero at large, Special e, in parte, Mystery Men, assume qui una connotazione che di fumettistico, nonostante i vari riferimenti, ha relativamente poco. È il personaggio di Libby, ostinata a diventare la spalla di Saetta Purpurea ad ogni costo, ad incarnare un po' il ruolo del nerd in cerca di emulazione che vi era in Kick-Ass, ma qui la volontà di non insistere sulla citazione nerdofila è evidente. Soprattutto, non c'è né il messaggio sulle conseguenze delle proprie azioni (presente nel fumetto di K-A) né il ruffianissimo finale buonista del film di Vaughn: qui abbiamo un viaggio, delle scelte e una rappresentazione piuttosto lucida della terribile follia di un invasato.

Le persone sembrano stupide quando piangono

Non è infatti la coerenza della storia con quello che succederebbe effettivamente nella realtà, o i raffazzonatissimi (ma al contempo funzionali) effetti speciali vecchio stampo che devono suscitare la curiosità o l'indignazione dello spettatore, quanto il significato della rappresentazione, invece ben nascosto dietro un apparentemente accattivante gioco al massacro alternato alla commedia grottesca. La satira di Gunn è feroce e non risparmia nessuno: chi fa il proprio dovere e chi è disonesto, chi è, volente o nolente, una nullità incapace di destarsi dalla propria condizione, e chi è un virtuoso. O almeno, un sedicente virtuoso. Tramite il riuscitissimo finto show di Holy Avenger che Frank vede in tv, il regista vuol farci notare quanto sia labile il confine tra quel che è solo ridicolmente bigotto e quello che, nella mente di qualcuno poco sveglio, posso addirittura diventare diseducativo. Ben più che un film della Troma. Probabilmente, se Frank in tv avesse visto Il Vendicatore Tossico invece del Vendicatore Sacro, non avrebbe inscenato tutta l'assurda pantomima di Crimson Bolt. Ma in finale, cosa rimane? Un uomo comune, fin troppo ingenuo e buonista, pur nella sua opera di sterminio dei cattivi. Un uomo che interroga la sua fede, i suoi ideali, e che del suo punto debole ne fa, in qualche modo, un punto di forza, pur con tutte le spigolature che inevitabilmente si porta appresso.

Super Tutto quello che doveva essere Kick-Ass, e forse anche qualcosa di più. Nel bene e nel male. Super non è proprio un esempio di fine cinematografia, il look da prodotto di serie B è voluto e imposto allo spettatore, che potrebbe anche non apprezzare. Apprezzabilissime invece sono le interpretazioni, le ottime musiche di Tyler Bates, l'azzeccata fotografia di Steve Gainer e l'ambiguità del messaggio, monito pesante sulle spalle del pubblico. Pubblico che, tuttavia, corre il serio rischio di cogliere fischi per fiaschi, apprezzando magari la violenza ostentata e apparentemente fine a sé stessa senza cogliere il messaggio di fondo, o scandalizzandosi invece per questa o quella scena o battuta 'di troppo'. Super, purtroppo, non convince del tutto proprio per il suo messaggio poco universale. Ma la colpa è del film o del pubblico, non educato alle visioni critiche? Forse di entrambi. Forse Gunn doveva contenersi. Ma non sarebbe stato più lui.

6.5

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