Subway, recensione del film di Luc Besson disponibile su Amazon Prime Video

Il secondo film dell'amato regista francese è un affascinante e grottesco viaggio dai toni mystery ambientato nella metro parigina.

recensione Subway, recensione del film di Luc Besson disponibile su Amazon Prime Video
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Dopo aver rubato dei documenti compromettenti a un gangster, durante un party organizzato dalla bella Héléna - moglie dell'uomo -, Fred è in fuga dagli scagnozzi del boss, che lo inseguono fino nella metropolitana di Parigi. Il protagonista si getta sotto un treno che stava arrivando in stazione e scopre una rete di passaggi sotterranei che conducono nelle profondità del sottosuolo, trovando una variegata umanità che vive lì, nascosta all'opinione pubblica. Fred stringe così amicizia con diversi individui che vivono di furti e piccoli espedienti e sono nel mirino delle autorità ferroviarie, mai riuscite a scoprire la loro ubicazione tra quei fitti cunicoli che caratterizzano l'architettura della metropolitana.
Anche la stessa Héléna, sulle tracce di Fred e dei preziosi fogli in suo possesso, viene affascinata da quel mondo dimenticato e il rapporto tra la ragazza e il ricattatore - innamorato di lei - darà inizio a complicazioni impreviste che rivoluzioneranno il destino di entrambi.

La legge del numero 5

Non vi è dubbio che l'altrettanto folgorante Kontroll (2003), film ungherese diretto da Nimród Antal, lo abbia preso come principale fonte ispiratrice, e non solo per l'ambientazione all'interno di una metropolitana. Ma d'altronde il cinema di Luc Besson ha sempre influenzato opere future, anche quando si parla dei titoli meno conosciuti e discussi dal grande pubblico come Subway, suo secondo lavoro dietro la macchina da presa datato 1985 e ora disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video.

Tre anni dopo il folgorante debutto con Le Dernier Combat (1983), illuminante "favola" post-apocalittica, il regista francese realizza un altro viaggio incisivo e spiazzante, perfettamente aderente al movimento del cinéma du look, corrente che si proponeva di prediligere l'immagine e la ricerca stilistica sopra ogni cosa, cercando di fondere il mondo dei videoclip a quello del cinema.
Lezione presa alla lettera da Besson, che ha qui realizzato uno straripante tour de force estetico dove la storia, pur caratterizzata da spunti affascinanti e visionari, propende su quella sospensione dell'incredulità necessaria al contesto intrapreso, fotogramma finale - l'epilogo è puro, beffardo, genio - in primis.

Viaggio al centro della Terra

Ma Subway è anche un film innegabilmente figlio dei suoi tempi e le atmosfere anni '80 dominano ogni istante della visione, sia dal punto di vista visivo che sonoro. Dal look che ripercorre gli archetipi del periodo, con le acconciature punk al centro di alcune delle sequenze più irriverenti e riuscite, alle musiche a tema, che trovano l'ideale progressione estatica nel concerto conclusivo.

La storia procede su calcolate forzature e sviluppi interpersonali di semplice fruizione, permettendosi di omaggiare non solo grandi classici come Il braccio violento della legge (1971) - nel lungo inseguimento iniziale su quattro ruote - ma anche e soprattutto il cinema di Jean-Luc Godard, il cui "fantasma" emerge in più occasioni nel corso dei cento minuti di visione.
Tra sporadiche ma efficaci sortite action dove la sfaccettata ambientazione gioca un ruolo fondamentale, e un'ironia di fondo che prende di mira soprattutto le autorità e la borghesia, Besson mantiene quell'anima libera e anarchica, affidando un messaggio di amore rivoluzionario proprio ai suoi personaggi.

Se le istrioniche figure secondarie vedono anche la presenza del caro feticcio Jean Reno nei panni di un batterista di poche parole, Christopher Lambert dalla chioma biondo platino si applica con una passiva, corretta, aderenza a un protagonista che racchiude al meglio l'essenza del film stesso.
Isabelle Adjani - quattro anni dopo l'iconica scena horror nel sottopasso della metropolitana in Possession (1981) - torna invece in un ruolo più leggero e luminoso a bazzicare i bassifondi con il suo fascino unico.

Subway Per la sua seconda regia Luc Besson si cala nella metropolitana parigina per inscenare un robusto esempio di quel cinéma du look che si prefiggeva di portare uno stile affascinante e moderno, tipico dei videoclip, all'interno del contesto filmico. Subway è impossibile da collocare in un genere preciso, tra un humor tendente al grottesco e sussulti mystery che caratterizzano l'atipica love-story in divenire tra Christopher Lambert e una splendida Isabelle Adjani. La particolarità dell'ambientazione, visivamente suggestiva e ricca di potenziali sorprese, si rispecchia anche nel folto parterre di personaggi secondari. Le varie, consapevoli, lacune narrative - figlie di una precisa scelta come confermato dall'irresistibile epilogo - vengono abilmente vampirizzate da una messa in scena, e relativo accompagnamento sonoro, che catturano lo spettatore dal primo all'ultimo minuto.

7.5

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