Recensione Suburra

Come nell'antica Roma la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità si incontravano segretamente, secondo Stefano Sollima le cose non sembrano essere cambiate nella capitale italiana del terzo millennio.

recensione Suburra
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Con l'apertura ambientata il 5 Novembre del 2011 e un Papa Benedetto XVI immortalato di spalle, non poteva essere dedicato altro che al compianto padre Sergio - autore, tra l'altro, della ideale trilogia western costituita da La resa dei conti (1966), Faccia a faccia (1967) e Corri uomo corri (1968) - il secondo lungometraggio cinematografico diretto da Stefano Sollima, a tre anni dall'ottimo ACAB - All Cops Are Bastards (2012).
Lungometraggio il cui titolo Suburra si riferisce al quartiere dove, nell'antica Roma, il potere e la criminalità si incontravano in segreto come continuano a fare ancora oggi, in una Città Eterna d'inizio XXI secolo che vede nel vagamente alemanniano politico Filippo Malgradi interpretato da Pierfrancesco Favino l'appoggio necessario alla malavita per mettere in atto la grande speculazione edilizia del Water-front, finalizzato a trasformare il litorale romano in una nuova Las Vegas.
Un Malgradi che, ricordando non poco lo scandalo che travolse il senatore Cosimo Mele quando lo vediamo coinvolto in un tragico imprevisto a base di sesso e droga consumati in compagnia di una minorenne e della escort Sabrina, ovvero la Giulia Elettra Gorietti di Tre metri sopra il cielo (2004), si ritrova quindi invischiato sia con Numero 8, capo di una potentissima famiglia del litorale capitolino che gestisce il territorio incarnato dall'Alessandro Borghi di Non essere cattivo (2015), sia con Samurai alias Claudio Amendola, ultimo componente della Banda della Magliana.

Roma, l'altra faccia della violenza

Un Claudio Amendola in stato di grazia e che, senza alcun dubbio, finisce per rappresentare il maggior elemento di spicco del cast insieme ad un eccellente Adamo"Scialla!"Dionisi impegnato a concedere anima e corpo al terrorizzante Manfredi, capoclan della pericolosa famiglia di zingari degli Anacleti (c'è bisogno di precisare a quali personaggi reali si ispirino?)
Un cast comprendente anche la Greta Scarano di Senza nessuna pietà (2014) nei panni di Viola, fidanzata tossicodipendente del citato Numero 8, ed Elio Germano in quelli di Sebastiano, viscido PR senza scrupoli che vive ai margini dei giochi di potere ma che non può fare a meno di trovarsi risucchiato dall'inarrestabile effetto domino destinato a trascinare tutti in un progressivo crescendo di corruzione e violenza.
Crescendo che, con Antonello Fassari posto in un piccolo ruolo e una sparatoria all'interno di un supermercato, Sollima immerge in una capitale tricolore resa efficacemente cupa dalla splendida fotografia di Paolo"Galantuomini"Carnera e da una incessante pioggia che la rende quasi vicina alla darkeggiante metropoli de Il corvo (1994) di Alex Proyas.

La resa dei conti

Però, al di là di affascinanti analogie sfoderate da momenti come quello in cui un nudissimo Favino urina dal balcone sulla città o dall'immagine della fogna che straborda acqua quando la situazione comincia a degenerare definitivamente, non solo la regia - più vicina alla classica narrazione della serie televisiva 1992 di Giuseppe Gagliardi che all'innovativo dinamismo sollimaniano della superiore Romanzo criminale - La serie - rischia di apparire meno interessante di ciò che le oltre due ore di visione raccontano, ma, considerando il realistico materiale di attualità trattato, non si fatica ad avvertire eccessi di romanzamento sia nell'improbabile, non molto digeribile conclusione che in determinati, poco credibili passaggi (si pensi solo a Malgradi che, privo di scorta, si fa strada tranquillamente in mezzo alla folla inferocita nei suoi confronti, senza che nessuno si prenda la briga di assalirlo).
E, di conseguenza, mentre un sottile sottotesto sembra quasi (?) suggerire come, spesso, la delinquenza ruoti attorno al sesso femminile, non possiamo certo parlare di opera non riuscita, ma, al contempo, qualcosa ci spinge a pensare che colui che era esploso sfoggiando capacità di cineasta accostabili più al genere duro e puro che alla tipica celluloide drammatica tricolore proto-fiction cominci ad uniformarsi (e speriamo che le cose non stiano così) ai colleghi - quasi indistinguibili l'uno dall'altro - appartenenti alla seconda categoria.

Suburra A tre anni dall’esordio cinematografico ACAB - All Cops Are Bastards (2012), Stefano Sollima parte dal romanzo Suburra di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini per inscenare l’attuale guerra romana senza quartiere tra criminali, cittadini perbene, politici corrotti e cardinali, nel corso dei sette giorni che precedono un importante evento allegoricamente accomunabile all’Apocalisse. Un’operazione che, complici il buon cast e la splendida fotografia, si mostra capace di funzionare, pur rivelando, però, la tendenza da parte del suo autore di cominciare ad uniformarsi al resto della cricca dei cineasti italiani d’inizio XXI secolo tutti uguali a se stessi, propensi a portare su schermo storie drammatiche in maniera decisamente classica e quasi da fiction, piuttosto lontana dal dinamismo di genere cui ci aveva abituati il promettente figlio del compianto Sergio”Revolver”Sollima tramite la citata pellicola precedente e la splendida Romanzo criminale - La serie (2008-2010).

6.5

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