Storia di un Matrimonio, la recensione: il divorzio secondo Noah Baumbach

Il dramma della separazione secondo Noah Baumbach, che gira un piccolo diamante grezzo con due protagonisti statuari.

recensione Storia di un Matrimonio, la recensione: il divorzio secondo Noah Baumbach
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Qualcuno ha detto che l'essere umano non è stato creato per essere monogamo, che scegliere una sola persona per la vita è un atto contro natura e che prima o poi si finisce per annegare nella noia e nell'insoddisfazione. Nessuna formula chimica può smentire con esattezza scientifica questa tesi, neppure alcune eccezioni ben assestate sarebbero in grado di farlo - che finirebbero per confermare la regola.
Charlie e Nicole non sono affatto un'eccezione, al contrario rappresentano una coppia tremendamente normale, hanno problemi che tutti gli innamorati prima o poi affrontano - rischiando costantemente di perderlo, l'amore. Fra i due non c'è più complicità, tutto si è raffreddato, il rispetto reciproco si è trasformato in odio e non passa più neppure il più piccolo sgarbo.
Ogni gentilezza quotidiana è naufragata in un deserto arido di cattive risposte e sguardi persi nel vuoto, nonostante il collante naturale formato da un figlio che cresce in fretta. Lui da solo però non basta a sorvolare sulla tristezza e sul malessere esistenziale, si finisce così per arrivare al capolinea, a quel momento in cui si decide di dire all'altro "basta". Questa è la Storia di un Matrimonio come se ne raccontano tante, veicolata però dalla poesia a cui Noah Baumbach ci ha ormai abituato negli anni.

Un meteorite proveniente dallo Spazio

Il regista di Brooklyn rimane fedele allo stile che tanto lo ha caratterizzato durante i suoi lavori precedenti, Frances Ha e Mistress America su tutti, e porta sul grande schermo un'intima polaroid della sua esistenza recente (piacevolmente sgranata e in formato 4:3), certo romanzata il giusto perché tutto abbia un senso all'interno di una sceneggiatura ben definita. Una scrittura difficile da descrivere, fatta di numerosi dialoghi e momenti di riflessione, con altrettanti silenzi e immagini capaci di lasciare il segno.
Il tutto raccolto insieme da una messa in scena semplice, leggera, che raramente cerca l'inquadratura complessa - a meno che non sia strettamente necessario. Non è di tecnica che si parla, del resto, nonostante Baumbach abbia l'immane talento di far passare 135 minuti come ne fossero passati soltanto 40 - tanto che ai titoli di coda si vorrebbe quasi tornare al punto di partenza. Il vero fulcro di tutto sono le emozioni, degli eventi, dei personaggi, dei momenti, declinate in svariate forme ma sempre in grado di lasciare un'impronta nello spettatore.

Il linguaggio diretto e la profonda empatia che subito si instaura fra pubblico e protagonisti sono del resto lame a doppio taglio, nel senso positivo del termine. Qualora si sia predisposti a immedesimarsi in uno dei due personaggi, si diventa schiavi del racconto senza aver la possibilità di fuggire, o trovare una scorciatoia fino all'uscita di sicurezza più vicina. Ciò che accade sullo schermo ci travolge come un meteorite proveniente dallo Spazio, facendoci ridere e piangere quasi a comando, facendo insomma proprio quello che un grande film dovrebbe fare.

Le ceneri della fenice

La separazione di Charlie e Nicole aleggia come una scure sull'intero racconto, che invece inizia in tutt'altro modo portandoci sulla strada sbagliata - quella della commedia rosa, dal lieto fine assicurato. Dagli aspetti migliori dei due protagonisti, dai loro deliziosi vizi e le loro piccole manie, si viene catapultati in un incubo fatto di avvocati losangelini, giudici e tribunali, aerei che ci portano in continuazione dalla East alla West Coast (e viceversa), con in mezzo un bambino che ancora nulla conosce della vita adulta strapazzato dall'una e dall'altra parte - con il culmine del grottesco che si raggiunge nella magistrale scena dell'assistente sociale, che da totale estranea è chiamata a cambiare la vita a tre persone differenti.
Una famiglia che si divide i giorni, i weekend e le settimane probabilmente non è più una famiglia, ciò che Baumbach vuole raccontare però non è la sofferenza passeggera dell'esatto momento della separazione, destinata in ogni caso a scomparire prima o poi. Ogni divorzio è come stare insieme in modo diverso, una nuova maniera di guardare alla vita che necessita un lungo periodo di apprendimento, corredato certo da profondo dolore e forza d'animo. Siamo noi stessi a scegliere come affrontare l'assenza, i periodi alternati, quanto e come ferire l'altro - strappandogli via il cuore a suon di offese oppure prosciugando i suoi conti in banca e anche le sue ultime riserve di orgoglio. Si combatte in pratica una guerra da cui tutti escono sconfitti, con più o meno ferite sul corpo, ma comunque perdenti.

Il regista newyorchese vuole a tutti i costi lanciare il cuore oltre l'ostacolo, provando a rinascere come una fenice fa dalle sue ceneri. Il risultato è un'opera aggraziata, girata magnificamente, che sa quando urlare e quando invece sciogliere il cuore con momenti di inaspettata dolcezza. Una tragedia contemporanea che non pretende mai di raccontare qualcosa di originale, al contrario prende un tema abusato all'estremo e lo tratta con estrema classe, forte anche di due interpreti dal talento gigantesco. Adam Driver, non nuovo a ruoli di questo tipo (Paterson, ma soprattutto Hungry Hearts), e Scarlett Johansson sono magnifici, impossibile trovare difetti alle loro performance su schermo.
Donano lacrime e risate alle linee di copione, aggiungendo una terza dimensione alle parole e facendo slalom fra figure secondarie volutamente caricaturali, che colorano ulteriormente un dramma senza via d'uscita - almeno apparentemente. Tutti elementi di un piccolo diamante grezzo, da gustare sorseggiando del buon tè caldo - anche in pieno agosto. L'importante del resto non è bere il liquido fino all'ultima goccia, è avere sempre una tazza pronta per ogni evenienza.

Storia di un Matrimonio Più che la Storia di un Matrimonio, Noah Baumbach porta in scena il dramma esistenziale di una separazione, entrando nella quotidianità di una coppia con un figlio che cresce in fretta, tre personaggi sospesi fra Los Angeles e Brooklyn. Un piccolo diamante grezzo girato in pellicola 35mm e in formato 4:3 che certamente non punta sulla tecnica: al centro di tutto ci sono le emozioni dei singoli protagonisti, che ridono e urlano all'occorrenza, affondando le unghie nella carne inerme dello spettatore. Un film tanto grazioso quanto violento, che sa far male e far sciogliere come burro quasi a comando, rimanendo nell'anima anche quando le luci della sala si sono ormai accese.

8

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