Sundown Recensione: un ottimo Tim Roth non salva un film scialbo

Un uomo e il suo totale distacco dal mondo esterno nel nuovo film del regista messicano Michel Franco, presentato a Venezia 78.

Sundown Recensione: un ottimo Tim Roth non salva un film scialbo
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Ci sono titoli che, nel bene e nel male, dopo la loro premiere nei maggiori festival internazionali, si perdono di vista. Spesso la distribuzione dei grandi blockbuster e delle opere di autori più noti bloccano la diffusione e la circolazione di prodotti interessanti, come vi avevamo raccontato nella recensione di Waiting for the Barbarians. Tra essi c'è anche il più recente lavoro di Michel Franco, Sundown, presentato all'ultima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (ma uscito questo mese nelle s, con protagonista Tim Roth, che torna a lavorare col regista messicano dopo Chronic (avete già letto le parole di Tim Roth sul ritorno del suo Abominio in She Hulk?), e Charlotte Gainsbourg.

L'attore britannico interpreta Neil Bennett, uomo dall'aria costantemente persa nei suoi pensieri e in sempre distaccato da ciò che lo circonda. Il protagonista si trova ad Acapulco con la sorella Alice e i figli di quest'ultima, Colin e Alexa, quando arriva una chiamata sconvolgente: la madre di Neil ed Alice è deceduta e i due devono tornare a Londra. Arrivati in aeroporto, l'uomo si accorge di aver dimenticato il passaporto ed è costretto a prendere il volo successivo. Quella dimenticanza sembra, però, tutt'altro che casuale.

L'insostenibile leggerezza dell'essere Neil

Per movenze, atteggiamenti, modi di fare con gli altri ma soprattutto con la sua stessa persona, il personaggio interpretato da Roth è unico. Che lo si ami o lo si odi - e difficilmente si potrà stare in mezzo - Neil non passa inosservato e la sua presenza/assenza è il fulcro del film. Tutto sembra passargli sopra e non scalfirlo: crisi familiari, accuse d'omicidio e quant'altro. C'è un momento, per certi versi divertentissimo, in cui si accorge che la sua camera d'albergo è stata svaligiata e lo accetta senza farsi troppi problemi. Inutile dire che è quest'atmosfera sospesa, questo modo di stare al mondo mentre tutto attorno sembra andare in frantumi, che aiuta Sundown ad andare avanti e a lasciare curiosità nello spettatore.

Mattatore è sicuramente Tim Roth, che sfodera una performance straordinaria: parla pochissimo, accenna vagamente un sorriso o un'emozione qualsiasi. Riduce tutto all'essenziale, in una prova al limite del minimalismo che funziona perfettamente. Sta tutto lì il film, tutto sulle spalle del suo personaggio mentre tocca allo spettatore tentare di mettere insieme i pezzi ma soprattutto restare attenti, interessati e pronti per dei colpi di scena che non mancheranno fino all'ultimissimo minuto. Facile a dirsi, difficile a farsi. Perché per quanto Neil sia una personalità cinematografica conturbante, ciò sembra non bastare per portare avanti un discorso che sembra, concretamente, avere confusione su cosa dire e che si porta avanti, svogliato, come il suo stesso punto di riferimento in scena.

In attesa di una scossa

Mentre tutti si divertono in spiaggia- tranne, ovviamente, il protagonista - un sussulto: uno sparo, sangue sulla battigia e il film prende una direzione in parte diversa.

C'è sempre da aspettarselo da Michel Franco, apprezzato sempre più - prevalentemente oltreoceano - per questo interesse a provocare, cercare di scuotere mostrando tutte le contraddizioni e i contrasti sociali del suo tanto odiato quanto amato Messico. Così come nel suo precedente lavoro - quel pasticcio di Nuevo Orden, che vinse però il premio della giuria a Venezia - anche Sundown non si lascia sfuggire l'occasione per includere fra le righe qualcosa di più grande e delicato. Il problema è che la questione sociale politica e culturale - dalla "colonizzazione" borghese degli Occidentali alla riflessione su quel paradiso così accogliente che nasconde un inferno spietato - qui si ferma alla superficie. Tutto resta solo accennato, pronto ad esplodere ma con pochissima carica necessaria per farlo. Perché nonostante il marcio, dalla violenza armata alla rappresentazione della vita in carcere, nulla arriva realmente a turbare come sperato - e in un certo senso sembrano quasi fini a se stesse, intavolate senza equilibrio drammaturgico. La sensazione è quella di vedere un dramma familiare e un'indagine sulle azioni umane che però, probabilmente, non interessano neanche al suo autore. O, perlomeno, gli interessano meno di ciò che sottobanco prova fugacemente a veicolarci.

E velocemente il film si chiude in se stesso a guscio, diventa impenetrabile e perde quel pizzico di attrattiva che gli è fatale. Soprattutto si perde in fretta l'interesse per Neil, che aveva polarizzato quasi totalmente le attenzioni per la prima incoraggiante metà. E come il protagonista si trascina per Acapulco quasi privo di vita, anche noi arriviamo stanchi alla fine dei soli 83 minuti, nonostante un approccio scenico intrigante che sfrutta la staticità degli eventi per creare quadri visivi riguardevoli. Peso e colpa maggiore è il raffazzonato e sbrigativo finale che manometterà ciò che aveva sorretto, con comunque non poca fatica, l'intero prosieguo della storia di Neil Bennett e dello spettatore di Sundown.

Sundown Non può bastare un Tim Roth in stato di grazia e un protagonista così interessante, almeno per una buona prima parte, per salvare Sundown. L'ultimo progetto di Michel Franco prova a prendere una strada diversa dal suo cinema ma si scontra, ancora una volta, con quella volontà di fare i conti con gli aspetti più delicati e controversi della società Messicana. Solo che essi sono solo accennati, mai approfonditi e privi della forza per scuotere e generare emozioni forti. E anche al netto di un approccio visivo notevole e ben calibrato, a conclusione dell'opera resta poco tra le mani per potersi ritenere soddisfatti.

5.5

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